Atmosfere surreali e a tratti inquietanti permeano “Monarch”, il nuovo album dei Dead Poet Society, che tornano oggi con il terzo lavoro in studio dopo “!” (2021) e “Fission”(2024). Abbiamo raggiunto la voce della band, Jack Underfolker, che ci ha aiutati a calarci nell’immaginario di questo nuovo album più oscuro e introspettivo dei precedenti. “Monarch” esprime una fase di vita in cui i Dead Poet Society sentono la necessità di abbracciare anche le emozioni più negative, raccogliendo brani che li rappresentano in modo più fedele che mai.

I Dead Poet Society apriranno le due date italiane dei Muse il 20 e il 21 novembre all’Unipol Dome di Milano e torneranno in Italia come headliner il prossimo 14 febbraio al Legend Club di Milano. Info e biglietti a questo link.

DPS
(c) Darren Craig

Ciao Jack, è un piacere averti di nuovo su SpazioRock, come stai?

Sto bene, tu come stai?

Bene! Ci eravamo incontrati nel 2021 per parlare dell’album di debutto dei Dead Poet Society “!”, mentre oggi ci ritroviamo a qualche anno di distanza per approfondire “Monarch”, in uscita il 2 ottobre. Siamo davvero felicissimi di assistere a questo nuovo capitolo della vostra carriera. Prima di tutto, come ti senti riguardo a questa uscita?

Sono davvero entusiasta per questo disco, molto entusiasta. Penso che sia di gran lunga il mio materiale preferito tra tutti quelli che abbiamo mai prodotto.

“Monarch”, tra i vari temi, sembra analizzare le conseguenze che certe dinamiche sociali hanno sulle nostre vite personali, offrendo una sorta di illusione di scalare una piramide sociale che in realtà è un abbaglio, come in “Cold”, ad esempio, che parla di una società che ci rende insensibili verso gli altri pur di sopravvivere. Puoi approfondire questi temi e spiegare in che modo affronti queste dinamiche personali e sociali, e come sono diventate il cuore del disco?

Penso che al centro di questo disco ci sia un profondo senso di risentimento. Scalare la piramide sociale è un tema specifico di “Cold”, ma gran parte dell’album parla di risentimento. Non abbiamo deciso consapevolmente di tuffarci nel risentimento, ma erano le emozioni che rimbalzavano nella mia testa durante l’intera scrittura dell’album. È importante riconoscere le emozioni negative; non bisogna sempre dare un risvolto positivo a tutto. A volte c’è solo bisogno di convalidare ciò che provi per iniziare a fare progressi in una direzione. Questo album non è per niente speranzoso, ma perché non doveva esserlo. Non ho intenzione di fingere entusiasmo o un atteggiamento positivo se non è quello che voglio esprimere, non sarebbe reale. Siamo in quattro in questa band, non c’è un leader né un nucleo unico, siamo tutti insieme. Abbiamo capito che molte di queste canzoni contenevano parecchio risentimento ed era qualcosa di quasi malato.

Questo risentimento è frutto di episodi personali che hai vissuto di recente, o del fatto che viviamo in un mondo malato che ci suggerisce questa direzione? Mi chiedevo se “Monarch” fosse una metafora del potere in sé.

Negli ultimi anni ho vissuto molte esperienze personali. Per un paio di canzoni, la scomparsa di mia madre è un tema centrale o parte di esse. Non credo in Dio, ma Dio è diventato un punto di discussione in quel contesto perché non c’è altro elemento che affronti la vita e la morte in quel modo. È da lì che provenivo durante gran parte della scrittura dell’album.

Dal punto di vista visivo ed estetico avete fatto scelte molto particolari e coerenti. Puoi portarmi dentro questo immaginario tra il vintage e il surreale e spiegare come avete approcciato questo aspetto?

Abbiamo lavorato con una società chiamata Mindreader perché nessuno di noi è un artista visivo. Avevamo una sensazione molto chiara di quale dovesse essere l’atmosfera del disco. Sapevamo cosa volevamo vedere, ma non avevamo il talento visivo per realizzarlo. Mindreader è stata fantastica: abbiamo fatto dei meeting con loro, spiegato queste sensazioni e loro hanno realizzato un servizio fotografico centrando in pieno la vibrazione che cercavamo. È qualcosa di davvero inquietante ma non proprio horror, quasi troppo strano per capire cosa stai provando, e questo suscita un po’ di paura.

Sì, decisamente. Anche i video sono permeati da questa atmosfera che strizza l’occhio all’horror.

Siamo stati molto più coinvolti in prima persona per i video di “Roach” e “Cold”, mentre Mindreader ha curato la maggior parte di “Sinner Systems”. Ma volevamo proprio questo: non un horror esplicito, che sarebbe stato troppo banale, bensì qualcosa in cui è lo spettatore a dover riempire gli spazi vuoti.

Sì, ha quell’atmosfera surreale, come nel videoclip di “Roach”, che mette proprio un po’ a disagio, ma immagino sia proprio questo il punto. Tu sei stato coinvolto nella regia del video di “Cold”. Com’è stata questa esperienza e che connessione c’è stata tra le immagini e la musica?

Per me era fondamentale, specialmente per “Roach” e “Cold”, trasmettere la sensazione della canzone piuttosto che spiegarne il significato letterale. Non amo entrare nei significati personali dei brani perché trovo che rovini la sorpresa, come dire a qualcuno cosa c’è nel regalo di compleanno prima che lo apra. Una volta pubblicata una canzone, spetta a ciascuno applicarla alla propria vita. Nei video musicali l’obiettivo era evocare l’emozione del brano e renderla tangibile, senza doverla descrivere esplicitamente.

Insieme alla musica, avete rilasciato “The House”, un sito web interattivo che permette di muoversi all’interno del mondo di “Monarch”. È stato molto interessante vedere come avete unito musica, produzione video e gaming in questo progetto. Come vi è venuta questa idea?

È stato un processo molto collaborativo. L’idea del sito web è stata di Will, poi Dylan e la società che abbiamo ingaggiato l’hanno sviluppata. Ci siamo chiesti quanto di questo mondo potessimo creare e abbiamo trovato un modo per far sì che i fan ci lasciassero persino dei messaggi vocali, che si possono ascoltare nel sito. Crea un piccolo spazio in cui i fan possono entrare nel nostro stato d’animo.

Passando al lato sonoro, questo disco consolida il vostro tipico sound fatto di chitarre molto scordate, riff pesanti e la tua voce che crea un bellissimo contrasto. Pensi di aver definito il vostro codice stilistico? Com’è stato lavorare con il produttore Paul Meaney?

È il risultato di anni passati a scrivere musica e a capire cosa funzionasse e cosa no. Con questo album ci siamo presi il tempo per assicurarci al 100% di ogni singola scelta, senza lasciar correre nulla e spingendoci a lavorare finché non fossimo del tutto convinti, per non avere rimpianti al momento della pubblicazione.

Ti era capitato di avere rimpianti con i dischi precedenti?

Penso sia un cliché comune tra gli artisti non riuscire a riascoltare la propria musica appena uscita senza notare dettagli che cambierebbero. L’ho vissuto molto in passato e stavolta non volevo assolutamente provare quella sensazione.

Tornerete in Italia il 14 febbraio al Legend Club di Milano. Cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo tour?

Inizieremo con le prime date questo autunno. Sono entusiasta e fottutamente nervoso. Per quando arriveremo a Milano i nuovi brani saranno ben rodati!

Bene Jack, è tutto da parte mia. Grazie mille e congratulazioni per il disco, ci vediamo a febbraio!

Grazie a te, ci vediamo!

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