Time Machine III: Nirvana
18 novembre 1993, Sony Studios, New York, U.S.A.


Articolo a cura di Pamela Piccolo - Pubblicata in data: 18/11/16
Nella seconda metà degli anni ‘80 Aberdeen è una località sconosciuta e in pieno sviluppo commerciale della contea di Grays Harbor (Washington). Kurt Cobain vi si annoia e la lascia quindi prima per Olympia, capitale dello stato, e poi per Seattle, città che mai ebbe tanta popolarità sennonché per essere diventata, nel corso degli anni a venire, mecca del grunge. Figlio del punk rock e dell'hardcore punk di inizio anni ‘80, il grunge è una breve parentesi tra gli anni 1988 e 1994 nota per avere soverchiato e confuso l'industria discografica verso quei gruppi hair metal che avevano dato un imprinting alla decade precedente. Genere musicale in primis, stile di vita in secundis, esprimeva la fiducia apparente in un mondo perverso contro il quale è difficile lottare. Figlia dell'interesse, la comunità grunge è al servizio delle generazioni che contano. Tuttavia è libera di creare, di andare, di peccare e di distruggere, soprattutto è libera di essere e non unicamente di apparire. 
 

Sulle celebrazioni del "Do It Yourself" i Nirvana hanno inconsapevolmente creato un genere - non un movimento con annesso manifesto come lo fu il punk dei The Clash - a seguito del quale si sono ritrovati a essere il punto di riferimento per una intera generazione di adolescenti anticonvenzionali e anticonformisti, apatici e ai limiti dell'alienazione, mossi da passioni e ideali come qualsiasi altro comune ragazzo all'infuori di Seattle. Il peso della condizione di portavoce della Generazione X, cucito dai media sulle spalle di Cobain, ha reso sin dal principio il componente dei Nirvana più fragile di quanto già non fosse. La libertà dal dolore e dalla sofferenza del mondo esterno che Kurt cerca da tutta una vita trova ampio sfogo nei testi e nelle musiche della band che contribuisce a creare. Egli è parte di una minoranza senza prospettive la cui rabbia e frustrazione si riflette a sua volta nella musica dei Black Flag. Prima di sfondare, prima di passare dai cubicoli underground all'audience di massa. Con le sole passione e autenticità, Kurt Cobain ha dato voce a un pubblico che vedeva il dolore e la confusione della propria vita rispecchiarsi nella sua musica. E proprio una lunga coda di giovani attende Cobain, Kirst Novoselic e Dave Grohl fuori dai Sony Studios di New York il 18 novembre 1993. Questa sera i Nirvana registreranno il live MTV Unplugged in New York.

 

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Per la prima volta alle prese con un set acustico, Kurt è nervoso. In astinenza da eroina e teso con la produzione per le voci secondo cui MTV avrebbe preferito un personaggio del calibro di Eddie Vedder o di Tori Amos "o Dio sa chi altro" e per la scelta della band di non proporre hit radiofoniche all'interno della propria scaletta, in alcun modo Kurt si adegua alle regole del format televisivo. Dopo aver chiesto la predisposizione di un ambiente adeguato al suo stato d'animo, distaccatamente e con una certa freddezza, Kurt raggiunge il suo posto sul palco. Il modo in cui saluta i partecipanti a tale show renderà l'idea dell'atmosfera sulla base della quale l'intero concerto fu, crediamo, pensato.

 

Con le persone cui Kurt vuole bene sedute nelle prime file, i Nirvana attaccano "About a Girl". Non ci meravigliamo se immediatamente ci vengono i brividi. L'emozione è talmente alta che non ci rendiamo conto di essere di fronte a una celebrazione. I drappeggi rosso rubino, i tappeti, i lampadari di cristallo, le candele nere e i numerosi gigli rasentano la messa in scena dell'Io più intimo. "Come un funerale", fu pronunciato dalla produzione nel dietro le quinte. Occhi lucidi, sorriso finto e cicca alla bocca.

 

Lori Goldston e Pat Smear, rispettivamente violoncello e nuova chitarra dei Nirvana, arricchiscono il trittico musicale composto da Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl. Krist alla fisarmonica apre la cover dei The Vaselines "Jesus doesn't want me for a Sunbeam", la cui musica squisitamente orecchiabile reinterpreterebbe un popolare inno cristiano per bambini la cui musica venne scritta intorno al 1900. Ma Kurt sceglie di rivisitare il brano alla maniera dei The Vaselines. La seconda delle sei cover che i Nirvana reinterpreteranno questa sera è la title track del terzo album del Duca Bianco, "The Man Who Sold The World" (1970). Scritta da un David Bowie alla ricerca di quella parte di sé in grado di farci comprendere chi siamo, ecco una similitudine con Kurt Cobain in corsa verso la propria pace interiore. Il sentiero di Cobain è l'impasto di una sofferenza che non riesce a non lievitare e nella veste solista in cui esegue "Pennyroyal Tea", e i fari sono puntati esclusivamente su di lui, la sua è una voce rotta dalla stanchezza ("I'm so tired I can't sleep").

 

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Sono esattamente la stessa canzone "Dumb" e "Polly" per un Cobain, nonostante tutto, vivo. Vivo nella sua magrezza, nel suo timbro talvolta strozzato, più che mai nella sua efferata debolezza. Non ci importa se mantiene lo sguardo basso e ligio, se non spezza la barriera invisibile tra lui e i presenti. Stiamo assistendo a uno spettacolo unico. Sapevamo lo sarebbe stato. Raggiungiamo dunque un maggiore grado di profondità con "Something in the Way", messa a nudo dell'autore delle sue liriche. È al termine della proposizione di questa traccia che Kurt si lascia andare a un sorridente scambio di battute con Krist, finché non è tempo della tripletta "Plateau", "Oh Me" e "Lake of Fire", tre brani targati Meat Puppets che accompagneranno i Nirvana in qualità di special guests alla chitarra. I Nirvana sono andati in tour con i Meat Puppets prima della registrazione dello spettacolo cui stiamo assistendo e hanno insistito con la produzione di MTV per averli ospiti, questa sera. Un saldo legame si creò tra le due band; Curt Kirkwood sentì una vicinanza spirituale con Kurt Cobain che gli scaldò il cuore. Possiamo vederlo, il cuore di Kurt. Aperto e ferito alla stregua di un luogo asciutto da chiamar casa e alla individuazione di un posto ove far riposare le ossa.

 

Si apre il primo di due momenti dediti alla richiesta da parte della band di qualche encore ai fan seduti nella sala circolare dei Sony Studios. "All Apologies" non segue, come da scaletta pre-impostata, alcun desiderio del pubblico, così come non lo segue il pezzo di chiusura "Where did you sleep last night?", reinterpretazione di un brano folk di fine Ottocento tramandato da generazioni, quindi proposto anche dal bluesman Leadbelly. A detta di alcuni la versione di Cobain sarà definitiva. È proprio in questa traccia, infatti, che la massiccia dose di dolore che sta quotidianamente consumando Kurt fuoriesce. Il supplizio dell'essere parte di un meccanismo che disprezza e che non può ribaltare trova sede nella urla strazianti del refrain di "In the Pines", che ci congelano in poltrona.

 

La puntata riservata ai Nirvana dalla serie tv di MTV "Unplugged in New York" è iniziata glacialmente per terminare in maniera vulcanica. L'anima di Kurt ha subìto un exploit. Come i poli terrestri, ha fatto ricongiungere le due estremità della sua storia con un linguaggio essenziale, minimalista e diretto. Passano in secondo piano i brevi vuoti di memoria, le mani battute e le corde pizzicate fuori tempo. Restano invece l'elettricità e l'intensità che al tempo stesso hanno riempito la sala e inebriato tutti i partecipanti alle registrazioni di quello che ricorderemo essere il più toccante concerto dei Nirvana. - "Whatever you saw, that's what you got".




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