Time Machine IV: Iron Maiden
26 ottobre, 1981, Palasport di Bologna


Articolo a cura di Marta Scamozzi - Pubblicata in data: 01/01/17

---ENGLISH VERSION BELOW---

 

Stasera succederà qualcosa di grosso.


Questo è quanto si legge chiaramente sulle facce dei ragazzi appoggiati alla parete ovale del Palasport di Bologna, vittime rassegnate di un decennio di repressioni che sono sfociate in estremismi senza fine. Non cercano rivoluzione né reazione, non professano né il bene né il male: cercano una pura, onesta e visionaria novità. L'Inghilterra, sfinita dal Punk Rock e dai dibattiti politico-sociali, gioca il ruolo della sorella maggiore dell'Italia di inizio anni ottanta. Nonostante i mezzi di comunicazione non permettano di conoscere appieno quello che sta avvenendo oltremanica, un gruppo di lungimiranti giovani ne coglie al volo la natura innovativa e universale, incantato da un paio di dischi graffianti rilasciati nei due anni precedenti.


Dopo quella che sembra un'eternità, finalmente i cancelli si aprono. Ci si ammassa verso le transenne correndo in modo disordinato ed entusiasta, e si passano le ore precedenti al concerto ascoltando i racconti eroici di quei fortunati veterani che gli Iron Maiden se li sono già visti il marzo precedente, a Reggio Emilia. Si racconta di un chitarrista biondo dall'energia inesauribile, di un bassista appartenente ad un altro pianeta e di quel cantante carismatico e cazzuto; l'incarnazione dello spirito del Rock'n'Roll con la voce arrabbiata e i capelli al vento.

 

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Luci improvvise abbagliano il palco. Appaiono cinque sagome ammalianti, mentre un riff accattivante si impossessa dell'arena. Sta succedendo davvero: gli Iron Maiden sono appena entrati in scena. È tutto come lo avevano descritto: i giochi tra i due magnifici chitarristi, le cavalcate del bassista autoritario, la batteria infuocata e quegli acuti che introducono "Sanctuary"... sembrano provenire dallo spazio. E quello... quello dev'essere Paul.


"Paul! Paul! Paul! Paul!"

 

brucepaul250Bruce Dickinson si ferma per un secondo e guarda la folla impazzita con un sorriso beffardo, godendosi l'ammirazione che sprigionano gli occhi dei ragazzi in prima fila. La prima canzone è andata: d'ora in avanti sarà tutto in discesa. Azzarda un "Grazie Bologna!", seguito dalle urla di approvazione per un frontman che, negli anni ottanta, si sforza di parlare la lingua di un paese straniero. Poco importa se nessuno ha ancora avuto modo di sapere il suo nome, poco importa se la maggior parte del pubblico non ha la minima idea che gli Iron Maiden hanno un nuovo cantante da esattamente un mese. Avrebbero imparato a conoscerlo: Bruce ne era sicuro.


"Paul! Paul! Paul!"

 

"I've never seen you before... but that's all right! / Non vi ho mai visti prima, ma va bene lo stesso!"

Segue una pura e tagliente versione di "Purgatory": gli strumenti si rincorrono in modo confuso, gli assoli improbabili si arrampicano sulle vette raggiunte da una voce acuta. Questa prima versione live con Bruce Dickinson dietro al microfono è un punto di svolta: essa risuona coesa e coinvolgente, come se il cantante degli Iron Maiden fosse sempre stato lui. Un'incalzante cavalcata di basso apre poi "Wratchild" nella quale la voce di Bruce si può divertire, destreggiandosi tra le varie sfumature della struttura più complessa, introducendo gli ascoltatori al timbro pulito ed imponente delle sue corde vocali. All'apice dell'entusiasmo "Twilight Zone" incendia il pubblico, facendolo sobbalzare al ritmo di un riff spaziale.


posterIl concerto sta entrando nel vivo e l'adrenalina sta per raggiungere il suo massimo quando, ad un tratto, tutto si ferma. Il frontman rivolge poche parole ad una platea improvvisamente ammutolita: sta per succedere qualcosa di estremamente importante. Quanto importante nessuno lo sa, almeno finché le luci non si abbassano. A quel punto Bruce appoggia le mani sul microfono e le note lontane del basso di Steve riecheggiano nell'aria, arricchite dalla presenza discreta delle chitarre. Il tutto è sovrastato dal ritmo secco ed inesorabile dei battiti di mani. Una voce profonda, molto diversa da quella che si è appena destreggiata tra i ritmi di "Twilight Zone", invade il palasport con una versione di "Remember Tomorrow" come non si era mai sentita prima. Gli strumenti si amalgamano fino a diventare indistinguibili, e l'intensità dell'interpretazione vocale è spiazzate: nessuno crederebbe che il tizio dietro il microfono non ha nemmeno lontanamente partecipato alla composizione. Giunge inaspettato il refrain e sul palco è un tripudio di luci, mentre i cinque ragazzi iniziano a muoversi al ritmo dell'improvvisa esplosione delle melodie che hanno ripreso a rincorrersi, inafferrabili.


Ci si avvicina alla fine della prima metà di concerto, e l'incantesimo è quasi compiuto. La trance in cui la platea è caduta viene rotta dal sonoro "Grazie!" di Bruce. La strumentale "Gengis Khan" smezza la scaletta, regalando al pubblico un breve viaggio nell'Asia antica, a cavallo di un basso, e al cantante cinque minuti di quiete. Le danze continuano con una forsennata versione di "Killers" così come la si sentiva solo negli anni ottanta. Grezza, sincera, senza tecnicismi: totale. L'atmosfera coinvolgente stordisce l'intero palasport, compreso un rapito Bruce Dickinson che, alla fine della canzone, tenta di riprendere in mano le redini della situazione. "Hey, How are you?" Silenzio. Incantato, religioso silenzio.

 

"The next song is about... well... I don't know what is about. This is a song call Another Life / La prossima canzone parla di.. be'... non so di cosa. Questa è una canzone che si chiama Another Life!"

guitarE così ripartono le linee di basso, ripartono i riff, le pelli di Clive Burr e i vispi virtuosismi di Bruce. Un lungo assolo di batteria chiude la canzone, alla quale segue "Innocent Exile", tra le urla di una platea che ormai non riesce più a contenersi. Le chitarre di Dave e di Adrian disegnano la melodia principale diventando protagoniste assolute. Dickinson si ferma qualche secondo, godendosi quell'atmosfera di devozione assoluta che, canzone dopo canzone, diventa più palpabile. "The next one is called Running Free!" annuncia con noncuranza. Per "Murders In The Rue Morgue" ogni presentazione è superflua. L'adrenalina disordinata si ridimensiona e la band si presenta in tutta la sua imponenza: un'introduzione strumentale ammaliante, diretta dalle braccia di un Bruce a testa china. Il tutto esplode nel corpo del pezzo, un erudito mix di strumenti trascinati dal basso.


Quando il vocalist presenta "A song about a man who lived in a theatre, and wore a mask / una canzone che parla di un uomo che viveva in un teatro e indossava una maschera" il pubblico è ormai completamente ipnotizzato. "This song is called Phatom of the Opera / Questa canzone si chiama Phantom of the Opera". A detta della stessa band, "Phantom Of The Opera" è forse la canzone in cui gli Iron Maiden trovano la loro più pura manifestazione. In essa convogliano le sonorità grezze ed arrabbiate dei primissimi anni e la qualità tecnica dei tempi a venire. La sua struttura complessa sembra essere progettata apposta per le corde vocali del nuovo cantante: a traccia conclusa risuonano applausi spontanei per un'esibizione perfetta. L'esaltazione della folla si esprime in un boato incontrollato, quando dal palco viene gridato il titolo della traccia seguente: "Iron Maiden". Questione di pochi secondi e i cinque compagni ne attaccano un'infiammata versione. Il pubblico, che ha raggiunto il punto di non ritorno da un pezzo, tenta di cantare qualsiasi cosa: dalle parti vocali al giro di chitarra. Il riff finale si allunga ad accompagnare lo strascico di batteria, mentre Bruce lancia un paio di urla defaticanti e liberatorie, sovrastando il delirio della platea. Steve si avvicina al microfono per giocare con quella moltitudine di simpatici ragazzi del sud che hanno appena assistito ad un pezzo di storia: "Grazie! Buonanotte!"

 

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Non è una buonanotte: tutti hanno capito il bluff. La band esce di scena per un minuto mentre l'incitamento dei fan cresce a dismisura. Quando i cinque ritornano sul palco, è Steve a prendere in mano il microfono: "Questa è Transilvania!" Lo strumentale ha l'opportunità di regalare qualche altro attimo di pausa al neo frontman prima del botto finale: "Drifter", seguita da una delle migliori versioni di "Prowler" di cui esista la registrazione. La chiusura è lasciata ad una cover dei Montrose, "I've Got The Fire"... carina.

 

Bruce alza la testa dal microfono, madido di sudore, e analizza uno ad uno i volti dei ragazzi in adorazione tra il pubblico, scombussolati da una connessione assoluta e inspiegabile con cinque sconosciuti d'oltremanica. Forse quella sensazione di magica risolutezza sarebbe durata poco, ma per quella sera sarebbe stata sufficiente. "Goodnight!" -urla- "You have been amazing / Buonanotte! Siete stati fantastici".


È andata.

 

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È stato tutto meravigliosamente perfetto: lo testimonia l'aura di cui il locale è impregnato, sprigionata dai salti di gioia del pubblico e dal sorriso complice di Steve, Dave, Adrian e Clive. È andata esattamente come doveva andare: era già tutto scritto nelle prime note di quella "Wratchild", suonata al provino per il cantate di un mese prima. Allora tutto si era fermato in maniera impercettibile e, per un microsecondo, ognuno era stato investito dalla consapevolezza di un comune, grandioso destino.

 

Era scritto anche nello sguardo vispo di quell'ometto carismatico che Steve Harris e Rod Smallwood (il manager degli Iron Maiden) avevano placcato sotto il palco dei Samson, al Reading di qualche mese prima, con l'offerta di un provino per entrare negli Iron Maiden.


"Farò il provino e otterrò il posto. Ora non perdiamo tempo, e parliamo di cosa succederà dopo".

 

---ENGLISH VERSION---

 

Tonight happen something great is going to happen. You can appreciate that on the faces of the guys, leaned against the grey walls of the arena. They are bored, victims of a repressive Italian decade. They are fed up with revolution and whatever reaction. In the early eighties, England, exhausted of Punk Rock and worn out by political issues, has the role of an older sister for Italy. Although the media do not fully disclose what's going on across the Channel, a couple of albums from the British islands have managed to amaze a bunch of forward-looking lads able to understood their value. After what has seemed like an eternity, the doors finally open. Hundreds of people run messily to clump against the crush barriers. They are going to spend the next couple of hours listening to the epic tales of those heroic veterans who have already seen Iron Maiden's last march in Reggio Emilia. They tell about a blond guitarist with an inexhaustible energy, about a bassist who comes from another world and of a charismatic, irreverent frontman. They say he is the incarnation of rock ‘n' roll spirit, with his angry voice and ruffle hair.

 

The lights go down and the stage goes on fire. Five charming figures appear while a dogged riff fills the arena. Everything is real, it's really happening: Iron Maiden are on stage. Everything is like they described it: two guitarists playing with each other, bossy bass rides, the persistent drum and those acutes introducing "Sanctuary"... and that guy, he must be Paul.

 

"Paul! Paul! Paul!"

 

Bruce Dickinson stops just for a second to stare at the crowd gone mad. He has a fixed mocking smile on his face. The first song has gone: now everything will get easier and easier. He dares a "Grazie, Bologna!", triggering the crowd approval. It doesn't really matter if nobody knows his name. Actually, most of the people do not have a clue about Iron Maiden having a new singer. They will learn to know him: Bruce was sure about that.

 

"Paul! Paul! Paul"


"I have never seen you before but that's all right!" The it follows a pure, sharp version of "Purgatory": the guitars chase the bass and the drums, drawing improbable solos, accompanied by an earsplitting voice. A dogged bass line opens "Wratchild", and Bruce's high notes start a musical rollercoaster, navigating between multiple shades of the complex structure. At the peak of the enthusiasm, "Twilight Zone" overwhelms the warmed-up fans, firing them up with the rhythm of a space riff. We are now entering the heart of the gig and the air is filled up with adrenaline when everything stops suddenly. The frontman says a couple of words to the crowd gone silent: something extremely important is about to happen. Nobody knows exactly how much important, not at least until the lights go down. Bruce lays his hands on the microphone, surrounded by a soft and blue halo, while the notes of a faraway bass echoes fill the air. Everything is dominated by the dry and relentless rhythm of clapping hands. The Palasport is filled by an extremely deep voice that seems so much different from the sharp one heard so far: the atmosphere is flooded by the first notes of "Remember Tomorrow". Instruments blend until they become indiscernible and the intensity of the vocal interpretation is puzzling: nobody would believe the dude behind the microphone has not taken part to the song composition at all. The refrain comes unexpectedly; the lights explode on the stage while the five guys start running around following the rhythm of the sudden burst of the melody. Bruce screams a shrill "Grazie!", waking up the parterre from the trance in which has fallen.

 

We are now close to the end of the first half of the concert and the wizardry is now accomplished. The instrumental "Gengis Khan" splits up the setlist, taking the crowd for a short trip to the ancient Asia. The show goes on with a frantic version of "Killers", the one you can hear only in the eighties: rough, honest, without any technical stiffness, total. The involving atmosphere shocks the whole Palasport, including Bruce Dickinson that, at the end of the song, tries to take back the lead: "Hey, how are you?" Silence. Complete, enchanted silence.

 

"The next song is about... well, I don't know what is about. This song is called Another Life!"


So the bass ride starts again along with guitars. Then a long drum solo closes the song and anticipates "Innocent Exile" which begins among the yelling of a crowd that is not able to be quiet anymore. Dave and Adrian's guitars draw the main melody, turning into absolute leaders. Bruce stops for a few seconds, enjoying the atmosphere of pure devotion that, song after song, has becomes more and more solid. "The next one is called Running Free!" he announces with nonchalance. For "Murders In The Rue Morgue" every presentation is unnecessary. The messy adrenaline scales down and the band turns up in all its impressiveness. Bruce's arms play a charming instrumental introduction. In the meanwhile, he stands in ecstasy in the middle of the stage, his head down. Everything explodes with the cornerstone of the track: an erudite mix of instruments supervised by the bass.

 

The parterre is now completely hypnotized when the vocalist presents: "A song about a man who lived in a theatre and wore a mask. This song is called Phantom of the Opera". According to the band itself, "Phantom Of The Opera" is one of the most representative songs of Iron Maiden ever. The rough, angry sonorities of the first years funnel in that, together with the future technical quality. Its complex structure seems to be already designed for the singer's vocal cords. The parterre explodes when from the stage the title of the next track is announced: "Iron Maiden". In a few seconds, the five musicians start a passionate version. The crowd, which has been going mad for a while, tries to sing along anything: from the vocal parts to the guitar line. The final riff grows with the drum while Dickinson throws a couple of liberating screams, looming on the audience's delirium. Steve moves to the center of the scene for playing with that multitude of guys from the south who just took part to a piece of history: "Thank You! Goodnight". It is not a goodnight: everyone got the bluff. The band comes out for one minute, while the parterre bursts like a thunderstorm. This time, Steve is the one who takes the microphone: "This is Transylvania!". The instrumental track gives some rest to the frontman before the final blaze, "Drifter", followed by one of the best versions of "Prowler" ever played. The conclusion is left to a Montrose's cover, "I've Got The Tire"... ehm... nice.

 

Bruce lifts his sweaty head, inspecting on by one the faces of the crowd filled with devotion. They have been unsettled by a strange, unexplainable connection with five guys from the other side of the Channel. Maybe that magic sensation will not last for a long time but, for that night, it would have been enough. "Goodnight!", he screams, "You have been amazing".

 

It's done.

 

Everything has been marvelously perfect: you can feel that in the atmosphere that soaks the whole place, emanated by the jumping parterre and by the smiles on Steve, Clive, Adrian and Dave faces. It has gone exactly as it was supposed to. It was already written behind the first notes of that "Wratchild" played at the audition for the singer, one month before. Back then, everything stopped imperceptibly and, for one nanosecond, everybody got aware of a great and common destiny. It was written in the gaze of a charismatic man that Steve met a few months before, at Reading festival, after Samson's gig, for offering him an audition for entering Iron Maiden.

 

"I will come to the audition and I will be Iron Maiden's singer. Now let's don't waste time, and let's talk about what's gonna happen next".

 




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