"My mind is a bad neighbourhood": la vulnerabilitą dei nostri idoli
Il rapporto tra musicista, pubblico e depressione


Articolo a cura di Pamela Piccolo - Pubblicata in data: 26/07/17
La gente parla. Parla oggi più di ieri. E sebbene più di ieri sia riconosciuta la concretezza di problemi quali una cronica malinconia, la depressione e la lotta per la sopravvivenza a se stessi, per molti si tratta ancora di tabù. Abbiamo sì strumenti di comunicazione all’avanguardia, ma la vetrina virtuale alla quale ci affacciamo nasconde insidie profonde e non riscontrabili in apparenza. I social media diventano quindi un’arma a doppio taglio: da un lato risorsa fondamentale per il dialogo e la condivisione, dall'altro chi si esprime può diventare bersaglio di critiche non sempre costruttive. Da circa sedici anni affidiamo alla rete le nostre quotidianità e intimità. Lo stesso hanno iniziato a fare anche alcuni artisti senza che queste loro “dimostrazioni di umanità” riescano a scalfire l’aura divina in cui sono avvolti. Anzi, talvolta c'è chi reagisce negativamente alle esternazioni di coloro che preferiscono considerare idoli e non comuni mortali. Difficile definire le dinamiche di questa esposizione dell'artista a centinaia di migliaia di follower (non necessariamente fan), ma ancora più difficile è immaginare come possa venir vissuta dallo stesso artista. 
 
Chester Bennington diceva che non voleva veramente incontrare i suoi idoli. Voleva mantenerne l’immagine intatta, perché si sarebbe alterata all'eventuale scoperta che questi non vivevano all’altezza della pazzia che li contraddistingueva e per cui li conosceva. “Mi piace il mistero. Guardi a qualcuno e alla sua musica. Un mistero li avvolge. Se il mistero svanisce non è più divertente”. La gente idolatra e non vuole che il suo castello di carte possa cadere. Viviamo in un’epoca di trasformismo in cui certe pressioni psicologiche rischiano di prendere il sopravvento e, non sapendo spesso la società trattare tematiche strettamente personali all’individuo quali ad esempio l’insicurezza di sé, il divorzio, la malattia, i più giovani soffrono l’incomprensione che viene loro mostrata, talvolta sbriciolando personalità ancora acerbe. Di fronte a una fredda e fasulla volontà da parte della stessa società di aggiustare le cose, il singolo si riversa su Internet. Apre blog, pagine personali, scrive, si confessa, lascia che la tastiera sia la sua voce e lo schermo il suo volto. A volte è solo mania di protagonismo e voglia di gridare al mondo che si esiste, a volte è sopravvivenza. Nell’estremo dei casi è richiesta di aiuto. Mentre in passato ci si poteva mettere a nudo con maggiori semplicità e facilità perché Internet era ancora, circostanziato ai blog, un luogo segreto, l’inferocimento delle dinamiche social ha portato all’odio gratuito. Tutti devono snocciolare la propria verità. Tutti devono far valere la propria opinione anche se non richiesta o se fuori luogo. 
 
chester575
 
Secondo uno studio pubblicato a novembre 2016 dall’università di Westminster in collaborazione con l’organizzazione no-profit MusicTank, nel solo Regno Unito il 68,5% dei musicisti dice di essersi sentito depresso e il 71,1% ha subìto attacchi d’ansia e di panico. La percentuale di malessere è aumentata nel corso degli anni e il riassunto di tale report è che i musicisti sono tre volte più a rischio di soffrire di depressione o di acuire uno stato mentale già anche solo lievemente o parzialmente compromesso rispetto al pubblico generale. Come detto sopra, il più delle volte l’utente mette su un piedistallo il proprio artista preferito e tende a discriminare il musicista appartenente a un genere musicale che non ascolta, anche con epiteti che possono accentuare un malessere di cui non necessariamente è a conoscenza. Anche il bombardamento di frasi come “Trovati un vero lavoro”, o simili, potrebbe risultare nocivo in soggetti già fragili. 
 
È altresì nota la tendenza dell’utente ad accomunare il mito della musica a quello della follia, ma questa è tradizione nazionalpopolare che si dovrebbe appendere come le scarpe al chiodo. Gli artisti non sono supereroi, sono persone vere con emozioni vere. È arrivato il tempo di rompere questi cliché. Fare musica è terapeutico per un artista, indipendentemente dalla sua storia, così come per l’ascoltatore. Nasciamo senza peccato, dicono, ma come possiamo continuare a non esserlo nel mezzo di un sistema che allontana, o peggio finge di non vedere, le richieste di aiuto? Alcuni studi sostengono che le dinamiche dei tour (mancanza di tempo, ritmi sregolati e lontananza da casa prolungata) possano influenzare negativamente i soggetti in questione che si ritrovano quindi in una dimensione in cui sono impossibilitati a trovare assistenza.
 
Dalle critiche lette a seguito dei recenti e tragici fatti di cronaca, sembra che sia opinione di molti che un musicista di successo abbia una vita necessariamente piena, bella e ricca. Se anche voi siete di questo avviso, pensate male. Ricerche condotte a oggi (non esistono ancora dati sulla situazione italiana od organizzazioni di sensibilizzazione della tematica nel nostro Paese) rivelano che un musicista è più vulnerabile alla fragilità mentale. “Ci sono un sacco di cose strane che proseguono nella nostra cultura. Un sacco di ragazze vengono violentate da bambine e un sacco di ragazzi crescono senza padre”, dichiarava Chester Bennington nel 2001. Ci scontriamo con diverse situazioni che possono provocare rabbia, aggressività e condurre alla depressione, ma non vi deve essere alcuna vergogna nell’esplorare l’animo umano e nel condividere il proprio background, che sia stato facile o disagevole da gestire. Molte di tali circostanze affondano le radici nell’infanzia, periodo essenziale per il corretto sviluppo psicofisico di un individuo. “Quando scrivo penso costantemente a me stesso, perché è l'unica esperienza da cui attingere. Non vedo un esatto riflesso di me stesso su tutti i volti del pubblico, ma so che le mie canzoni sono valide per loro ed è per questo che i fan sono lì", comunicava Bennington. Una sensibilità acuta e una fragilità che coglie le sfumature più delicate dell’animo umano portano a spezzarsi più facilmente. Da che mondo è mondo, sono sempre gli animi puri a pagare il peso della sofferenza.
 
cornell575 
Il progredire dei social network e la voluttà con cui hanno invaso la nostra vita ha fatto sì che diverse figure del mondo dello spettacolo si siano aperte al proprio pubblico. Chi ha seguito anche solo parzialmente la carriera dei Linkin Park sa a quali difficoltà andò incontro nella sua vita Bennington. Lui non nascose le violenze, i sentimenti che lo costernarono prima e dopo il divorzio dei suoi genitori, la dipendenza e la depressione, anzi, mise tutto candidamente in musica. E oggi interpretiamo i testi di quei musicisti che se ne sono andati prematuramente attraverso questo prisma. Nick Drake cantava “Now I'm darker than the deepest sea, just hand me down, give me a place to be”. Poeta ricco, poi spoglio ed essenziale, questo era il carattere dell’artista ignorato dall’industria musicale e dall’audience, condizione che tra le altre lo portò a togliersi la vita a soli 27 anni. Al cantautore non interessavano le campagne promozionali, i cartelloni pubblicitari, i concerti e le interviste, nulla di questo teatrino mediatico sembrava procurargli diletto. Drake intonava versi carichi di sofferenza emotiva. I fantasmi interiori li sublimava in musica, lasciando parlare quel che gli vibrava dentro fino a quando la sorella Gabrielle non dovette dichiarare: “Non credo che le pillole lo avrebbero ucciso se non avesse preso interiormente la decisione di morire. Credo che l’istinto vitale sia così forte che a meno che non ci sia dentro di te la volontà di suicidarti, non riesci a morire”. Possiamo ora traslare queste parole e accostarle alle recenti scomparse di Chris Cornell e Chester Bennington: entrambi gli artisti non hanno nascosto le proprie debolezze e hanno combattuto finché hanno potuto, ma a volte i nostri demoni corrono più velocemente di noi. Dietro i concerti da tutto esaurito e i dischi acclamati da pubblico e critica, i nostri protagonisti preferiti dell’ambiente musicale lottano contro loro stessi e a nulla servono, in generale, il successo e la notorietà se non si è sinceri con se stessi. Ahimè lo abbiamo riscontrato negli ultimi due mesi e poco più. La figura dell’artista maledetto ma vincente non è più in voga. Lo stereotipo nato dallo stile bohémien secondo cui l’artista era genio e sregolatezza si è tradotto negli eccessi promossi da Andy Warhol prima e dal rock del secondo Novecento poi. Lo stile di vita allora promosso non era un simbolo di distinzione, ma di appartenenza. Oggi l’artista è vittima del sistema? La cruda realtà non può più essere evitata e nonostante vi sia, o vi debba essere, una distinzione tra amico e collaboratore, allo stesso tempo auspichiamo che il sistema apra gli occhi sullo stress che quotidianamente infligge agli artisti che cercano un dialogo. Le band possono aiutare le persone e le persone possono aiutare le band. Non è una vergogna soffrire, ma chiedere aiuto, parlare e affrontare le proprie paure ed emozioni, indipendentemente da come verrebbero percepite da amici e familiari, è la chiave per il processo di guarigione. Talvolta la depressione può essere curata ma - siamo franchi - non sempre la si può estirpare. Non possiamo cambiare il modus operandi dell’industria discografica, il meccanismo dei social o la società tutta, ma possiamo tendere una mano verso i più fragili, i più sensibili. Basta saper guardare oltre la maschera.



Speciale
PREMIERE: guarda il video di "Irene"

Intervista
Rainbow: Ronnie Romero

Recensione
Linkin Park - One More Light Live

Recensione
Bruce Springsteen - The River

Speciale
Rock in Roma 2018

Speciale
ESCLUSIVA: ascolta lo streaming di "Universi Alternativi"