Oasis - Supersonic
I primi arroganti anni della "migliore band del mondo" ritratti dal docu-film di Mat Whitecross


Articolo a cura di SpazioRock - Pubblicata in data: 25/11/16

Articolo a cura di Luca Barenghi

10 Agosto 1996.

 

Siamo a Knebworth, piccola cittadina di nemmeno 5,000 anime immersa nella verde campagna dell'Hertfordshire, a una quarantina di chilometri da Londra. Sono le prime ore del mattino quando una fiumana inarrestabile di gente si riversa in un gigantesco prato poco fuori città per accaparrarsi i posti migliori di uno degli eventi musicali più importanti degli anni '90. Quella sera, infatti, gli Oasis si esibiranno nel primo di due dei più grandi concerti all'aperto che il suolo inglese abbia mai ospitato. Dopo lo storico e vittorioso "Campionato Mondiale dei Pesi Massimi" contro gli acerrimi rivali Blur,  sarà questa doppietta live a consacrarli eroi indiscussi del Brit Pop, genere secondo alcuni al canto del cigno dopo anni passati in prima pagina. E' questo l'incipit e il punto di arrivo di Oasis: Supersonic, docu-film diretto da Mat Whitecross, regista di fiducia dei Coldplay (autore dei videoclip di hit come "Every Teardrop is a Waterfall", "Charlie Brown" e "A Sky Full of Stars") e prodotto da James Gay-Rees e Asif Kapadia. A questi ultimi si deve pure il pluripremiato "Amy", ovvero il monumentale lungometraggio biografico, vincitore del premio Oscar, che narra la tormentata storia della cantante R&B Amy Winehouse, ultima arrivata nel maledetto Club 27 (a cui appartengono leggende della musica come Jimi Hendrix, Janis Joplin e Kurt Cobain, tutte morte a 27 anni).

 

oasisknebworthpark. 

 

Il film ripercorre tra immagini, filmati inediti e interviste esclusive, ripescate dai suoi polverosi archivi, la vertiginosa scalata al successo della band dei fratelli Noel e Liam Gallagher, partendo dalla loro turbolenta infanzia nel grigio e piatto ambiente sottoproletario di Burnage, nella periferia di Manchester, segnata dall'amore incontrastato per la loro madre e il viscerale odio, covato dopo anni di soprusi, nei confronti del padre e dai loro primi approcci alla musica, rispettivamente come roadie della band indie rock Insipral Carpets e come cantante e frontman dei Rain, il nucleo embrionale da cui si svilupperanno in futuro gli Oasis. Una passione nata, secondo Liam, da due momenti "rivelatori": una martellata in testa da parte di uno dei bulli di una scuola rivale e un concerto degli Stone Roses nella natia Manchester nel 1988. Grazie ad un efficace mix di interviste e nostalgici resoconti da parte di tutti i membri della band formata, oltre che dai due fratelli Gallagher, anche da Paul "Bonehead" Arthurs (chitarra), Paul "Guigsy" McGuigan (basso) e dai batteristi Tony McCarroll e Alan White, il regista fissa in modo inequivocabilmente azzeccato la filosofia e l'obbiettivo della band di Manchester: quella di cinque ragazzi che non avevano nulla e volevano tutto e subito. Concentrandosi maggiormente sui primi anni di vita della band che vanno dall'entrata di Noel negli Oasis, nel 1991, passando per gli album-capolavoro "Definitely Maybe" (1994) e "(What's the Story) Morning Glory?" (1995) e i rispettivi e caotici tour in giro per il mondo (Inghilterra, Giappone e Stati Uniti) fino alla totale consacrazione con i due maestosi concerti di Knebworth, il film racconta in modo assai lucido il conflittuale rapporto tra i due fratelli-coltelli Gallagher, la loro reciproca invidia (di Noel per la "coolness" da frontman di Liam e di quest'ultimo per le capacità di songwriter del fratello maggiore) e le loro furibonde e leggendarie litigate che hanno infiammato le copertine di tabloid e riviste musicali inglesi per buona parte degli anni ‘90, il tutto contornato dagli inesauribili resoconti di concerti e nottate a base di Cigarettes & Alcohol, droga e camere di albergo rase al suolo: abitudini ormai troppo "old school" per le nuove generazioni di "rockers". Un film, quello di Whitecross, che non sposta alcun equilibrio per quanto concerne i giudizi contrastanti verso il gruppo: chi li adora e li ha sempre adorati, troverà altri elementi con cui accrescere il proprio amore per una band che, nel bene o nel male, ha scritto pagine di storia della musica. Chi li odia e li ha sempre odiati, invece, otterrà altri spunti con cui criticare una gruppo che, con la sua talvolta esagerata schiettezza e boriosità, che trapela ripetutamente dai continui voice-over e frammenti di interviste che si susseguono senza sosta durante tutta la pellicola, risultava a molti indigesta sin dai suoi esordi, come nel caso del controverso episodio dell'espulsione di Liam da un traghetto diretto ad Amsterdam per intemperanze, nel febbraio del ‘94. Una band che, a detta dei suoi stessi elementi, nonostante le sue continue sregolatezze e dissidi interni, è sempre stata attenta alla cura della propria immagine di "Bad Boys", di alfieri ribelli della working class inglese come riassunto mirabilmente dalla battuta fatta da "quello stronzo" di Noel all'allora neo-batterista Alan White, subentrato nel 1995, a Tony McCarroll: "Non m'importa se sai suonare o meno la batteria... L'importante è che tu abbia l'aspetto giusto!". Senza alcun uso di retorica o mezzi termini il regista ci offre lo spaccato di un gruppo che, autodefinitosi sin dal principio "The Best Band in the World", aveva messo sin da subito le proprie carte sul tavolo da gioco con la sua esplosiva miscela di genio, sfacciataggine e sregolatezza che lo avrebbe sì portato tra le vette più alte delle classifiche mondiali ma che anche, col passare del tempo, lo avrebbe trascinato verso il suo lento declino. Perché è questo quello che sono stati gli Oasis: una band che ha subito sfiorato il cielo con un dito ma che, una volta che il giocattolo del proprio business si è fatto troppo complicato e difficile da governare, non è riuscita a gestire il proprio successo e le continue intemperanze interne, cadendo in una lenta spirale verso la strada della rovina. Declino, apertosi ironicamente proprio nel post-Knebworth e confermatosi con l'album successivo a "Morning Glory", "Be Here Now", uno dei dischi più attesi di tutta la storia della musica inglese, verso il quale, tuttavia, la critica musicale si è soffermata più sulle vendite (è tutt'ora l'album più venduto in Inghilterra al suo primo giorno di uscita con ben 423,000 copie andate a ruba nelle prime 24 ore) che al contenuto e da cui il regista si è furbescamente tenuto alla larga per evitare di far perdere il ritmo ad una narrazione che funziona fin troppo bene nelle 2 ore attraverso le quali si snoda senza alcun intoppo.

 

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Quella rappresentata dagli Oasis è la colonna sonora di una generazione non ancora intaccata da internet e dalla sfilza di social network che gli sono giunti in coda e che appartiene ad un epoca in cui la gente si radunava ai concerti non grazie alle creazioni di eventi su Facebook o di gruppi di WhatsApp. Un'epoca in cui le luci ai concerti si facevano ancora con gli accendini e dove le persone si godevano esclusivamente la musica che usciva dagli amplificatori, senza riprendere per esteso l'intero concerto con il proprio smartphone, per poi postare sulla propria home page innumerevoli video di ogni momento dello show accompagnati da una quantità abnorme di hashtag e citazioni di poeti o canzoni completamente a caso. Questa meravigliosa era, così disgraziatamente lontana dalla realtà attuale, si è tristemente dissolta ad una velocità supersonica, esattamente come le speranze di una possibile reunion della band dei fratelli Gallagher tanto agognata e desiderata dai fan, a cui, con questo film, si è voluto dare un degno requiem.

 


 




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