Rage Against The Machine
Il rap, il metal, l'attivismo, l'odio verso il sistema: la biografia, firmata da Joel McIver, di una delle band più incendiarie della storia del rock.


Articolo a cura di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 31/03/15

"Musica e protesta: a chi interessa?"


E' la domanda che si pone Joel McIver nella sua biografia dei Rage Against The Machine, dopo duecento pagine circa sostenute a ritmo serrato, che raccontano di riff mostruosi e rap abrasivo, di contratti e di cariche della polizia, dell'ostracismo delle radio e dell'adorazione delle folle. Con i Rage, infatti, in quello che è probabilmente il caso più eclatante della storia del rock, parlare di musica come soddisfazione dei sensi, come pura arte, in quanto tale non funzionale e -senza dare una connotazione negativa all'espressione- fine a se stessa, sarebbe totalmente, profondamente sbagliato.


Tutto è spiegato, infatti, nella prima delle quattro parole di uno dei nomi più temuti dai broadcaster degli anni Novanta: il quartetto capitanato da Zack De La Rocha era rabbia pura, lucida in origine ma folle nelle sue deflagrazioni, odio verso un sistema discriminatorio e oppressivo, violenza nei confronti delle istituzioni. Sarebbe errato, disonesto e irrispettoso, dunque, "limitarsi" a riconoscere i meriti artistici di una band che dal nulla unì generi agli antipodi formando una nuova e originalissima scuola, di un axeman che suonava la chitarra come un dj, di un vocalist che rappava e lanciava graffiatissimi scream all'interno dello stesso verso. I Rage Against The Machine non volevano piacere: volevano sensibilizzare. I Rage Against The Machine non volevano innovare: volevano esprimersi, lanciando i propri caustici messaggi senza filtrarli, senza castrarli ficcandoli a forza nei quadretti definiti dai generi musicali già canonizzati, senza sprecare energie a cucire minuziosamente i propri retroterra... e poco importava se si finiva per spargere hook hip hop su sezioni chitarristiche e ritmiche di stampo Sabbathiano. I Rage Against The Machine non andavano in tour: andavano a combattere.


ragespeciale01Raccontarne la storia è dunque sfida ben difficile, ma è un compito che Joel McIver riesce a svolgere egregiamente, ponendo l'enfasi volta per volta sui contesti che portarono i singoli membri della band a bruciare di dolore e d'indignazione, a maturare sentimenti di rivolta, a esplodere, ad accettare il difficile ruolo di guida per riottosi di tutto il mondo. E' un libro colto, che snocciola agilmente teorie socio-politiche e filosofiche (citando agevolmente ora Platone, ora Sartre) e che non si intimidisce nel prendere posizioni, augurando anche in uno dei passi più coloriti di "tornare a fanculo nei loro salotti" alle mogli di politici che crearono il famigerato bollino "Parental Advisory", ma dando anche giudizi contrastanti con quanto sostenuto dalla band, specialmente riguardo l'ambiguo atteggiamento tenuto da alcuni di loro (Morello, in primis) all'atto di dover rendere conto -dopo aver cantato di libertà di parola e di indipendenza in ogni singolo pezzo- delle proprie firme in calce a contratti milionari con multinazionali discografiche. Con un piglio critico e divulgativo, anche tramite indagini e interviste a rilevanti esponenti della controcultura (inframmezzate tra un capitolo narrativo e l'altro e chiamate simpaticamente "Bombtrack"), si affrontano tematiche che sono sentitissime negli Stati Uniti ma che possono essere trasposte facilmente al resto del globo terrestre, che apparirà, a lettura terminata, come una sfortunata terra calpestata da miliardi di automi, schiavi del proprio lavoro, degli interessi di un manipolo di ingiusti rappresentanti, di un'infinitesima e malvagia elite.

 

Certo, è un libro che parla anche di vite umane e di musica indissolubilmente intrecciate, che racconta del candore autocritico di un chitarrista non dotato di particolari talenti ma sottopostosi per anni a regimi ai limiti della follia. Ci sono le citazioni di tantissime pietre miliari, da Rhandy Rhoads ai Cypress Hill, dai Led Zeppelin ai Beastie Boys. Ci sono le poetiche prima hardcore punk, poi hip hop, e l'arte di un padre roso dai sensi di colpa e accecato dal fanatismo religioso, tutte presenti nella scrittura di un chicano costretto a essere adulto già da giovanissimo. C'è la calma zen di un solidissimo batterista, e la spacconeria da punkabbestia di un tatuatissimo bassista, capace di arrampicarsi su una costruzione alta 6 metri e di mettere in subbuglio i Grammy per protestare contro l'assegnazione di un premio ai Limp Bizkit, quelli che "avevano preso il genere che avevamo creato noi per finire a fare canzonette divertenti che parlano di figa". Ci sono stralci di storia recente e meno politicizzata, con piccole parentesi sui demoni di Chris Cornell e sugli anni degli Audioslave, sulle avventure di Tom Morello (a.k.a. The NightWatchman, per l'occasione) e della sua chitarra acustica, sulle collaborazioni -che mai hanno portato ad esiti concreti- di De La Rocha, sulle attività imprenditoriali di Wilk.


Ma, come detto, la biografia edita per l'italia da Tsunami Edizioni resta un libro fortemente educativo, più della solita biografia che racconta con piglio cinematografico la storiella di qualcuno che ha avuto tanta di quella fortuna da essere baciato dal successo e da aver avuto l'opportunità di concedere tantissime interviste. E' un libro che non prova neanche a mitizzare le persone di cui racconta, ma che ne esprime con lucida esaustività gli obiettivi, esaltandone i trionfi ma sottolineandone i fallimenti. Ed è un volume che richiede tanto anche a chi legge, in quanto assolutamente inutile se consumato con annoiata superficialità. Perché quel che c'è scritto, esattamente come l'opera dei Rage, per alcuni potrà essere liquidato con un'alzata di spalle, per altri potrà essere puro intrattenimento; ma, senza alcun dubbio, molti a opera conclusa si troveranno più indignati, più consapevoli, più maturi: consci di come una società moderna nelle apparenze possa essere trogloditicamente violenta, come un occidente democratico di nome possa essere razzista, classista e iniquo in ogni suo recondito aspetto. E il messaggio di questi quattro sovversivi, anche se con un abbondante decennio di ritardo, sarà arrivato finalmente a destinazione.




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