Pandemic!
Thrash metal e dintorni in tempi di Covid19


Articolo a cura di Matteo Poli - Pubblicata in data: 21/07/20

Per la maggior parte di noi che affolliamo l'Occidente oggigiorno, una pandemia è essenzialmente un fatto imprevisto; fulmine a ciel sereno, difficilmente si ritiene qualcosa nell'orizzonte dei possibili eventi. Un po' come una rivolta razziale nella apparentemente civilissima America. Persino gli scienziati, "nuovo clero" del nostro millennio (la citazione è a "The New Priesthood" dei Dark Angel), si sono fatti trovare a brache giù. Se avessero chiesto a un qualsiasi thrasher di qua o di là l'Atlantico o del Pacifico invece, probabilmente avrebbe risposto che le strade ribollono rabbia, la pandemia era nell'aria, l'apocalisse è sempre dietro l'angolo e che ci sono almeno una sessantina di album thrash/death (per non parlare dei singoli brani) negli ultimi trent'anni, incentrati su un'epidemia prossima ventura che decimerà la nostra specie. Sì, vabbè - direte giustamente voi - ma nei dischi di questi generi succede di tutto. Death: Leprosy. Slayer: Epidemic. Per non parlare dei Pestilence. Ora la pandemia si è improvvisamente materializzata nella realtà, prendendo ognuno di sorpresa. Tranne i thrasher, che l'epidemia se la portano dietro da sempre. Non sarà un caso che in molti lavori NWOTM pubblicati in questo momento difficilissimo per lo spettacolo e la musica, con tour e concerti annullati in tutto il mondo, eventi rinviati a data da destinarsi, album in attesa ai box di partenza e mercato discografico semiparalizzato, campeggino sulla cover personaggi col viso scarnificato (Surgical Strike) o letteralmente esploso (Shrapnel), o coperto da una pesante maschera (Warbringer, Reactory, Holycide, Toxical Holocaust), con il corpo in via di disintegrarsi (Havok). Come se non bastasse la pandemia, da aprile le città americane sonno messe a ferro e fuoco da scontri tra polizia e manifestanti. Sarebbe fuori luogo iniziare così, parlando di covid e rivolta sociale, non fosse che anche il mondo della musica pesante ha dovuto fare i conti in diversi modi con la situazione; Chuck Billy, tanto per dire, ha contratto il virus e ne è uscito vivo. In questo cataclisma, vero stavolta e non più solo immaginato come nei dischi metal, alcune thrash band hanno dato alle stampe un manipolo di album violenti e travolgenti, spesso rivolti all'indietro, all'Età d'Oro del Thrash di metà anni '80 ma anche con zampe ben affondate nella New Wave del Terzo millennio, e capaci di imprevedibili scatti in avanti, verso le buie nebbie del futuro.

 

In queste righe, intendiamo offrire da un lato una panoramica esauriente di quanto ha visto la luce negli ultimi sei mesi, cercando però anche di tracciare una classifica provvisoria del 2020. Prenderemo in rassegna band note o notissime, vecchi serpenti sotto nuove pelli, ma anche band meno note o appena esordienti; tra queste, alcune clamorose sorprese. Non parleremo di tutti, ma dei più significativi. Infine, daremo brevemente conto di alcune realtà emergenti e periferiche, spesso autoprodotte, ma non per questo meno intriganti e corrosive. Pronti? Via!

 

 

bondedcoverBonded, Rest In Violence, Century Media, 17 gennaio

 

 

Il 17 gennaio, un mese e mezzo prima che il virus dilagasse in Italia e in Europa, vengono pubblicati due album d'esordio che, a livello diverso, hanno qualcosa da dire sui tempi che corrono. Il primo è l'atteso "Rest in Violence", esordio dei Bonded.
Questi ultimi, nati nel 2018 a Dortmund, in Germania, sono la band formata dal chitarrista Bernd "Bernemann" Kost e dal batterista Markus "Makka" Freiwald, entrambi ex Sodom. Nel gruppo figurano anche il cantante Ingo Bajonczak proveniente dagli Assassin, il chitarrista Chris Tsitsis, prima nei Destroy Them, e il bassista Marc Hauschild, ex Tauron. «Ci siamo lasciati alle spalle un lungo ed intenso periodo, ma ora siamo molto orgogliosi e lieti di annunciare che la band firmato un contratto con Century Media. Abbiamo investito molto tempo e lavoro con passione in questo progetto e ora continueremo il viaggio insieme ad una realtà forte e importante».
I Bonded innestano su un old school solido e poderoso l'attitudine di chi ha macinato per bene la lezione dei Nineties e tende a ricapitolare l'eredità di un certo thrash in apparente deriva dei tempi; certi lavori di Overkill, dei  Coroner, degli Exodus, dei Grip Inc. più ancora che dei Sodom. Sulla perizia e il gusto di esecuzione, insomma, non si discute e l'ingrediente deutch picca al punto giusto, con tendenza all'anthem trascinante. Spicca la cavalcata blackened "Suit Murderer", in cui la vocalità di Ingo evoca un Lemmy straziato da morsi cannibali; la mazzuolata "Rest in Violence" con featuring di Bobby ‘Blitz' Ellsworth degli Overkill e di Christian ‘Speesy' Giesler, ex bassista nei Kreator; "The Rattle & The Snake" con inserto di armonica e la suggestiva "GalaxyM87". Punti deboli del lavoro sono i pezzi più andanti, non tanto "No Cure For Life" quanto "The Outer Rim", in cui la vocalità altrove convincente di Ingo lo risulta meno e, in generale, una certa tendenza a rimanere nei sicuri lidi del passato. Lavoro solido, insomma, ma senza guizzi. 

 

 

sugicalstrikecoverSurgical Strike, Part of A Sick World, Metalville, 24 gennaio


Vecchi leoni che ruggiscono ancora, tedeschi di Hannover e della bassa Sassonia, i Surgical Strike sono esistiti dal 1993 al '96 come band della scena power speed locale ed hanno diffuso alcune demo senza riuscire a sfondare davvero nel mercato discografico. Il loro nome richiama quello di un videogioco di metà anni '90, "Surgical Strike", uno sparatutto su rotaia. Scomparsi per diversi anni, si sono riformati nel 2014 - cioè a 20 anni suonati dagli esordi - e hanno deciso di virare decisamente al thrash dando alle stampe "V - II - XII" e "Part Of A Sick World" che li consacra definitivamente alla scena NWOTM. Quello dei Surgical Strike è il caso tipico di una band che ha faticato ad emergere in un periodo di forte deflazione del genere thrash come gli anni dopo il '93, ma che sta cavalcando egregiamente l'onda ormai lunga dell'odierna ripresa del genere. Il lavoro delle chitarre è davvero valido e convincente, grondante com'è di echi all'Old School; senza rinunciare alla componente speed delle origini, il lavoro è una bella raffica mortale, dal mid spintissimo di "Failed State" alla divertente "Politicians", con botta e risposta alla Municipal Waste tra singer e band, alla riuscita e coinvolgente title track. Limite della band è forse non avere ancora messo a punto un sound davvero personale, da cui deriva un gusto forse eccessivo della citazione e del pastiche, ma nel complesso il disco fila ed è divertente, leggero sì, ma pesante come un carico di carbon coke su un piede. Scintilla la conclusiva "The Breed" innervata com'è di afflati epici.

 

annihilatorcover_01Annihilator, Ballistic, Sadistic, Silver Lining, 24 gennaio

Merita una menzione, ma non molto di più, l'ultimo lavoro degli Annihilator, in apparenza marmorizzati nell'eterna riproposizione di se stessi, solo sempre un po' più veloci e con sempre meno novità in vista. Di loro si è già parlato, ribadiamo solo qui il giudizio già espresso, nella speranza che la band in futuro sappia produrre album del livello e originalità dei loro esordi, lasciandosi dietro prove così dimenticabili.

 

 

 

 

 

 

  

sepulturacover Sepultura, Quadra, Nuclear Blast, 7 febbraio

Sulla band originaria di Belo Horizonte, non intendiamo dilungarci in quanto già se ne è diffusamente parlato. Aggiungiamo solo a quanto già scritto, che date le molte influenze anche lontane dal thrash che la storica band brasiliana sa fondere nel proprio calderone, il loro risulta uno degli album dal sound più vario, ricco, personale ed innovativo tra quelli ascoltati in questa prima metà del 2020 e davvero ci auguriamo di poterli rivedere presto su un palco.

 

 

 

 

 

 

mindtakercoverMINDTAKER, Toxic War, Mosher Records, 24 febbraio

Portoghesi, figli illegittimi di band come Anthrax prima maniera, S.O.D., Nuclear Assault e i più recenti Municipal Waste, posseduti dallo skate e con nelle orecchie ancora il riverbero degli Exploited, con il loro esordio "Toxic War" i Mindtaker offrono un crossover thrash fedele alla tradizione del genere. L'originalità non è dunque tra le loro prerogative, ma tale limite risulta ampiamente compensato da grinta, attitudine, buona tecnica e una gran voglia di far saltare tutti dalle loro fottute sedie per pogare come pazzi. Il loro non è certo un thrash d'ascolto (ma esisterà poi?) quanto piuttosto da mosh, da zuffa sotto palco, da ettolitri di birra, da teste vuote ossa rotte, da stage diving. Musica da combattimento, insomma, con echi di Dan Lilker al basso. Un esordio di tutto rispetto per una giovane combo che merita di essere seguita. Arrichito dalla bella cover di Louis Sendon, inciso ai Golden Jack Studio di Coimbra, l'album è stato stampato in sole 500 copie ma è reperibile in formato digitale tramite l'etichetta della band, la Mosher Records.

 

totalannihilationcoverTOTAL ANNIHILATION, ...On Chains Of Doom, Czar of Crickets Productions, 27 febbraio

I Total Annihilation sono formazione di stanza a Basilea, Svizzera. Total Annihilation è un videogioco strategico in tempo reale degli anni '90, che ha per tema una guerra tra due fazioni irriducibili e armate fino ai denti. Nati nel 2006, hanno già realizzato, attraverso svariati cambi di line-up, due album in studio ("84" del 2010 e "Extinction" del 2012) ed un live ("A decade of thrash damnation" del 2018). Il 27 febbraio esce il terzo belligerante capitolo "...On chains of doom" per la Czar of Crickets.
Influenzati dagli Slayer, dal death (e dai Death, in particolare) e dal thrash teutonico i Total Annihilation pestano, e pestano duro, come dimostra subito la gragnuola di "Reborn In Flesh". Come i Mindtaker, i Total Annihilation mettono a punto un sound da combattimento, grezzo ma capace di apici, come il finale di "Falling Fast", "Tunnelratten" o la title track, o il blastbeat in "Iron Coffin". Nel complesso però la band non ha ancora raggiunto un grado di maturità tale da consentirle un'identità precisa e, nonostante i pezzi singolarmente siano piacevoli, il gioco nel full-length un po' mostra la corda: i 7 e rotti minuti di "Dead Souls" nicchiano, anche quando impenna in velocità. Efficace comunque la resa sonora e gustosa la cover dell'album.

 

grindpadcoverGrindpad, Violence, Iron Shield Records, 21 marzo

Molto amati dalle frange più fondamentaliste della NWOTM, olandesi di Utrecht, attivi dal 2006 con diversi EP, pubblicano il primo full-length "Violence", focalizzato su un tema con evidenza prediletto: squali assassini volanti all'attacco dei natanti sulle spiagge e belle signorine armate di sega elettrica che li fanno a pezzi. Basta uno sguardo alla cover per capire con chi si ha a che fare: dei veri folli di speed thrash che snocciolano un rosario di violenza in 11 capitoli. Senza guardare troppo per il sottile, i Grindpad si impongono nella loro semplice brutalità tra le sorprese più rancidamente succose di questo periodo, soprattutto se si gode lo spasso dei testi. Anche per loro, originalità e varietà non sono prerogative ma il divertimento è assicurato.

 

reactorycoverReactory, Collapse To Come, F.D.A. Records, 27 marzo

Berlinesi attivi dal 2010, i Reactory con "Collapse To Come" siglano il terzo e migliore full lenght della loro carriera. Punto di forza del lavoro, assieme ad una furia nel suonare che non viene mai meno, è il maturato songwriting e la perdurante capacità di mettere assieme riff e anthems granitici che non escono più dalla testa, se non si corre ad esorcizzarli sottopalco. Apprezzabile la capacità, propria dell'old school ma poco diffusa nella NWOTM che predilige l'assalto in velocità, di costruire midtempo o downtempo inesorabili come schiacciasassi. Brani come "Misanthropical Island", "Drone Commander" vi perseguiteranno giorni e notti e, sebbene andare per il sottile non sia precisamente la specialità dell'act, riff di basalto e anthems al vetriolo non lasciano come trovano e fanno perdonare singoli episodi meno convincenti. Nel complesso, l'album funziona alla grande.

 

 

testamentcoverTestament, Titans Of Creation, Nuclear Blast, 3 aprile

 

Non si è fatto a tempo a scoprire che Chuck Billy si era ammalato ed era poi guarito dal covid, che la band decideva di dare alle stampe l'atteso "Titans Of Creation", album intriso di una forte vena autocelebrativa e che ribadisce, se fosse necessario, il gold standard raggiunto dalla band nei lavori del Terzo millennio, almeno da "The Formation of Damnation". Anche di questo album si è diffusamente parlato. Qui aggiungiamo solo che a distanza di un paio di mesi e di numerosi ascolti si conferma uno dei lavori più riusciti dell'ultima parte della carriera della band e di questo 2020.

 

wartoothcoverWartooth, Programmed Dichotomy, indipendente, 9 aprile

Originari di Brisbane, Australia, gli Wartooth sono il prodotto "fatto in casa" delle fatiche dei fratelli Ando e Wally Knappstein che si dividono equamente le parti: basso, chitarra e voce Ando, batteria e cori Wally. In attività dal 2013 con alterne pause e riprese, il loro "Programmed Dichotomy" ha i pregi e le sprezzature di un lavoro d'esordio. Old school senza eccedere, veloci ma anche sapientemente lenti quando vogliano, non lesinano nel riffing e nei cambi. Particolarmente apprezzabile lo stile urlettato e folleggiante del singer, che fa così tanto fine Eighties. Si tratta del loro primo full-length, dopo un EP del 2016 e un singolo nel 2017 e nonostante tutti i limiti della produzione indipendente, ecco un gioiellino che lascia intrevedere future meraviglie. Brani come "Scourge", "Sabotage", "Venomhead" e "Benevolent Destroyer" innestano su una precisa stagione del thrash, ovvero fine Ottanta/primi Novanta - di band come Forbidden, Dark Angel, DBC, Mekong Delta, Deathrow e le loro strutture complesse - su un impianto NWOTM, in una sintesi assai convincente. Anche per loro vale in quanto scritto sui Reactory: puntano sull'efficacia del riff, certo, ma anche sulla varietà e sullo sviluppo armonico (che non disdegna fughe degne di band lontane dal thrash duro e puro come gli Iced Heart) più che sulla velocità parossistica, e il loro sound cresce e si struttura ascolto dopo ascolto. Meno immediati di altri ma anche meno facilmente "consumabili" ed etichettabili, gli Wartooth alla loro prima prova importante non sfigurano a fianco a nomi celebri. Limite del lavoro, ma perdonabilissimo in un esordio autoprodotto, è forse un'eccessiva tendenza a stipare ogni spazio vuoto di riff e soluzioni a ruota continua, senza la moderazione (ma ha senso questa parola nel thrash?) di valorizzare l'inventio - qui spesso dispersa e dispersiva - con un'accorta dispositio, come fanno i veterani. Ad ogni modo, tanto di cappello. Quest'album ha tutta l'apparenza di essere stato meditato a lungo; bisognerà vedere se, una volta scritturati da un'etichetta come auguriamo agli Wartooth, sapranno produrre al ritmo più serrato che talvolta il contratto discografico impone. Corona il tutto la gustosa cover di "Slave To The Grind" degli Skid Row, idoli hard rock fine '80.

 

divinechaoscoverDivine Chaos, The Way To Oblivion, Evil EyE, 24 aprile

Band inglese del Berkshire, i Divine Chaos dopo aver pubblicato un EP nel 2007, sono rimasti al pitstop fino al primo full-length del 2014 "A New Dawn In Tha Age Of War"; preparato da un manipolo di singoli che lasciavano ben sperare, esce il 24 aprile il seguito "The Way To Oblivion". Questo lavoro, e in generale lo stile della band, ha il pregio di saper fondere aggressione, tecnica indiscutibile ed un solido songwriting. Non ci troviamo davanti ad una band clone ma dotata di personalità, che guarda con gusto alla tradizione e la reinterpreta. Che, una volta tanto, non scivola nel groove a scapito del thrash, ma tiene quest'ultimo al centro del discorso musicale, usa il primo per potenziare e dare dinamica al secondo, come nella non immediata trama ritmica dell'opener "Suicide Salvation". La citazione, nelle loro mani diventa presto rielaborazione personale, come con "Ride The Lightning" in "Upon The Shrine" che a metà corsa spicca il volo verso lidi del tutto autonomi.
La ritmica la fa da padrone anche in "Serpent Words" e se è assodato che la band non punta ad essere "la pistola più veloce del West" punta invece al lavoro di fino, al passaggio curato, al solo di gusto, alle dinamiche e all'originalità degli stacchi. Inoltre, sebbene non veterana, l'act si mostra capace di giocare con gusto e sagacia le proprie carte sulla lunga distanza del full lenght.

 

warbringercoverWarbringer, Weapons Of Tomorrow, Napalm Records, 24 aprile


Questa band non ha forse bisogno di presentazioni; californiani, attivi dal 2004, negli ultimi dodici anni, gli Warbringer hanno pubblicato cinque album ribollenti dividendo il palco con star come Megadeth, Testament, Obituary, Napalm Death, Exodus, Suffocation, Overkill, Arch Enemy, Kreator e moltissimi altri, creandosi un seguito fanatico che già li ha incoronati a leader della New Wave. Passati di recente dalla Candlelight alla più prestigiosa Napalm Records, via il bassista Jesse Sanhez e dentro Chase Bryant gli Warbringer sono entrati in studio a gennaio per incidere la sesta lor fatica, la migliore. Il singer John Kevill spiega: «" Weapons of Tomorrow "contiene due brani già ascoltati in precedenza," Firepower Kills "e" Power Unsurpassed ", che ora compaiono su disco in una forma nuova e potenziata. "Firepower Kills" riguarda l'avanzamento della tecnologia delle armi. La scienza moderna è uno strumento estremamente potente e la specie umana deve essere molto cauta sul suo uso. Questa canzone esamina gli ultimi 100 anni di progressi scientifici nel campo degli armamenti e si domanda: "dove conduce tutto questo?" Musicalmente, è un vero e proprio colpo di fulmine e il riff principale "si evolve" in tutto il brano come l'arma nei testi. ».
Gli Warbringer si collocano con forza tra le prime posizioni della nostra classifica ideale, dando alle stampe il riuscito "Weapons Of Tomorrow", che li consacra alla raggiunta maturità compositiva, dotato com'è di un frizzante songwriting in stato di semigrazia. Gli Warbringer sono una band controversa, divisiva: c'è chi considera i loro album freddi e fatti un po' troppo a tavolino, chi invece gli incensa come capifila incontrastati della New Wave. Senza dubbio, la band merita plauso perché, in tempi ancora non sospetti (2004), ha avuto il coraggio di porsi tra le prime posizioni di un manipolo di band folli e sconsideratamente violente nel sound, riportando a splendore un genere finito un po' nel dimenticatoio. Non che il precedente "Woe To The Vanquished" non avesse già fatto sognare mezzo mondo del thrash, ma è davvero raro un disco che fonda attitudine grezza ed esecuzione impeccabile. Insomma, noi gli Warbringer non li troviamo per nulla freddi. I tre vertici del loro stile sono l'assalto frontale di "Firepower Kills", "Black Hand Reaches Out" col suo midtempo di affilata ossidiana, e il quasi melodic black di "Heart Of Darkness"; evidente l'ambizione di offrire un'efficace sintesi nella versatilità di uno stile. La release funziona come un meccanismo ad orologeria, dal primo all'ultimo pezzo, senza una sbavatura o nulla al posto sbagliato, dall'alternanza di affondi e fughe di "Crushed Beneath The Tracks" al morso di solenne rabbia di "Defiance Of Fate" e via lungo le altre tracce, con la scioglievolezza della gelatina di tritolo. Da consumare a orecchie sanguinanti.

 

havokcover Havok, V, Century Media, 1 maggio

In un'intervista di luglio 2018 con Sonic Perspectives, Sanchez ha dichiarato che gli Havok avrebbero "smesso di girare presto" e avrebbero iniziato a scrivere un nuovo album, che sperava sarebbe stato rilasciato entro l'estate del 2019. L'album, intitolato V, è stato pubblicato il 1 maggio 2020 ed è la prova del fuoco con il nuovo bassista Brandon Bruce. Si tratta di un lavoro estremamente ricco e versatile, che marca il punto esatto di crescita a cui è giunta questa act californiana, da sempre incline al tecnicismo ma non per questo sacrificata all'inventiva e alla potenza. "V" è vetriolo puro e possiede l'intima coerenza delle grandi release, assai più convincente del pur ottimo "Conformicide". Sembra che la band abbia conseguito finalmente quella attitudine diretta e al tempo stesso curatissima negli arrangiamenti che gli Havok inseguivano da tempo. Senza dilungarci oltre, rimandiamo senz'altro alla recensione. 

 

shrapnelcoverShrapnel, Palace For The Insane, Candlelight Records, 15 maggio

Per chi ancora non li avesse ascoltati, gli Shrapnel sono una band inglese, originaria di Norwich e attiva dal 2009. Già di supporto ad act del calibro di Sepultura, Exodus, Death Angel, Suicidal Tendencies, Sacred Reich, Voivod, Destruction, Xentrix e molti altri, i nostri hanno celebrato il loro decimo anniversario nel 2019 con il convincente EP "Decade Of Decimation".
Dopo aver firmato con la Candlelight Records (etichetta che costituisce spesso un trampolino di lancio verso le major), con due album apprezzati dalla critica da esibire sotto la cintura, gli Shrapnel si stavano preparando a mettere a ferro e fuoco l' Europa, a partire dal festival House Of Metal in Svezia, a Umeå, quando esplose la pandemia.
Ad oggi gli Shrapnel, che sono stati definiti "una elettrizzante lezione di violenza sonora a rotta di collo", sono la vera rivelazione di questo 2020; il loro sound appare così ricco e maturo da non sfigurare a fianco a grossi nomi. Derivano il loro da un tipo di proiettile per artiglieria, o per meglio dire dal nome del suo inventore, il tenente britannico Henry Shrapnel, che lo mise a punto nel 1784 e, perfezionato nel corso dei secoli in granata antiuomo, terrore della Grande guerra: all'atto dello scoppio scaglia a raggiera una rosa di schegge, munite talora di cariche incendiarie.
Certo, gli Shrapnel non sono esordienti, avendo all'attivo - come si diceva sopra - due ottime prime prove: "The Virus Conspires" (2014) e "Raised On Decay" (2017). Sebbene soprattutto questo ultimo mostri già uno scarto stilistico in avanti rispetto al'esordio, con "Palace For The Insane" i seguaci della NWOTM si trovano di fronte a un'evidenza: appena al terzo disco, gli Shrapnel la fanno già da padroni. Anzitutto per la maturità del songwriting, che si valuta a pieno solo dopo svariati ascolti, e distilla dalla collisione della furia esecutiva dell'act con la fresca vena e la chirurgica perizia esecutiva. Poi dalla capacità di fagocitare stimoli tanto dall'old school quanto dalla New Wave, amalgamandoli in uno stile originale e personale. Infine per la cura nella produzione del full lenght, dall'artwork rutilante, al suono, alla tracklist ben meditata. Spiace non averli potuti ancora vedere in azione dalle nostre parti, ma non è detto che in futuro...

 

Tempo è ormai di bilanci necessariamente provvisori, ma netti. Dopo averli presi in rassegna, proponiamo qui la nostra personale classifica dei migliori album di metà 2020 per quanto riguarda la NWOTM.

 

1) Palace For The Insane, SHRAPNEL
2) Titans Of Creation, TESTAMENT
3) V, HAVOK
4) Quadra, SEPULTURA
5) Weapons Of Tomorrow, WARBRINGER
6) The Way To Oblivion, DIVINE CHAOS
7) Collapse To Come, REACTORY
8) Part Of A Sick World, SURGICAL STRIKE
9) Toxic War, MINDTAKER
10) Programmed Dichotomy, WARTOOTH

 

Sarebbe interessante che anche chi legge stilasse la propria classifica personale e la condividesse nei commenti dello speciale. Magari ci sono album che ritenete ingiustamente ignorati, o altri troppo lodati. Ottimo: dite la vostra in fondo alla pagina.


Per concludere, un paio di significativi EP.
Il primo è lo split "Kreator, 666-World Divided/Lamb Of God, Checkmate" pubblicato da Nuclear Blast il 3 aprile in tiratura limitata. Mentre il secondo brano è il singolo apripista del nuovo full lenght dei LOG, pubblicato poco dopo, "666-World Divided" dei Kreator è composto e registrato in piena pandemia. L'uscita è significativa perché presenta fianco a fianco due dei cavalli di razza della scuderia Nuclear Blast, a sinistra gli alfieri old school del deutch thrash, a destra i più giovani paladini del groove metal.
Il secondo EP è "Civil Unrest" dei Machine Head, pubblicato il 17 giugno e dunque ultima release di questa prima metà del 2020. A trascinare l'EP è il singolo "Stop The Bleeding", anch'esso scritto e inciso in piena pandemia, con collaborazione a distanza del frontman dei Killswitch Engage e dedicata ai fatti di Minneapolis che hanno portato all'omicidio di George Floyd, alle proteste e agli scontri in tutta l'America per la da sempre irrisolta questione razziale. Concludiamo con questi due lavori brillanti che da punti di vista diversi danno il termometro del clima del nostro tempo, affrontando di petto due crisi che scuotono il nostro mondo, entrambe insidiose e potenzialmente autodistruttive, entrambe da debellare: il razzismo e la pandemia. La rabbia in musica interferisce sempre un po' col buio dei tempi che corrono.




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