Il nuovo inizio dei Negrita, la rinascita di "Desert Yacht Club"
Pau, Mac e Drigo raccontano l'album che "nasce dalla paura della fine"


Articolo a cura di Giulia Franceschini - Pubblicata in data: 09/03/18

Esce oggi "Desert Yacht Club", il decimo capitolo della discografia dei Negrita. Il titolo porta con sé già molto del senso di questo nuovo sigillo, essendo un tributo all'omonima "oasi creativa" fondata da Alessandro Giuliano nel cuore del deserto di Joshua Tree, California, lo stesso sito in cui "Desert Yacht Club" ha visto la luce.

 

La band decide di tornare nel luogo che più li ha ispirati a partire dagli albori, in un'America che non è quella degli americani, ma una proiezione della loro personale versione di quella terra: "Non vogliamo interpretare l'America per come la interpreta l'osservatore internazionale, piuttosto che l'americano californiano, non ci interessa. A noi interessa trasmettere la nostra impressione di California". E la natura, il deserto che fa sentire piccoli, ha giocato le sue carte: "Il deserto ti costringe a guardarti dentro e quando guardarti dentro se non a quest'età? Questo ci ha costretti ad approcciarci al disco in un modo diverso rispetto a come avremmo fatto vent'anni fa".

 

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"Desert Yacht Club" è anche frutto di una reinterpretazione del processo di composizione. Il concetto alla base di questo nuovo e itinerante spirito è stato battezzato Kitchen Groove: "Questa volta l'approccio è stato diverso. Il tavolo è stato il campo da gioco per questa esperienza, il nostro armamentario consisteva di un computer, due casse, una scheda audio, chitarrine da 200 Euro. Questo è il sistema con cui abbiamo composto. Abbiamo escluso la sala prove, lo studio e utilizzato un po' di tecnologia e di materiale economico per permetterci di essere continuamente in movimento e scattare istantanee di musica, così come si scattano delle foto istantanee durante un viaggio importante. Avevamo materiale leggero per permetterci di produrre ovunque. Sul tavolo della cucina la postazione era sempre funzionante, poteva anche capitare di passare il pomeriggio in camera a farsi i cavoli propri, ma dalla cucina arrivava la musica, quindi la tua idea la lavoravi anche se non eri davanti al computer insieme agli altri. Tra un pasto e l'altro la musica fruiva senza soluzione di continuità".

 

La California è soltanto il punto di arrivo di un viaggio che ha portato i Negrita in molte città, da Tokyo a Londra, un itinerario che si conclude casualmente nel sud-ovest degli Stati Uniti e che diventa poi un viaggio interiore. "Avevamo bisogno di un periodo di rigenerazione, venivamo da qualche anno di problemi interni: umani, più che musicali. Qualcuno di noi non era al top della forma psicologica e anche fisica. Era un gruppo che iniziava a vedere un orizzonte finito, più che infinito, qualcuno già pensava di mettere i piedi fuori dalla band, che è una cosa tremenda [...] ma abbiamo preferito rimettere in gioco il coraggio".

 

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Con "Desert Yacht Club", i Negrita prendono consapevolezza di ciò che sono: "Al decimo disco di cosa vuoi vivere, di allori, di ricordi o vuoi essere figlio del tuo tempo? E a 50 anni essere figlio del tuo tempo vuol dire guardarsi in faccia allo specchio e chiedersi chi sono stato, chi sono adesso, chi vorrò essere domani." e allo stesso tempo parlano con saggezza e affetto alla loro e alla nuova generazione, ai loro figli, con il binomio "Non Torneranno Più" e "La Rivoluzione è Avere 20 Anni". In questo viaggio c'è quindi un po' di spazio anche per il rimpianto, che "è una brutta sensazione, ma lecita" e, insieme, il desiderio di comunicare con chi vive nel momento in cui può cambiare le cose. 
 
I Negrita saranno a breve in tour per tre date, il 10 aprile a Bologna, il 12 a Roma e il 14 a Milano.

 




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