Sound Storm: il track by track di Vertigo
Addentratevi con noi nella profondità della spirale!


Articolo a cura di Marta Scamozzi - Pubblicata in data: 21/11/16
Le porte per il mondo di "Vertigo" si sono socchiuse in più occasioni negli ultimi mesi e coloro che già hanno avuto l'occasione di addentrarsi nel mondo custodito dai Sound Storm non ne sono usciti indenni. Attraversare "Vertigo" è infatti come attraversare le miniere di Moria: ci si fa largo tra le insidie di un universo oscuro e sconosciuto con la consapevolezza che, una volta fuori, la luce sarà ancora più calda e la speranza più viva. L'artwork in copertina, opera di Gustavo Sazes, è un perfetto assaggio di ciò che attende l'inconsapevole viaggiatore in procinto di accedere a questa totalizzante realtà parallela: una spirale dorata e ingombrante che si perde verso un ignoto affascinante, che attira fino all'orlo del precipizio in preda all'urgente esigenza di guardare oltre. Badate bene, queste righe non vi sveleranno i segreti di quella dimensione una volta per tutte. La magia che la caratterizza è tanto percepibile fin dal primo ascolto quanto indescrivibile a parole. Tutto ciò che possiamo fare noi è prendervi per mano e tentare di guidarvi in questo incredibile viaggio.
 
Vertigo

La title track è un'introduzione strumentale all'opera: i suoi settanta secondi danno un assaggio dell'aura che sommerge Vertigo. La ricercata sinfonia che la domina permette all'ascoltatore di scorgere qualche confuso elemento al di là di essa. Si tratta più che altro di vaghe visioni, dettate dall'atmosferico gioco degli strumenti. Poche, timide note di pianoforte, l'assoluto protagonista nel minuto e dieci di canzone, sono poi raggiunte dagli archi in sottofondo. Sul finale, i toni si sciolgono e si atterra nella nuova, misteriosa dimensione.

 

The Dragonfly

Ci si rialza, spaesati, e ci si addentra in un turbine di ricordi scanditi dal ritmo incalzante del doppio pedale, mentre la triste voce di Gabriel, alla fine della prima strofa, introduce il problema che farà da cornice all'intera vicenda: "I forgot myself, my love, all my days; I killed my world in order to win". Il primo singolo estratto (che potete ascoltare qui) è una traccia diretta, in cui gli elementi sinfonici sono limitati ma sapientemente dosati. Si tratta di un pezzo statico: ben costruito, certo, ma volutamente irrisolto. La voce è caratterizzata da una certa coerenza emotiva, che riflette la scettica condizione mentale del Gabriel di inizio opera. La strofa è dominata da una linea power metal dove insistenti chitarre, sostenute dalla batteria, la fanno da padrone. La peculiarità della canzone si evince sul finale, grazie all'armonia di voci che apre un intermezzo strumentale anticipato da un sognante parlato in italiano. A questo punto, si intuisce l'imminente metamorfosi.

 

Metamorphosis

L'insistente chitarra che introduce la terza traccia fa da una linea orchestrale decisa e potente: il metal progressivo sbuca da dietro le quinte. Il registro si eleva ed emerge insistente il tema principale dell'album, incastonato in uno dei suoi ritornelli più orecchiabili cantato da un coro robusto: "Because I Want To Survive, Because I Want To Survive..." Gli elementi corali dominano tutta la canzone; si tratta di voci sovrapposte, per lo più femminili, che rimandano ad un mondo extraterreno. Si parte con una strofa dalle sonorità semplici e piacevoli per giungere, verso la fine, nella parte più intricata della canzone, caratterizzata da un carattere più elettronico e virtuosismi di tastiera. I martellanti riff, insieme alla batteria, la rendono una delle canzoni più immediate

 

Forsaken

Il percorso ingarbugliato di "Vertigo" continua con quella che è una delle canzoni migliori dell'album. L'apertura totalizzante è volta a catturare anche il più arido tra gli ascoltatori: essa è lasciata alle risolute pennate sulle corde di chitarre distorte, che introducono dolci ma decise note di pianoforte. L'ecletticismo della tecnica vocale è impressionante. La voce, che gioca tra diverse frequenze e gradi di potenza, è la perfetta manifestazione dello struggente conflitto interiore raccontato tra le righe di "Forsaken": "There is something I cannot reach, The clouds hide it, I'm still here waiting for the sun...". Proprio a causa dei refrain strumentali, e dei cori ripetuti, l'ascoltatore ha l'impressione di trovarsi intrappolato con Gabriel nella struttura circolare di Vertigo. Seguire i riff incalzanti e monodirezionali sembra l'unica via d'uscita possibile.

 

Original Sin

La quinta traccia è una ballata malinconica dominata dalle nostalgiche note di pianoforte. La complessità musicale che ha dominato l'album fino a questo punto lascia adesso spazio ad un'armonia più semplice, definita dalla delicatezza degli archi e occasionalmente arricchita dalla prosperità vocale. Complice anche il particolare uso delle tastiere, "Original Sin" risulta essere una delle canzoni in cui la voce di Fabio Privitera viene maggiormente valorizzata: il rimpianto per una storia d'amore distrutta a causa di egocentrismo e ambizione emerge tra le righe in modo discreto ma evidente. Il protagonista assoluto della quinta traccia è il testo, la cui importanza aumenta grazie al tono relativamente soffuso della musica. Pesanti note di piano aprono lentamente un malinconico, struggente lamento d'amore: "Love me / draw me/ handle the colors of the world / I was grey inside before you" . Man mano si avanza nelle strofe, si sommano multiformi ingredienti a costruire un corpo coeso e consistente. Con l'avvicinarsi del ritornello la rabbia crescente della voce è accompagnata dalla distorsione delle chitarre mentre i cori sono, anche qui, una presenza fissa volta a tenere viva la sensazione di trovarsi in un limbo incantato.  

 

The Ocean

Si riescono a distinguere chiaramente le onde dell'oceano, disegnate dai maestosi archi che galoppano in terzine. Sembra di vedere anche quel cielo dalle cui nuvole, in lontananza, risuonano decine di voci intrecciate in lontananza. Il martellante doppio pedale, seguito a ruota dai riff, accompagna la risacca sul bagnasciuga, sormontando una linea vocale tagliente ed estremamente precisa. Anche qui, come in "Forsaken" e nella traccia precedente, la voce si diletta tra diverse tecniche all'interno della strofa ed esplode limpida e pulita nel chorus e nel pre-chorus descrivendo fedelmente un forte contrasto interiore: "Ocean tell me what's my core / the lifekeeper since the birth / through the waves / I will be the one". Colpisce subito il conflitto tra gli stralci di un scream sussurrato che si alternano in mezzo alla limpidezza della linea vocale prevalente. L'intera canzone è fortemente definita dagli strumenti musicali: sembra che la voce, in effetti, non sia altro che un elemento passivo in balìa dei flutti.

 

Spiral

Si tratta di un brano strumentale che ha la funzione di separare due diversi capitoli di "Vertigo": la confusa, struggente ricerca interiore è seguita da un'amara ma rassegnata presa di coscienza. Questo passaggio si definisce chiaramente proprio attraverso questa traccia, che comincia con un tranquillo pianoforte e diventa man mano più complicata, concludendosi con un esaustivo assolo di chitarra arricchito da tastiere elettroniche. Lo spannung si raggiunge, anche in questo caso, con elementi corali che sembrano provenire da uno spazio e un tempo lontani.

 

Gemini

Le ultime, timide note del pianoforte della precedente "Spiral", apparentemente suonate con noncuranza, richiamano l'introduzione di questa ottava traccia dominata da un giro di tasatiera coinvolgente e ripetuto, che ricorda la melodia di un carillon. Forse per il particolare uso della voce, forse per la spiccata musicalità del piano in contrasto con la martellante chitarra, la struttura di "Gemini" pare simile a quella di "Forsaken". Chitarra e batteria subentrano prepotenti al delicato pianoforte giusto in tempo per sostenere una linea vocale che, nella strofa, rimbalza tra una melodiosa trasparenza e una roca aggressività. Il tema della redenzione dal peccato domina i versi di entrambi i pezzi; anche se nella presente la presa di coscienza è piú forte, e traspare dalle righe un barlume di speranza: "Twins, under the mercy of fate / together as the first day". Verso la fine fa capolino un nuovo intermezzo strumentale, ricorrente elemento dell'album, in cui domina la tastiera.

 

Alice

E' l'inizio della fine, o la chiusura dell'inizio. Un rito di passaggio, una porta per un'altra dimensione. L'armonia definita da una profusione di strumenti musicali prende per mano l'ascoltatore e inizia a restituirlo alla realtà, dopo quell'ora abbondante di viaggio in una nuova dimensione. Non ci sono chitarre, non ci sono batterie, non ci sono bassi né pulite linee vocali. C'è però un rumore di passi, accompagnato da cori senza tempo, che sommergono quello che rimane della parte strumentale: pochi elementi orchestrali di sottofondo, sistemati in leggero crescendo. L'ascoltatore è riaccompagnato su, verso il mondo conosciuto; nello stesso modo in cui era stato scaraventato verso il basso dalla title track.

 

The Last Breath

Si torna coi piedi per terra. Come tutti i finali, la sensazione che essa lascia in bocca è dolce amara: un misto di pacifica risolutezza e struggente delusione, caratteristiche che da sempre definiscono l'esperienza degli esseri umani. Il protagonista del concept, a mente lucida, fa i conti con se stesso e il viaggio appena sperimentato: "Story, that's my story... All my goals and failures took me here". Chitarre corpose e malinconiche ne dominano l'apertura, disegnando un'armonia che torna a più riprese, decisa, lungo tutta la canzone. Il ritmo della batteria è semplice ed estremamente erudito mentre l'atmosfera di spaesamento è mantenuta grazie alle molteplici sfaccettature create dalla tastiera. La linea vocale si introduce discreta ed imbocca un crescendo che esplode nel ritornello, dominandolo completamente in tutta la sua maestosità. Anche in questo caso è presente un intermezzo strumentale il quale, dapprima flebile, esplode poi  imponente, guidato da una melodia variopinta. Esso si scioglie nell'ultima strofa, padroneggiata da chitarre impazzite, una forsennata cavalcata di basso e una batteria martellante. La tensione si esaurisce tra le ultime note, dove l'incantato mondo di "Vertigo" si congeda una volta per tutte dall'ascoltatore: "Fly, touch the sky, spread your wings / live far away, far away..."  

 

 




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