Sanremo: le sue radici e quel che resta del Rock
Calato il sipario, rimane la Canzone Italiana, ancora in cerca di sÚ


Articolo a cura di Davide Iannuzzi - Pubblicata in data: 20/02/18

Tra gossip, selfie & VIP da red carpet la sessantottesima edizione del Festival della Canzone Italiana entra di diritto nel palmarès degli ascolti. Sarà stato il carisma del tridente conduttivo (Baglioni, Hunziker, Favino), sarà stata la spinta mediatica a foraggiare la spasmodica attesa popolare che da sempre accompagna gli artisti al tanto agognato palco dell'Ariston, sarà stato il solito effetto sponsorizzante di una formula ancora funzionale - e forse per questo mai svecchiata - che accosta i protagonisti della canzone d'Autore alle star internazionali in una sorta di matrimonio tra brand, fatto sta che la media di ascolti registrati di 10 milioni 108 mila, pari 51,1% di share è stata la migliore dal 1999 quando il Festival fu condotto da Fabio Fazio con Renato Dulbecco e Laetitia Casta. E' tuttavia il picco di share registrato nella quarta serata con il 61% ad istigare qualche riflessione sulle generali abitudini di consumo del ‘prodotto musica' di italiani e non quanto sulla reale consistenza e identità della Canzone d'Autore.

 

E' stato infatti il rock a marchiare a fuoco il quarto appuntamento, quello che ha regalato al palinsesto un respiro tutto internazionale con ospiti di primissima fascia e che forse non serve neanche citare. Che la qualità assoluta del cantautorato made in Italy sia confinata altrove? Va riconosciuto che la città ligure si sia lasciata baciare dal cupo disfattismo di Tenco quanto dal surrealismo popolare di Modugno a cui sono ascrivibili pagine di autentica storia. Ma latitano tuttavia l'astrazione metaforica di De Andrè con il suo dichiarato rifiuto alla competizione, il teatrantismo di Gaber, il politicismo anarchico di Vasco al netto di una sua ‘spericolata' apparizione, il monologo ‘vero' di Jannacci quanto, bisogna ammetterlo, le istanze giovanili fatte di acne e amori patinati del primo Baglioni che ora trova riscatto con vento in poppa e mani al timone. Nella città dei fiori non solo fiori, ma anche fior di riff con i Decibel di Enrico Ruggeri a tutto rock sul palco dell'Ariston e il chitarrista Midge Ure degli Ultravox al loro fianco. Un brano che omaggia il Duca Bianco, il suo distacco dalle logiche del bieco consumismo e dello star system di basso profilo.

 

Eppure Sanremo nel corso della storia ha esercitato un irresistibile appeal proprio sui più autentici blasoni del rock. Si può ricordare una triplice apparizione di Tina Turner tra il 1979 e il 2000, Bon Jovi nel 1988 quando cantò "Wanted Dead or Alive" inondando il pubblico con assoli e chitarre a doppio manico, lo stesso anno i New Order e Rod Stewart che poi tornò nel 1993, i Cranberries nel 2012. Ma anche Kiss, Peter Gabriel, Bruce Springsteen, U2, Oasis, Joe Cocker, REM, Paul McCartney, Queen e lo stesso David Bowie. La cronaca del Festival è appannaggio di altri media, come il rock non lo è più di una di uno spontaneo e sovversivo movimento generazionale come cantavano gli Who di "My Generation" ma di una più imborghesita elite che guarda con maggiore attenzione al gusto estetico. Ma la storia insegna anche che l'estetica obbedisce alle convenzioni della moda, quindi al mercato così come a ben precise formule di co-marketing risponde la formula dei duetti tra le star. Alla sapiente strategia delle partnership con magistrale attuazione dei performer Baglioni e Nannini, insieme in una rivisitazione rock di "Heidi" preferiamo rendere omaggio al ‘nostalgico' racconto di Red Canzian, solista forse un po' di retroguardia e onesto cittadino di un rock che non sarà mai troppo autentico, ne a Sanremo, ne altrove oltre gli effetti del colonialismo subito nei migliori anni.




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