La profonditā strafottente dei Tool
Dalla rabbia sovversiva all'amore incondizionato: la progressione spirituale e musicale dei Tool


Articolo a cura di Marta Scamozzi - Pubblicata in data: 13/06/19

Pensare piú del necessario, analizzare più del necessario separa il corpo dalla mente. La mia intuizione appassisce, perdo opportunità e devo alimentare la mia volontà di vivere il mio momento trascinandomi fuori dalle righe” - Lateralus, Tool

Los Angeles, 1990


Le luci della Città degli Angeli non sono mai state cosí forti e numerose da una parte, fredde e sinistre dall’altra. Siamo nel luogo che ha visto nascere i Red Hot Chili Peppers, i Guns N’ Roses e Hollywood; lo stesso che ha visto morire di overdose decine e decine di artisti promettenti prima del tempo.
Il luogo dove la trasgressione si fonde con l’arte, il giusto con lo sbagliato.

 

Maynard James Keenan ha appena iniziato la sua terza vita, a Los Angeles. La prima, fino ai tredici anni, è stata segnata dalla severa educazione battista della madre, Judith Marie. La seconda, con il padre, in Michigan, dove la sua immaginazione trova finalmente libero sfogo in un ambiente libero e privo di preconcetti.

 

Dopo un periodo passato in accademia militare, James è arrivato a Los Angeles per dedicarsi finalmente alla sua principale passione: l’arte. Trova un perfetto compagno di jam session in Adam Jones, che sta cercando di intraprendere una carriera cinematografica. L’acerbo duo attira l’attenzione di un certo Tom Morello che, fiutandone il potenziale finora inespresso, convince un ex compagno di scuola ad unirsi alla neonata band.
Nasce cosí la prima, e quasi definitiva, versione dei Tool alla quale, poco dopo, si aggiungerà il bassista Paul D'Amour, poi sostituito da Justin Chancellor.
La neonata band si fa presto largo nella scena live di Los Angeles proponendo pezzi che uniscono arte visiva e musica, colpendo duramente la tradizionale ed ipocrita società americana che i quattro ragazzi, figli degli anni Sessanta, si sono ormai lasciati indietro.

 

tool1990
Il primo EP, “Opiate”, è caratterizzato da sonorità metal orecchiabili e d'effetto, ma dure e piuttosto ripetitive. Parlando in "scala Tool", quel primo lavoro è al grado “acerbo” nonostante sia già caratterizzato dal marchio di fabbrica che accompagnerà Maynard e compagni nel corso della loro intera carriera: una schietta profondità. La title-track è un attacco all’”oppio” della religione, nonché a quella famiglia, bigotta senza fantasia, dalla quale Maynard  ragazzino si liberò scappando in Michigan: “Sorda, cieca, stupida e nata per seguire”.

Undertow”, il primo full-length della band, viene rilasciato nell'aprile 1993. La prima versione dell’album negli store è accompagnata da una nota che esemplifica tutta la strafottente ironia dei Tool:  

Siamo venuti a sapere recentemente che molti negozi in giro nel nostro bel paese di mente aperta non hanno intenzione di mettere a disposizione Unidertow, a causa del nostro artwork esplicito. Anche se non ci piace essere censurati -vogliamo comunque i vostri soldi- vogliamo comunque ascoltare la nostra stessa musica, quindi lo abbiamo rilasciato lo stesso, l’album è disponibile per voi senza nessun costo aggiuntivo.” 


Nell’America degli anni Novanta, le opzioni sono due. Puoi riappropriarti di quella leggerezza che le generazioni passate hanno negato, come hanno fatto Guns N’ Roses o Red Hot Chili Peppers; oppure puoi denunciarne le conseguenze con un certo risentimento, come hanno scelto di fare i Rage Against The Machine. I Tool si avvicinano alla seconda opzione, inizialmente. Poi, però, decidono che non basta. Smettono di seguire le regole, e rivoluzionano il mondo musicale dedicandosi ad un genere rivoluzionario.

I Tool attraggono nello stesso modo malsano in cui attrae il vuoto sotto una rupe a cinquecento metri di altezza, un tuffo nel mare in tempesta, un vicolo buio nelle periferie di una città. I Tool sono loro stessi, nel bene e nel male; ricchi di incoerenze e sfumature molteplici, estremi, disturbanti. I Tool non fanno parte di quella fetta di musicisti che usano lo Shock Rock con lo scopo di sconvolgere: i Tool sono sconvolti e, di conseguenza, sconvolgenti. I loro testi e le loro azioni condannano la società senza possibilità d’appello.

 

Ænima”, uscito nel 1996, è il primo grande successo commerciale del gruppo musicale. La band approda nel grande mercato musicale non senza controversie, ovviamente, con MTV che censura il titolo di “Skinfist” - penetrazione anale. Non si tratta più solo né di musica né di cinematografia né di un’esposizione di arte visiva contemporanea. Tutte le regole vengono sconvolte: le regole che dettano quanto deve essere lunga una canzone perché venga passata in radio, quelle che ne impongono l’orecchiabilità, la regola che, nelle performance live, il cantante sta sempre davanti al pubblico. L’atteggiamento in pubblico è schivo, le apparizioni davanti alla stampa sono rare, la distanza dal pubblico è evidente al punto da prendersene gioco. Nel 1997 il manager della band propone il primo di una serie di Pesci D’Aprile sul sito, burlonata che sarà il tratto distintivo del gruppo negli anni a venire: “C'è stato un incidente stradale. Tre membri sono stati feriti gravemente”. L’ennesima manifestazione di una divertente irriverenza, nonché disinteresse verso le regole della stampa e della società.


Arizona, 2000

Quando, alla fine degli anni Novanta, James si muove in Arizona, rispolvera la vecchia passione per l’agricoltura (la viticoltura, in particolare) e comincia a suonare negli A Perfect Circle. Ecco che il destino dei Tool sembra compiuto. I ragazzi hanno ormai preso strade differenti, e lo scioglimento definitivo del gruppo musicale sembra essere dietro l’angolo.
In realtà, i Tool hanno ancora qualche asso nella manica da giocare. Coerentemente con il loro stile, però, non hanno fretta di rendere conto alle logiche di mercato, delle stampa e quant’altro dei loro piani concreti.


Lateralus” esce nel 2001, sbaragliando le classifiche e piazzandosi al primo posto negli Stati Uniti nel giro di poco tempo. La nuova fatica della band è un perfetto capolavoro di progressive rock. I suoni sono, per l’appunto, progressivi e seguono pulitissime regole matematiche. Dall'alternative metal ricco di denunce esplicite verso la società (sempre in maniera velata e cupa, espressione del desiderio di migliorare il mondo invece che denigrarlo) si passa ad una musica più ragionata, con testi complessi e viscerali.


I ragazzi arrabbiati sono cresciuti e, tra un buon bicchiere di vino e l’altro delle vigne di Maynard, hanno trasformato la rabbia in una riflessione interiore più profonda e complessa, e l’umorismo strafottente in… no, quello rimane lo stesso: il discorso di accettazione del Grammy Award (per la miglior performance live, con “Shism”) vede un brillante Chancellor ringraziare la madre per “essersi fatta” il padre, davanti ad una divertita platea.

 

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Il passaggio dal “semplice” alternative metal di “Undertow” al progressive matematico di “Lateralus” è evidente, cosí come è evidente il progressivo allontanamento dalle influenze musicali della Los Angeles degli anni Novanta. I Tool, da particolari, diventano unici. La lenta metamorfosi dei Tool, però, va al di là dell’evoluzione musicale, e “Lateralus” è qualcosa di più di un bell’album.
Ci sono band che, una volta esaurito il giovanile desiderio di ribellione, una volta placato il risentimento nei confronti della società, si spengono. Per i Tool, invece, la maturitá musicale sembra coincidere con una certa maturità personale. E cosí, in un ambiente vergine da rabbia e risentimento, la società passa in secondo piano e ci si ritrova con più tempo per guardarsi dentro e sperimentare.


In questa atmosfera, nel 2006 esce il quarto album in studio della band: “10.000 days”. I Tool hanno vissuto nella città piú trasgressiva d’America, hanno sperimentato rabbia, ribellione e trasgressione; hanno violentato i loro stessi testi in “Undertow”, e hanno scavato nelle viscere dell’umanità in “Lateralus “.
L’immaginazione di Maynard è sopravvissuta alle oppressioni della madre in Ohio e ha creato qualcosa di incredibile. Resta solo da guardarsi indietro e, al netto del successo, della fama, della libertà di espressione, della tranquillità interiore, interrogarsi su cosa rimanga.


La risposta si trova in due canzoni: “Wings For Marie” e “10.000  days on Earth”, due struggenti e bellissimi messaggi d’addio rivolti alla madre da poco deceduta, da cui emergono chiaramente due concetti: la spiritualità (pare che alla fine Maynard abbia fatto pace con un qualche tipo di Dio) e l’amore incondizionato, definitiva ricchezza al di là del successo, della gloria e della rabbia.

Fissato come sono nei miei modi di fare e nella mia arroganza, pressato dalla prova sopra i credenti;
tu eri la mia testimone, i miei occhi, la mia evidenza. Judith Marie, l’(amore) incondizionato
”.

(10.000 days on Earth, Tool)

 

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