Il '77 alternativo
Quindici album che, 40 anni fa, sopravvissero alla furia iconoclasta del punk


Articolo a cura di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 31/12/17
Solennizzati alla stregua di topica congiuntura per l'esplosione del punk, i dodici mesi del 1977 furono contraddistinti da un'effervescenza creativa in grado di gettare le basi di un'inedita temperie musicale. Gli albori della new wave, il consolidarsi delle intelligenti bizzarrie elettroniche, la riscossa del rock autoriale, il declino del prog: generi che si confronteranno con la rivoluzione in atto, rielaborandone spesso le novità, rigettandole in toto con una regressione in un temporaneo appannamento, tenendo testa stoicamente e con successo alle ansie anarcoidi del periodo. In una selezione che non intende certo essere esaustiva, sono stati presi in considerazione delle release rilevanti per molteplici aspetti: se la scelta  di escludere opere del peso di "Low" di David Bowie e "Lust For Life" di Iggy Pop risponde alla necessità di valutare un solo album per ciascun artista o band al fine di avere un assortimento maggiormente esemplificativo, l'omissione di "Rumours" dei Fleetwood Mac o "Out Of The Blue" degli Electric Light Orchestra va di pari passo con la consapevolezza che i dischi compresi nello stringato elenco posseggano requisiti simbolici superiori rispetto ai prodotti testè citati. Non per forza i migliori dunque, più semplicemente un pugno di LP scampati al terremoto di un anno sconvolgente.
 
 
"Animals" - Pink Floyd
 
animalsUn maialino, Algie, vola sulla Battersea Power Station alla periferia di Londra: l'eccitazione politica di Roger Waters investe i potenti, gli arrivisti e il popolo servile mediante la raffigurazione metaforica di cani, porci e pecore. Se il cotè testuale si aggancia alla "Fattoria Degli Animali" di George Orwell, musicalmente il disco si presenta ossuto e ruvido: "operaio", secondo Nick Mason. Anticipato da due colossi quali "The Darkside Of The Moon" (1973) e "Wish You Were Here" (1975), "Animals" si qualifica come una sorta di risposta al punk imperante che additava i Pink Floyd tra le esimie personalità della vecchia dirigenza rockettara: in poche parole magniloquenti e pomposi. L'offensiva senza peli sulla lingua e sugli strumenti di "Dogs", "Pigs" e "Sheep" accende le luci di una rabbia sincera: gli inglesi rispondono per le rime.
 
 
"Before And After Science" - Brian Eno
 
before_and_after_science_brian_enoUn ponte che salda passato e futuro per un Brian Eno in pieno fermento artistico: "Before And After Science", scrigno contenente dieci brandelli assemblati e decostruiti da perfetto cuoco di bordo, risente positivamente della stretta collaborazione con David Bowie nella Trilogia Berlinese e getta uno sguardo omnicomprensivo sulle traiettorie sperimentali di fine decennio. Circondato da un parterre di assistenti di prim'ordine (Phil Manzanera, Robert Fripp, Paul Rudolph, Moebius e Rodelius, Rober Wyatt) l'autore britannico spazia in direzioni aventi come minimo comun denominatore filosofico la logica applicata all'arcano. La paranoia di "Backwater", l'occulta "Kurt's Rejoinder", il pessimismo di "Through Hollow Lands", la palingenesi di Spider And I" dipingono un quadro bifronte che non sfigurerebbe in una pinacoteca multimediale e post-moderna: tecnologia spietata e umanista.
 
 
"Heroes" - David Bowie
 
heroesdavid_bowiePrima che il Duca Bianco mettesse piede nella maestosa Meistersaal di Berlino, luogo che ospita ancora oggi gli Hansa Tonstudios, la stanza aveva assorbito una significativa parte di storia. Sin dalla sua apertura nel 1912, lo spazio rivestito di legno ospitò recital di musica da camera, gallerie d'arte espressioniste e banchetti nazisti, divenendo emblema delle alleanze culturali e politiche della capitale tedesca nel corso del XX secolo: sfondo suggestivo per la registrazione di "Heroes", lavoro che fa dell'armonizzazione dei contrasti la raison d'être della propria grandezza. Le pietanze ambient di Brian Eno e le virtuose diavolerie di Robert Fripp si inseriscono in un contesto speculativo gravido di disumane visioni avveniristiche e viscerali scintille di sudore: il perfetto passepartout per il nuovo millennio, con la decadente traccia eponima sugli scudi e la strumentale "Neuköln" in rampa di lancio per esplorazioni lunari da Belle Èpoque.
 
 
"Let There Be Rock" - AC/DC
 
1200x630bbNon c'è dubbio, si respira ancora aria di blues, tuttavia "Let There Be Rock" principia la fase del duro martellare dei fratelloni australiani: gagliardi, veloci, più ruvidi che mai, frustano meravigliosamente le trombe di Eustachio. La leggendaria copertina può fregiarsi con pieno merito della nomea di classico: l'immagine degli AC/DC in concerto in cima a una roccia con la luce che attraversa le nuvole e si concentra su Young, mentre i fan artigliano la superficie come il bordo di un palcoscenico, ne potenzia l'assalto. E a parte alcuni punti deboli, l'album è un continuo andirivieni di vertigini su una panoramica in rotazione, forte di un titolo che non lascia adito a malintesi. L'intro fulminante di "Go Down", la serrata "Dog Eat Dog", i trecentosessanta secondi dell'anthemica e divulgativa "Let There Be Rock", la sfrontatezza di "Whole Lotta Rosie". Angus si aggira con le gambe sollevate da terra, torna in piedi quando il ritmo rallenta, riprende l'attacco fino alla conclusione; intanto Bon Scott gigioneggia senza eguali. Il Vangelo del rock'n'roll.
 
 
"Love Gun" - Kiss
 
kisslovegun"Love Gun", sesta uscita, incluso un live, dal 1974, non si situa a un livello apicale nella produzione degli statunitensi, ma resta importante dal punto di vista storico in quanto ultimo colpo di coda con la formazione originale fino alla reunion del 1996, oltre che ottimo battesimo vocale per Ace Frehley degno compagno, nel canto, di Simmons, Stanley e Criss. La cooperazione col fidato Eddie Kramer contribuisce a levigare leggermente le asprezze del sound a vantaggio di concessioni melodiche che forniscono alle canzoni un'aura catchy e meno irruente. Nell'incostanza generale non mancano riusciti cavalli di battaglia: dal fraseggio iniziale di "I Stole Your Love" alle piacevoli linee di basso di "Plaster Caster", dall'assolo di "Almost Human" alla divertente "Tomorrow And Tonight", consapevole reminescenza di "Rock And Roll All Nite". Con "Love Gun" che spicca travolgente sul resto: i Kiss, fuoriserie in perenne accelerazione, non rallentano, neanche nei guadagni.
 
 
"Marquee Moon" - Television
 
imageson7h1dsbAcid rock, jazz, neopsichedelia: i Television scavalcano il sovvertimento irriverente miscelando l'amore per il beat dei sixties con la nascente sensibilità new wave: "Marquee Moon" si caratterizza per il connubio tra dissonanza e melodia, con il pregio di un tocco fresco e flessibile, percorso dagli incontri stridenti delle chitarre, protagoniste indiscusse della strumentazione del combo originario di New York. Se "See No Evil" gode di una cadenza asimmetrica e dell'ugola refrattaria di Tom Verlaine ("Destructive urges / It seems so perfect"), "Venus" e "Prove It" esibiscono un'indole zuccherina e malinconica, mentre in "Elevation" le sei corde cedono lo scettro alle lugubri pulsioni del basso di Fred Smith. Il flusso della title-track e la drammatica "Torn Curtain" chiudono un opus fondamentale per l'eterogeneo sviluppo sonico durante i lustri seguenti: le urla di mille uccelli in una notte di luna piena.
 
 
"Motörhead" - Motörhead
 
motorheadSebbene molta musica estrema affondi le proprie radici nel punk e nella NWOBHM, forse nessuna band ne ha influenzato la genesi come i Motörhead. Ironia della sorte Lemmy considerava la sua creatura una propaggine più dinamica di Jerry Lee Lewis, Little Richard e Chuck Berry. Dopo la parentesi targata Hawkwind, da cui venne licenziato in seguito all'arresto subito a Windsor, in Ontario, per accuse di possesso di droga, Kilmister non si scompone: era abituato a correre rischi e andare controcorrente. Varie peripezie precedono la formazione del nuovo gruppo comprendente Eddie Clarke e Phil Taylor: "Motörhead" ne rappresenta l'esordio, tutt'altro che straordinario, pessimamente registrato e con pochi brani davvero da ricordare. L'anfetaminica title-track, la confusione creativa di "Lost Johnny", il blues rock sporco e maledetto di "Iron Horse / Born To Lose", la cover stradaiola di "The Train Kept A-Rollin" ostentano però quelle potenzialità che di lì in poi sarebbero deflagrate: i prodromi della leggenda.
 
 
"News Of The World "- Queen
 
queennewsoftheworld"News Of The World" resta forse la fatica maggiormente sottovalutata dei Queen, soprattutto in relazione all'importanza accordata a prove successive di qualità inferiore. A partire dallo splendido artwork, ispirato dalla fantascienza anni ‘50 ed eseguito da Frank R. Freas, la collezione si ricorda soprattutto per i pezzi di eccezionale fortuna posti in apertura, ovvero "We Will Rock You" e "We Are The Champions". Tuttavia la granitica "Sheer Heart Attack", la ballata "Spread Your Wings", il bluesy di "Sleeping On The Sidewalk" e l'hard rock di "It's Late" rappresentano al meglio, a differenza delle due opener, la capacità di Mercury e soci di rispondere in maniera proficua alle provocazioni dei Sex Pistols, intessendo un lavoro che agli inni commerciali affianca piste selvatiche e spontanee. Arrangiamenti ridotti all'osso e barocchismi inesistenti per un LP che permise alla Regina di resistere alla tempestosa centrifuga del '77.
 
 
"Pink Flag" - Wire
 
images_01Brevità e sottrazione: i Wire rimuovono l'accessorio, concentrandosi sul resto. Il punk costituisce esclusivamente lo scheletro: pionieri nell'illustrare e circoscrivere con maturo acume critico i limiti palesi dei figliocci eversivi di Chuck Berry, i londinesi confezionano ventuno canzoni in trentasette minuti, agendo con piglio metodico e istintivo. "Pink Flag" racchiude essenzialità e raffinata esplorazione avant-garde, con un Colin Newman dallo spiccato accento cockney e immobile dinanzi al microfono che condensa energia e leggerezza: ironia e indagine linguistica supportano testi mai banali e inclini alla miniatura formale. La maniacale "Reuters", gli accordi aperti di "Ex Lion Tamer", l'implosiva "Lowdown", la precisione sillabica di "106 Beat That", i vagiti hardcore di "12XU": spigolosità e classe per una raccolta scarna e incisiva. Joy Division, Minor Threat e Pere Ubu sentitamente ringraziano.
 
 
"Rattus Norvegicus" - The Stranglers
 
rattus_norvegicusthe_stranglersI The Stranglers si dimostrano da subito professionisti perspicaci: superficialmente influenzati dal radicalismo dell'epoca, anticipatori delle fisime della new wave, legati a un malleabile universo progressive, incrociano codici dissimili creando uno stile unico e immediatamente riconoscibile. L'unicità di "Rattus Norvegicus" risiede nella contemporanea capacità di aggredire e ammaliare: un approccio tenue e acuminato, variopinto biglietto da visita per un esordio spiazzante in grado di orientare finanche l'iconografia del dark movement seriore. Il ruolo delle tastiere si rivela fondamentale al fine di screziare una proposta sì parzialmente debitrice dei The Doors da music hall, nondimeno attento agli stimoli vicini: il cerimoniale scattante di "Sometimes", l'essenzialità nervosa di "London Lady", il pop sofisticato di "Peaches", l'enfasi di "Ugly" costellano una preziosa nomenclatura di graffiante velluto. Patti Smith li vorrà con sé in tour: i topi qualche volta si tingono d'arcobaleno.
 
 
"Street Survivors" - Lynyrd Skynyrd
 
street_survivorslynyrd_skynyrdSettantadue ore dopo la pubblicazione di "Street Survivors" un aereo si schianta nel Mississippi: il full length che attesta i Lynyrd Skynyrd quali esponenti di punta del southern a stelle e strisce si trasforma nel triste canto del cigno di un memorabile ensemble. Il leader Ronnie Van Zandt, il talentuoso Steve Gaines, sua sorella, la corista Cassie, muoiono sul colpo, mentre i membri del gruppo subiscono gravi ferite: la cover, che esibiva i musicisti assediati dalle fiamme, viene modificata e, sull'onda emotiva della tragedia, il long playing assurge a elevati picchi di vendita. Meno arrembanti del solito, i sette di Jacksonville pervengono a un lucido equilibrio compositivo amalgamando coerentemente blues, country e folk. La celeberrima "What's Your Name", il chorus indimenticabile di "That Smell", la mesta "One More Time", la fumosa "Ain't No Good Life": l'eredità sudista di un'infelice epopea.
 
 
"Suicide" - Suicide
 
suicidesuicideSullo sfondo di una città immensa e disturbante, nel mezzo di un nichilismo che annienta e di un corteo funebre che stordisce, la degenere unione della voce psicotica di Alan Vega e dei martellanti synth di Martin Rev generano "Suicide", degradata bibbia della solitudine contemporanea: un congerie di pezzi immersi in un tritacarne elettronico che sbriciola rock'n'roll, blues e rockabilly in un recipiente carico di nefasti sussurri e oppressive pause autodistruttive. Sofferenza, dolore, alienazione: note dannate e minacciose, deturpate nella struttura tradizionale, traboccante di feedback e lancinante minimalismo. La lascivia tossica di "Cheree" e "Keep Your Dreams" si alterna alla fumettistica veemenza di "Ghost Rider" e alla claustrofobia di "Rocket U.S.A.": brani messaggeri di angosce metropolitane che culminano nella sfibrante e disperata caduta di "Frankie Teardrop". Cupi bagliori all'ombra della Grande Mela.
 
 
"Talking Heads: 77 "- Talking Heads
 
77_talking_headsFrutto concettuale, sardonico, affilato: "Talking Heads: 77", bignami delle frenesie di una Big Apple bacata, rappresenta la sintesi del pensiero urbano di David Byrne, padrone assoluto delle Teste Parlanti. Fondendo ritmica funk e attitudine dance, l'artifex scozzese rinuncia all'abusato no future, preferendo piuttosto utilizzare le armi del sarcasmo e del cinismo cerebrale: un'umanità divorata da demenziali manie e scadente imitazione di se stessa, megalomane e capricciosa, diviene bersaglio del pungente sound di una band non ancora condizionata da allucinazioni luciferine. Il manifesto ossessivo-compulsivo di "Psycho Killer" testimonia l'autocompiacimento di un quartetto che in seguito dilaterà notevolmente la dimensione intellettuale: i trattamenti sintetici di Brian Eno, in linea con lo spirito razionale del progetto, renderanno glaciali gli acerbi motivetti di un prologo dal titolo profetico.
 
 
"The Idiot" - Iggy Pop
 
the_idiot_iggy_popNel luglio 1976, Iggy Pop e l'ex Ziggy Stardust, nel mezzo di disintossicanti tappe in giro per l'Europa, si chiudono in uno studio d'incisione noto come Château d'Hérouville, appena fuori Parigi, per dare vita a "The Idiot", debutto solista dell'iguana dopo lo scioglimento dei The Stooges e un periodo trascorso in un centro di igiene mentale. Un album esito di inquietudini e redenzioni, in cui distaccati sintetizzatori e ritmi elettronici di sapore berlinese vengono cuciti da Bowie sulla pelle dell'iguana per una serie di brani robotici ed esangui: spettrale Roquairol in automatico incedere, Osterberg attraversa percorsi accidentati da poète maudit dagli occhi pesti. Dal funk futurista di "Nightclubbing" alla cronaca apocalittica di "Funtime", dal sinuoso Oriente di "China Girl" alla dolente ricerca cibernetica di "Dum Dum Boys": le nevrosi dell'esistenzialismo mitteleuropeo ridotte a marionette semoventi di cabaret post-atomici.
 
 
"Trans Europe Express" - Kraftwerk
 
trans_europe_expresskraftwerkI Kraftwerk, padrini del krautrock, con "Trans Europe Express" si spingono oltre i confini di "Autobahn" (1974): le vibrazioni ottenute dalla definitiva entrata dei sequencer e dei campionatori nell'attrezzatura tecnica dei tedeschi influenzerà in maniera indelebile le forme espressive collocabili tra gli anni '70 e '80, dal synth pop degli Ultravox alle astrazioni dei Devo e a una discreto segmento di avanguardia che tramuterà il mood elettronico di Hütter e Schneider nella marziale smania post-industriale tipica degli eighties. Trance meccanizzata per un lungo viaggio nella frammentata Europa della Guerra Fredda, attraverso ritrovamenti di identità perdute, tentativi di rinascita e balletti weimariani: la pirandelliana "The Hall Of Mirrors", l'ottimismo di "Endless", la danza macabra dei manichini di "Showroom Dummies", la sinfonica "Franz Schubert" costituiscono l'elegante compendio di una global-art fredda e incalzante.

 




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