Jack Jaselli: la melodia impercettibile degli emarginati
In onda il 21 marzo il documentario che racconta la genesi del brano scritto insieme alle detenute del carcere della Giudecca a Venezia


Articolo a cura di Ilaria Pia - Pubblicata in data: 21/03/18

"Accade a volte che un luogo e le persone che lo vivono cantino una melodia impercettibile e raccontino una storia silenziosa, aspettando che qualcuno si metta in ascolto e la catturi. Mi sono accorto - dice Jack - che c'era una canzone potentissima tra le mura fredde del carcere della Giudecca, una canzone che voleva essere libera, nonostante tutto".

 

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Chiunque può scrivere canzoni, ma, come dice lo stesso Jack “il problema non è scrivere una canzone, il problema è avere storie da raccontare”. Se questo male sembra affliggere, oggi più che mai, molti dei cantautori in circolazione, ascoltando le canzoni di Jack Jaselli, lontani dall’odierno panorama mainstream, sembra esserci ancora spazio per chi ha qualcosa da raccontare. Così come le storie delle sue canzoni, quella di Jack è una storia interessante e ricca di esperienze eterogenee: si passa dai viaggi in solitaria in Australia e in America, ad una laurea in filosofia con il massimo dei voti, dalle sue esperienze lavorative come dj e come speaker radiofonico al suo debutto nel panorama musicale italiano, quando nel 2010 esce “It’s Gonna Be Rude, Funny, Hard”, dai suoi primi rapporti con la casa discografica Universal fino alla collaborazione con l’associazione Closer che ha portato alla realizzazione di quest’ultimo progetto.È nata così, per caso, da una frase detta quasi per scherzo, senza nessun aspettativa, la collaborazione tra Jeck Jaselli e le ragazze del carcere femminile della Giudecca a Venezia che ha portato alla genesi di: “Nonostante Tutto”, titolo della canzone nonché di un documentario (trasmesso mercoledì 21 marzo alle 23.10 su Real Time) che racconta l’incredibile viaggio che ha portato alla realizzazione di questo progetto.

 

"Nonostante Tutto” è un brano che parla di libertà, scritto a 72 mani, che vuole dare una voce e un’opportunità a persone che si trovano ai margini della società, che si fa portatore di un messaggio chiaro rispetto ad un tema molto attuale e delicato, quale la gestione delle carceri in Italia e la visione del carcere come mezzo “rieducativo” e non “punitivo”.  Il tema scelto dalle donne della Giudecca è, appunto, quello della libertà, che, nella canzone, viene rappresentata dalle immagini che le stesse ragazze hanno scritto di getto, su un foglio di appunti un po' pasticciato, in uno dei loro primi incontri con il musicista. La filosofia, l’infinito, un odore, un viaggio, una cena al ristorante... Sono immagini semplici ma vere che ci parlano di cosa sia la libertà per chi è rinchiuso dentro quattro mura e conosce realmente il prezzo della sua mancanza.

 

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Come cantautore, Jaselli è stato da subito incuriosito dall’idea di scrivere una canzone insieme alle ragazze, che rispettasse le loro idee e che le rappresentasse. Come lui stesso afferma, questo scrivere “vincolato”, ha stimolato la sua creatività, creando i presupposti per la realizzazione del brano. Il musicista non ci nasconde quanto l’esperienza lo abbia colpito. Sono tante le emozioni. Cantare per la prima volta davanti alle ragazze, entrare in carcere per registrare le parti corali con le detenute, quelle loro voci autentiche, non sempre musicali ma sincere, uniti dalla stessa vibrazione sono state esperienze indimenticabili.

 

Ma, per quanto affascinante, il percorso che ha portato alla genesi del pezzo non è stato privo di ostacoli, a partire dall’imbarazzo iniziale, dal rispetto reciproco e dalla fiducia che il cantante ha dovuto guadagnarsi. Come afferma lui stesso, “Ho dovuto capire qual fosse il mio posto, per riuscire a cogliere il messaggio che la canzone doveva passare”. Ma, rotto il ghiaccio, gli autori sono entrati in sintonia e hanno trovato il modo di esprimere attraverso un'unica voce le sensazioni e i sentimenti di chi vive ogni giorno la vita chiuso in un penitenziario. Quella che Jack chiama “la nostra canzone, non la mia” è una canzone costruttiva, che lascia spazio solo ad una rabbia propositiva, non distruttiva; acquisirà dignità grazie alle persone che l’ascolteranno, e che, secondo l’autore, è destinata a durare a lungo proprio perché legata a storie vere.

 

"Questa canzone è un urlo”, “questa canzone siamo noi” affermano le detenute. Jack è stato “solo” un tramite tra quel posto e ciò che ne è uscito: con la sua arte ha saputo rendere pubblico quel potenziale che già era presente. Non è un caso, infatti, che questa sia la sua prima traccia realizzata in italiano. La scelta della lingua è legata all’ambiente stesso in cui il pezzo è stato prodotto e alla realtà che viene rappresentata dal testo: la lingua delle autrici con cui è stata realizzata la canzone, quella parlata all’interno del carcere è proprio l’italiano, dunque la traccia non poteva che essere realizzata in tale idioma. Come afferma Jack “I posti suonano”, e da oggi tra le sbarre della Giudecca ci sarà un po’ più di musica.




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