Eric Clapton: l'apostolo bianco del blues rock
I sempre verdi 73 anni di Mr. Slowhand


Articolo a cura di Davide Iannuzzi - Pubblicata in data: 30/03/18

Un borghese in giacca con l'aria da businessman. Ad osservarlo così come appare sulle copertine degli album dagli anni Ottanta in poi difficilmente vien da pensare alla dimensione iconografica del musicista baciato dal Diavolo, o di quella moderata blasfemia che il regista Ken Russell gli fece esternare in una memorabile e provocatoria scena nella rock opera "Tommy", sulle note di "Eyesight To the Blind" durante una sconsacrata liturgia che vedeva l'artista britannico vestito da prete suonare con i The Who orazioni alla Madonna, calata nei panni di Marylin Monroe. Ma il Mississippi scorre sempre nelle vene di un vero bluesman e i luoghi dagli incontri mistici sorprendono sempre il cammino dei viaggiatori solitari guidati da quella luce brillante in ogni nota che trafigge l'ombra sovrastante lo spazio del silenzio fino a quella successiva. Quella stella si chiama Robert Johnson, l'essenza del blues e delle sue derive, oltre le sponde del Mississippi. La leggenda chiama i suoi epigoni e diventa alter ego di nuove mitologie, di eroi che albergano nell'immaginario di noi sognatori in musica.

 

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Oggi, 73 anni fa, nasceva a Ripley una tra le più luminose stelle del modern blues, Eric Clapton, ma il brand vincente è quello che ne ha inglobato le doti chitarristiche, la classe compositiva e il sangue misto a tecnica in dosi moderate nelle sue epocali estemporanee esecuzioni: ‘Slowhand', un soprannome che trae estensione solo in quel profilo idealizzato che ne descrisse Chuck Berry quando ebbe a definirlo "The Man Of The Blues". A tutt'oggi risulta essere l'unico chitarrista per ben tre volte inserito nella "Rock and Roll Hall of Fame" con gli Yardbirds (dalla cui metamorfosi sarebbero nati i Led Zeppelin), con i Cream e come solista di una carriera che comprende una cospicua attività di side man, di una variegata produzione nel mondo del rock e non rare incursioni in quello del pop. La capacità di cogliere l'attimo come un esperto fotografo, l'inserimento perentorio e puntuale con assoli calibrati, quel tanto che basta a catapultare in orbita la dimensione lirica di un pezzo che per pochi secondi stacca gli ormeggi dal porto della normalità. Non è mai stato un chitarrista dalla tecnica sopraffina e cristallina, ma si è sempre esaltato nell'essenza pura dei suoi inserti cogliendo di ogni espressione la parte più autenticamente artistica e irrazionale fino ad accarezzarne la bellezza, come i sinuosi contorni della sua inseparabile Stratocaster. Eppure Clapton del blues ne costituisce l'espressione più spuria e distaccata dalle origini. Dai Cream della scia rock blues di venature hard ai sofisticati Blind Faith e Derek And The Dominos e le citate frequentazioni post adolescenziali negli Yardbirds. Il tutto in circa un quinquennio per poi incamminarsi nel sentiero più solitario e vagamente meditativo fino alla vera maledizione, quella che ricade su di lui nel 2016 quando viene colpito da una neuropatia periferica e degenerativa che ne riducono la mobilità fino all'estrema costrizione su una sedia a rotelle.

 

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Costellata di prestigiose collaborazioni e trofei la sua carriera si stringe costantemente intorno a un unico centro gravitazionale, Robert Johnson il mentore di sempre, l'espressione più spiritualistica del blues che in sole due sedute di registrazioni, a San Antonio nel novembre del 1936 e a Dallas nel giugno del 1937 - prima di morire nella maledizione del 27 solo un anno dopo - incise 29 brani capaci di stabilire un inamovibile credo per le generazioni successive. Poco più che ventenne Clapton gli rese omaggio con i Cream al fianco di Jack Bruce e Ginger Baker in una memorabile versione di "Crossroads" del 1968 e riproposta nel 2005 alla Royal Albert Hall nell'ormai storica reunion. Appartenente a una generazione di musicisti indissolubilmente legati alla tradizione l'amore per Johnson torna a materializzarsi nel 2004, anno di pubblicazione di "Me and Mr. Johnson", un tributo dovuto, o forse superfluo, per l'aspetto più squisitamente didascalico di una proposta che aggiunge pochi elementi al patrimonio già storicizzato. Ma il giudizio di questo lavoro è e rimane secondario alla funzione del lavoro stesso, non certo quella di celebrare il maestro, ne tantomeno l'allievo. Solo una più radicale comprensione di corsi e ricorsi storici, forse ormai tra gli ultimi ancora ascrivibili alla Storia.




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