Solo il cielo sapeva cosa stava accadendo
Led Zeppelin I e la nascita dell'epopea hard rock


Articolo a cura di Paolo Stegani - Pubblicata in data: 12/01/19
"Qualcuno deve contribuire a creare le antiche leggende."

                                                                                                Charles M. Schulz


C'è stato di tutto, solo un anno fa. Se non fosse per l'aiuto del calendario si potrebbe pensare sia passato un secolo. Tutta questa voglia di passare i confini si è trasformata in qualcosa di visibilmente complicato, ma se non altro di straordinariamente innovativo. Perché è complicato modificare la propria vita, figuriamoci quella di tanti, di tutti. Si può dire anche che ce l'abbiamo fatta, facendo tanto e facendo di tutto. Si è fatta la rivoluzione, qualsiasi cosa voglia dire. Ma il '68 ormai è passato ed ora è il '69. Non basterà il capodanno a separarcene, ma è innegabile che sia almeno cronologicamente un periodo diverso.

 

Se ti chiami Robert Plant ed è il ‘68, hai 20 anni. Sei un ragazzo già sposato e tua moglie è incinta. Le strade di West Bromwichm ti offrono con provocante generosità la possibilità di lavorarle da mattina a sera, perché bisogna pur mangiare. Da ragioniere già assunto a manovale il passo è stato piuttosto breve. Quando arriva l'ora di staccare ritagli a fatica momenti della tua meritata gioventù come cantante in questo o quel locale. Fino al mese di maggio di quest'anno sei stato frontman di un piccolo complesso chiamato "The Band Of Joy", il cui nome dice già tanto del tuo modo di vestire, credere, pensare, nonché attrazione fissa del Middle Earth di Londra. Ti vorresti cantante. Per tua fortuna c'è qualcuno che vuole la stessa cosa e sta venendo a prenderti. Questa volta è il mese di agosto e si dà il caso che il tuo futuro chitarrista, accompagnato dal suo non ancora ex collega Chris Dreja e dall'ex manager Peter Grant, ti stiano ascoltando dal vivo. Proposta, riflessione. Un weekend assieme, stretta di mano. È il caso di portarsi appresso il grande amico John dato che manca il batterista. Si sta chiudendo una porticina. Deo gratia.

 

Se ti chiami Jimmy Page ed è il '68, già in molti sanno fare lo spelling dei tuoi nome e cognome all'interno del music business. Sei un turnista di successo. Hai già goduto del privilegio di sbirciare nel mondo delle classifiche con una purtroppo (per te) discendente parabola chiamata Yardbirds. Amico di un certo Clapton, collega di un certo Beck finchè c'è stato l'equilibrio per tenere nello stesso pollaio due simili galli. Hai collaborato con Them, Brenda Lee, Lulu & The Luvvers, Dusty Springfield, un ancora defilato Rod Stewart. La lista di nomi è lunga e pare vi trovi spazio anche quello delle Pietre Rotolanti, per quanto non siano mai stati concessi ai comuni mortali maggiori accenni a riguardo. Il 7 luglio di quell'anno (non so se mi spiego, proprio il 7 luglio) si è tenuto l'ultimo concerto ufficiale degli Yardbirds. È ora di ripartire e John Baldwin, in arte John Paul Jones, è senza dubbio un ottimo punto di partenza. Perché non seguire il consiglio di Terry Reid? C'è un tale che dicono sia grandioso davanti al microfono.

 

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Se sei un appassionato di rock ed è il '68, ne hai già viste di tutti i colori, o meglio ancora sentite di ogni. Eppure ti aspetta uno sconvolgente episodio di cronaca nera, dove meno te lo aspetteresti, fra la folla di un pubblico. E dopo quella sera comincerai ad accorgerti che c'è tanto altro dietro una sola nota, anche più di quanto non si vorrebbe, più di quanto sarebbe lecito aspettarsi. A maggior ragione potrai urlare ancora più forte che "Non Riesci Ad Ottenere Soddisfazione". Sta arrivando un'onda non arginabile di centinaia di migliaia di persone, in quella che rimarrà la più bella inondazione umana e culturale del ventesimo secolo, che si consacrerà come il Festival per antonomasia. Tutto questo verrà dopo, non per importanza ma per una pura questione temporale e nel frattempo tu non hai, perché non puoi, la minima idea di cosa ti stia per arrivare nelle cuffie. Magari passavi nei pressi del Madison Square Garden, data imprecisata del dicembre 1967, ed ora puoi vantare di aver sentito la prima embrionale versione di un futuro classico chiamata semplicemente "I'm Confused", in una jam live targata Yarbirds e Young Rascals. Ma è un lusso di pochi. La sala prove in una minuscola stanza sotto un negozio di dischi ed una grezzissima "Train Kept A' Rollin", una copertina innocentemente raffigurante una tragedia, l'ira e lo sdegno di una nobildonna inglese. È quanto serve perché possa venire alle stampe il primo dei tanti colpi di scena di un anno musicalmente irripetibile. È il 12 gennaio. E pensare che fra solo 18 giorni i quattro di Liverpool saliranno sul tetto...

 

Raccontata così sembra quasi semplice. La concatenazione di eventi, date, canzoni e stati d'animo che portarono alla nascita del Dirigibile prende in prestito l'assoluta linearità tipica delle grandi gesta. Moderni Romolo e Remo dai capelli cotonati, Page e Plant spinti dal vento sbattono l'uno contro l'altro e fondano la Roma del Sound, prima capitale di un impero in rapidissima espansione. Questo è il bello: è esattamente ciò che avvenne. Certo, in una forma notevolmente più fluida, umana e naturale di come è stata riassunta poche righe fa, ma solo perché ciò che successe è divenuto poi memorabile non significa vi sia dietro un'odissea. Le cose capitano, gli incontri avvengono, e per nostra grandissima fortuna le band, persino una come questa, nascono dal nulla. Ci sarà spazio nei 12 anni seguenti per il sogno ed il mistero, componenti fondamentali della compagine hard rock britannica. Il bello è proprio notare come qualcosa di tanto straordinario possa esser nato in un solo giorno, in una stanza, perché l'amico ti ha suggerito di parlare con quel tizio piuttosto che con quell'altro. Che poi si tratti di un irripetibile scherzo del destino, tutti d'accordo.

 

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L'obbligatoria e naturale analisi che fin oggi è stata fatta di questo capolavoro chiamato nella più semplice delle forme possibili "Led Zeppelin I" comprende tutti gli aspetti umanamente riconoscibili, da quello sonoro a quello storico a quello emotivo. L'ultimo citato ha il pregio di essere facile da maneggiare. Ognuno sa dov'era e cos'hanno significato per lui i due micidiali colpi di chitarra all'inizio di "Good Times / Bad Times". Ecco il primo esempio di ritmo sincopato uscito dalle mani di John Bonham, il primo assolo di Page, già fuori dai canoni tradizionali poiché impreziosito dal suono di un amplificatore Leslie tendenzialmente destinato a tutt'altro strumento quale l'organo Hammond. Ecco Plant ed i suoi primi rabbiosi vocalismi su cui tanto, il lead singer, vorrebbe al giorno d'oggi poter rimettere le mani (con la voce di 50 anni fa): "Se fossi stato meno intimorito, sarebbe stato molto meglio per me. Avrei fatto le stesse canzoni con lo stesso fraseggio però meglio [...] Non sapevo se c'entravo davvero. Ma il repertorio di quell'album, e come abbiamo suonato, è tutto grande." Difficile commentare, difficile soprattutto concordare. Sorprende come il primo volo, in quella stanza, in quell'ottobre '68, avesse già chiarito una rotta precisa, non modificabile, attraverso cieli colmi di piombo: pesanti i riff, gli assoli, gli arrangiamenti, l'intenzione con cui ciascuno di essi venne ideato e realizzato. Tutto dannatamente pesante, ma nonostante ciò fluttuante ad altezze vertiginose.

 

"Ed eccoci, immediatamente. Una sensazione indescrivibile", dice Page nel 2003 ripensando a quel giorno. Bastò l'accenno di "Train Kept A' Rollin'", brano di Yardbirdsiana memoria, a creare una nuova forma di oscenità ancor più sfacciata delle smorfie di Jagger o dell'assolo coi denti di Hendrix, considerando quanto ad essa contribuissero per la prima volta quattro differenti componenti sonore, una più talentuosa ed impattante dell'altra. La maestosità del primo Zeppelin risiede ancor prima che nelle doti compositive e di esecuzione nell'aver creato una dimensione musicale totalmente innovativa, di cui nemmeno lo stesso Page avrebbe saputo forse trovare capo e coda se non ci avesse pensato il fato (o quello che preferite) a crearne le condizioni di realizzazione. Non credo che Anne Bredon, o Joan Baez, avrebbero mai potuto immaginare una simile versione di "Baby I'm Gonna Leave You" (così come d'altronde nessun altro), e tanto meno credo che Muddy Waters fosse consapevole dell'intrinseca scandalosità ingabbiata nella sua "You Shook Me" di soli 7 anni più anziana. Tre di quelli che potrebbero tranquillamente essere nove esempi, uno più valido dell'altro, soprattutto se poco più in là ci aspetta un assolo di chitarra eseguito con arco di violino. Inutile tornare sulla grandezza della tracklist così come voler tentare di formulare leggi scientifiche o qualsivoglia dogma su cosa effettivamente renda "Led Zeppelin I" quello che è. Sarebbe come voler spiegare come facesse Michael Jordan ad eludere la legge di gravità.

 

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Estrapoliamo il concetto, intangibile come tutti i concetti ma assoluto nella sua rigidità, che "Led Zeppelin I" è l'amalgama suprema di tutto ciò che il Rock'N'Roll era stato fino a quel momento e, venghino signori venghino, di tutto quello che sarebbe stato dopo. Con il solo non trascurabile dettaglio che, non me ne voglia il talentuoso leader dei Greta Van Fleet, un grido terrificante ed intenso quanto quello di Plant non lo udiremo mai più, neanche dopo il più tremendo dei delitti. Non torneranno le lucidissime masturbazioni chitarristiche dell'impreciso e per questo svogliatamente autentico Jimmy Page, le melodie penetranti di un polistrumentista unico nel suo genere qual è Jones, o le fragorose cavalcate del batterista migliore di tutti i tempi, chiamato lassù forse per insegnare come si creano tuoni di prima qualità. Soprattutto, non torneranno mai tutte assieme, in una minuscola stanza sotto un negozio di dischi, a spingere al massimo il Treno Che Continua A Muoversi. Ed ecco che quell'unicità che caratterizza la loro intera carriera, presente per sorpresa nostra e credo anche loro già nel primo lavoro in studio, cosa tutt'altro che scontata, non può che andare a porre il nome Zeppelin più in alto di qualsiasi altro.

 

Provate ora a considerare la storia del rock togliendo la pennellata colma di colore di "Led Zeppelin I". È senz'altro un bene ed un terribile spavento fissare gli occhi sulle dimensioni dello spazio vuoto che una tale mancanza provocherebbe nelle pagine che hanno succeduto quella pubblicata 50 anni fa nella giornata di oggi. Non si parla di gusti, di gradimento o mancato tale. Il mondo è bello perché vario, ma qui, repetita iuvant, non è una questione di (tutte ugualmente valide) opinioni. Gigante in un decennio di giganti, l'importanza del dirigibile in fiamme e delle sue 9 tracce si impone dal primo istante come un fatto storico quanto lo è l'assassinio di Cesare, la scoperta dell'America, Da Vinci che dipinge la Gioconda. Ed il fatto che siano bastate 30 ore in sala di registrazione e 1782 sterline totali per scrivere uno dei più succosi capitoli del grande Tomo del Rock'N'Roll è in piena regola uno di quegli aneddoti di cui le favole o i racconti storici riescono sempre a godere, non bastasse tutto quello che già possono vantare. Se leggenda dev'essere che lo sia in toto, sembrano ogni volta dire le circostanze. Se ne potranno poi abbellire ulteriormente le sfumature con immagini sognanti dettate dall'immaginazione, a storia consolidata e quindi piuttosto facilmente. È pratica comune: successe con l'Iliade dal singolo protagonista, qui ne abbiamo addirittura quattro. Vorremmo tutti aver sbirciato dalla finestra che si affacciava su quella stanza, ammesso ci fosse, per accorgerci che nasceva qualcosa di più dell'ennesima rock band di provincia.

 

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La rapidità con cui l'album è stato progettato, eseguito e desiderato rende naturalmente "Zep I" la più concreta e credibile testimonianza di quello che effettivamente aleggiava nell'aria di quella primissima jam. Nella vita si ricordano sempre le prime volte e questa è di nome e di fatto una di esse. Per tutti. "Led Zeppelin I" rimane testimonianza sonora dell'ennesimo ma impensabile ponte costruito nell'Era dei Ponti, in durissimo granito, indistruttibile collegamento fra quello che prima era spettacolo e divenne poi pura sensazione, sul calco della lontana tragedia greca: autentico e pulsante groove, con quel tocco di misticismo che non aleggiava dalla notte in cui Robert Johnson strinse forte la mano del diavolo. Primo assaggio di un concetto ancor meglio definito nel capitolo successivo della favola Zeppelin, già da qui prende coraggio il sussurro poi diventato grido: "aprite le mani, eccovi l'hard rock". Da "Good Times / Bad Times" ad "How Many More Times", oggi il Tempo così tanto citato da Plant aggiunge a questa già ricchissima epopea la propria pesante componente. Finisce il disco e comincia quindi la scrittura di questo speciale. Prendendo in prestito le parole di Eve Kendall: "Non discuto mai d'amore a stomaco vuoto".

 

"Chi sapeva dove saremmo finiti?"

                                                                                               (Robert Plant)

 




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