Bon Jovi: come tutto ebbe inizio
I primi passi di un percorso lastricato di sogni di gloria


Articolo a cura di Marilena Ferranti - Pubblicata in data: 02/03/17
"Niente è così importante come la passione. Poco importa cosa tu voglia fare della tua vita, ma fallo con passione." [Jon Bon Jovi]
 
 
Chissà se John Francis Bongiovi Jr. avrebbe raggiunto l'olimpo del rock se non avesse avuto un accesso privilegiato ai New York City Power Station Studios (oggi Avatar Studios) di cui era socio suo cugino Tony... è proprio qui, tra la fine degli anni '70 e l'inizio dei gloriosi '80, al numero 441 della West 53rd Street di Manhattan, che inizia la lunga storia di un ragazzo che non faceva altro che registrare demo e ottenere lettere di rifiuto da parte delle case discografiche. La prima band di John si chiamava Atlantic City Expressway (una strada del New Jersey che va da Atlantic City a Philadelphia) e vide la luce nel 1978. John a quei tempi non era altro che un ragazzino ambizioso che aveva preso qualche lezione di chitarra da un vicino di casa, tale Al Parinello; badate bene che questo nome per John non ha mai smesso di significare molto poiché ancora oggi, nei suoi live, sfoggia spesso una Takamine acustica nera con incise le iniziali AP e '95, l'anno in cui Parinello scomparve.

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Dopo una breve gavetta (per lo più cover di Bruce Springsteen e di Southside Johnny) nei piccoli club della zona, una freddo mercoledì di gennaio del 1980 accadde qualcosa che diede a John la conferma di poter cominciare a credere di diventare ciò che voleva. Durante un live davanti e meno di 100 persone al Fast Lane di Asbury Park, uno spettatore insospettabile si godeva il concerto dal bancone del bar. La band stava eseguendo una cover di "The Promised Land" (Springsteen) quando, a sorpresa, proprio Bruce lasciò il suo drink per farsi strada tra il pubblico, saltare sul palco e improvvisare un memorabile duetto. Jon Bon Jovi ricorda ancora il giorno successivo a scuola, vagando pieno d'orgoglio per i corridoi del liceo e chiedendo a chiunque cosa avesse fatto la sera precedente pur di poter rispondere a sua volta: "I jammed with Bruce Springsteen."

 

Intenzionato a prendersi la sua fetta di opportunità, John realizzò che fosse arrivato il momento di dedicarsi meglio alla scrittura, chiedendo aiuto a Jack Ponti, frontman e songwriter della band The Rest con cui suonò dal vivo per qualche tempo. Senza mai smettere di dedicarsi alla musica, proprio in questo periodo John incontra quella che diventerà la sua compagna di vita, Dorothea Hurley. John decise che il modo migliore per studiare da vicino quel mondo patinato, che tanto lo affascinava, fosse farsi assumere appunto ai Power Station Studios fondati da suo cugino nel '77: tra una passata ai pavimenti, un caffè, e qualche esperienza minore come aiuto al mixer, trovò il modo di registrare moltissimi demo, tra cui "Runaway", pezzo in cui collaborò al basso un certo Hugh Mc Donald. Era il 1982: per quanto la canzone sembrasse buona, pareva destinata a cadere nel dimenticatoio, finché accadde la magia. Una stazione radio del New Jersey (WAPP) la scelse inaspettatamente come miglior inedito in un concorso per band emergenti senza etichetta rendendolo un successo locale e inserendola in una compilation chiamata "New York Rocks 1983". Molte delle etichette che avevano in passato rifiutato i suoi demo cominciarono magicamente a farsi sentire. E' proprio in questo momento che John vede spalancarsi le porte del successo accettando la proposta di Mercury Records. Così, quel ragazzo figlio di un barbiere (ex marine) e di una ex coniglietta di Playboy, inizia a credere davvero di poter realizzare i propri sogni. John adotta per la prima volta il nome d'arte Jon Bon Jovi, e inizia a registrare nello '83 quello che sarebbe diventato il suo primo vero album eponimo.


Chissà se nei suoi sogni di gloria avrebbe immaginato che esattamente trent'anni dopo, il "Because We Can tour" del 2013 si sarebbe aggiudicato il titolo di tour di maggior successo del mondo per quell'anno con un guadagno di ben 260 milioni di dollari. All'epoca, invece, solo un dettaglio sembrava impensierirlo, tanto era determinato a scalare le vette delle classifiche e a guadagnarsi il tanto agognato olimpo delle vere star: mettere insieme una band. Jon cercò in fretta e furia di reclutare qualche musicista promettente assoldando il bassista Alec John Such, il batterista Tico Torres, il tastierista e compagno di scuola David Bryan (che era stato accettato alla Julliard ma venne convinto da Jon a lasciar perdere) e il chitarrista Richie Sambora. Richie aveva iniziato con la band Mercy nel 1980 con aveva pubblicato un album, "Lessons", sei pezzi che non fecero scalpore, sebbene gli valsero l'apertura di alcuni show di sua maestà Joe Cocker. Forse non tutti sanno che Richie rischiò di entrare a far parte dei KISS grazie a un'audizione per rimpiazzare Ace Freley ma quando, nel 1983, Jon lo prese a bordo il colpo di fulmine fu immediato. Questa formazione improvvisata spiega oggi, almeno in parte, la mancanza di uniformità tra i pezzi della prima release che vennero buttati giù in fretta e furia... "Runaway" fortunatamente raggiunse la posizione 39 della Top 40, ma il secondo singolo "She Don't Know Me" si fermò solo alla 48. Quest'ultimo non era neppure farina del loro sacco, bensì di Mark Avsec, membro dei Donnie Iris & the Cruisers e rimane ad oggi l'unico pezzo dei Bon Jovi a non essere stato scritto dai membri della band.

 

bonjovidebutalbumcoverspreadpromo1984. 

 

Fin dal primissimo album risulterà piuttosto chiara la gestione manageriale, contrattuale e gerarchica della band: Jon sarà infatti l'unico membro della formazione ad aver effettivamente firmato un contratto con l'etichetta e così rimarrà sempre. La copertina del disco d'esordio enfatizza bene questa "sottile" differenza ritraendo Jon sul lato frontale dell'artwork e il resto della band sul retro del disco. Con l'uscita di "Bon Jovi" il 21 aprile 1984, arrivarono finalmente anche le grandi opportunità di uscire dai piccoli club e calcare palchi importanti: Jon e soci s'imbarcarono in un colossale tour degli Stati Uniti insieme agli Scorpions, e nell'estate dello stesso anno, arrivò anche la partecipazione al Super Rock '84. Si trattava di un festival rock itinerante (dal 4 al 12 agosto) tra Nagoya, Fukuoka, Osaka e Tokorozawa con una "carovana" composta da Whitesnake, Scorpions, Michael Schenker Group ed Anvil. Jon rivelò in un'intervista per MTV che, durante il tour, l'enorme e inaspettata popolarità li costrinse spesso a girare in incognito per sfuggire ai centinaia di fans appostati fuori dal loro hotel. Il grandissimo successo ottenuto (soprattutto fuori dagli States) spinse la band a mettersi immediatamente al lavoro su "7800° Farenheit". E' triste constatare come negli anni la band sia quasi arrivata a rinnegare quest'album, considerandolo "non allo stesso livello qualitativo" di quelli successivi. Ad eccezione di alcune esecuzioni estremamente rare di "Tokyo Road" (solo in Giappone) infatti, nessuna canzone di questo lavoro verrà suonata dal vivo per oltre vent' anni. L'album venne registrato a Philadelphia, proprio nello stesso studio di cui si era avvalsa Lita Ford. La chitarrista rock, oggi 57enne, ha raccontato la sua vita selvaggia nella scena musicale anni Ottanta, incluse (pare) scabrose avventure con Jon Bon Jovi e Eddie Van Halen. La sua band tutta al femminile, The Runaways, aprì la strada a gruppi come le Bangles e a Cortney Love. L'autobiografia "Lita Ford - Living Like A Runaway: A Memoir" è disponibile dal 23 febbraio per Dey Street Books. Il titolo "7800° Farenheit" pare fosse ispirato alla temperatura che si rileva all'interno di un vulcano in eruzione, e uscì il 27 marzo 1985, seguito da un tour in Giappone, un live coi Deep Purple a Dallas per poi proseguire in Europa continentale tra aprile e maggio con il concerto a Castle Donington in apertura agli ZZ Top e infine di nuovo in America a supporto dei Ratt nello "Invasion of Your Privacy Tour".

 

"You know what's funny is the album (7800 Farnheit) sold twice as many copies ad the first, but it is my least favorite album in retrospect. It was a very... not painful time, but, you know, you have your whole life to write your first album and then six weeks to write the second one." [Jon Bon Jovi - Request magazine 1996]

 

Tutto questo viaggiare e registrare causò non pochi drammatici problemi nelle vite private dei membri della band. Jon e Dorothea sembravano arrivati al capolinea e il matrimonio di Tico era naufragato. Ancora oggi, pezzi come "Only Lonely" e "Silent Night" riflettono perfettamente lo stato emotivo turbato della band. Si dice che proprio in questo periodo Jon fosse coinvolto sentimentalmente con l'attrice Diane Lane, ma che poi finì per tornare dalla sua Dorothea.

 

Ed eccoci al 1986, l'anno in cui i Bon Jovi cambiarono per sempre la storia del rock. Sulla Sunset Strip erano gli anni d'oro; Mötley Crüe, Ratt, W.A.S.P., Poison, L.A. Guns, Faster Pussycat, e i Def Leppard che stavano godendosi gli strascichi del successo post "Pyromania". Il thrash metal stava cominciando a farsi strada e band come i Metallica e gli Anthrax puntavano la lente d'ingrandimento sullo spauracchio di una Guerra nucleare. I primi due album avevano investito molto su inni e ballads notevoli, promuovendo un'insolita (per l'epoca) versione "soft" dell'immagine fatta di eccessi delle rockstars contemporanee, ma forse era arrivato il momento di incidere quello che sarebbe rimasto per sempre il vero e proprio marchio di fabbrica della formazione. Jon e Richie si misero al lavoro con Desmond Child, - compositore, tra gli altri, di brani come "I Hate Myself for Loving You" (Joan Jett), "Dude (Looks Like a Lady"), "Angel", "What It Takes" e "Crazy" (Aerosmith), "I Was Made for Lovin' You" (KISS). Ed ecco venire alla luce "You Give Love A Bad Name," pezzo che, a onor del vero, Child aveva ripescato dopo una prima stesura per Bonnie Tyler, quando la canzone si chiamava "If You Were A Woman (And I Was A Man)". Il sodalizio tra i tre segna l'inizio di una lunga collaborazione: "Without Love," "I'd Die For You," e la storica "Livin' On A Prayer" insieme alla B-side "Edge Of A Broken Heart" furono presto pronte per essere incluse nell'album. La produzione venne affidata e Bruce Fairbairn (che aveva lavorato con Loverboy, Krokus, Blue Oyster Cult) e a Bob Rock ai Little Mountain Sound Studios di Vancouver e si sviluppò durante la primavera del 1986, mentre i ragazzi passavano le serate nei locali della zona tra strippers e fiumi di alcool. Il titolo "Slippery When Wet" è infatti "ispirato" dal celeberrimo No.5 Orange Stripclub, locale al 205 di Main St dove pare che le spogliarelliste usassero insaponarsi durante le esibizioni, sebbene il titolo originario inizialmente considerato fosse "Wanted Dead Or Alive". La copertina, accantonata l'ispirazione western, a questo punto venne elaborata con la famosa immagine super sexy e in primo piano del busto di una ragazza col seno che fa capolino da una micro t-shirt gialla strappata. Subito censurato in Nord America ed Europa, l'artwork venne ripensato con una ben più casta scritta del titolo su di un sacchetto della spazzatura bagnato.

 

slipperywhenwetoriginalversionL'album uscì il 18 agosto 1986, e raggiunse la vetta della Billboard Top 200 chart;un tour senza sosta prese il via vedendo la band aprire per i Judas Priest, i 38 Special, i Queensrÿche e i Cinderella. "Living On A Prayer" arrivò in cima alle classifiche solo nel febbraio 1987: l'album stava viaggiando a una media di 1 milione di copie vendute a settimana, passaggi radio e video in heavy rotation su MTV, e a fine anno venne proclamato il re indiscusso delle vendite. (Da allora le copie vendute sono 28 milioni). Fingiamo per un attimo che non abbiate mai sentito parlare di "Living On A Prayer". Il pezzo si apre con Richie Sambora che utilizza il talkbox (effetto prodotto da un tubo collegato ad un dispositivo elettronico che permette al chitarrista di creare suoni distorti usando la bocca come cassa armonica). La tecnica era già stata introdotta da Peter Frampton a fine anni '70 - che da allora costruisce tutte le talkboxes di Sambora - ma fu resa celebre e divenne una vera e propria moda grazie a questo singolo. I personaggi di Tommy e Gina sono una giovane coppia che a malapena arriva a fine mese, situazione che Desmond Child raccontò poeticamente ispirandosi alla sua esperienza a fine anni '70, quando con la fidanzata Maria Vidal (pare che la ragazza somigliasse molto a Gina Lollobrigida, da qui il soprannome Gina) tirava a campare facendo il tassista a New York mentre lei lavorava come cameriera in un diner. Il motivo di tanto successo, oltre all'aspetto puramente musicale così melodico ma potente e graffiante, ai cori esplosivi e al testo quasi cinematografico, è proprio il messaggio contenuto in questa strofa:

 

"We've got to hold on to what we've got
it doesn't make a difference if we make it or not
We've got each other and that's a lot for love"

 

Quello che forse in pochi sapranno è che la canzone per poco non venne esclusa dal disco perché Jon non la riteneva all'altezza, che i personaggi di Tommy e Gina sono ricorrenti, e possiamo ritrovarli in una strofa della hit "It's My Life" del 2000 ("For Tommy and Gina, who never backed down"), che il pezzo non solo arrivò in cima alle classifiche nel 1987, ma si piazzò alla posizione n. 25 nel 2013, ben 26 anni dopo, grazie ad un video divenuto virale (https://www.youtube.com/watch?v=9_xIoJzZtKg) sul web che ritrae un esilarante fan che balla e canta scendendo le scale di un palazzetto durante il break della partita di basket dei Boston Celtics nel marzo del 2009. Il video originale della canzone invece, venne girato in bianco e nero e ritrae la band che si prepara a salire sul palco del Grand Olympic Auditorium a Los Angeles col regista Wayne Isham, fautore di moltissimi clip di successo di star del calibro di Michael Jackson, Madonna, KISS, Britney Spears e molti altri. Più di 100 date dopo (alcune delle quali trasmesse da MTV) e forti di una ormai indiscussa popolarità, i Bon Jovi potevano finalmente considerarsi delle Rock Star mondiali.

 

monsters_of_rock1987posterIl 1987 fu un anno a dir poco folle: Jon e Richie firmarono perzzi per Cher e Loverboy, la band suonò come headliner al Monsters of Rock in Inghilterra e venne insignita di svariati awards come Favorite Pop/Rock Band agli American Music Awards e il Favorite Rock Group ai People's Choice Awards. In tour per quasi 18 dei 24 mesi trascorsi dalla release di "Slippery...", la band non si prese nemmeno il tempo per recuperare il fiato nonostante l'atmosfera non fosse delle migliori. In pochissimo tempo videro la luce ben 17 nuove canzoni: la collaborazione strategica ed efficace di Desmond Child si rivelò nuovamente essenziale in quattro di queste, tra cui "Bad Medicine" e ulteriore lustro alla tracklist venne garantito da Holly Knight, -già autore per Aerosmith, KISS- e Diane Warren. I pezzi vennero registrati nuovamente a Vancouver dal 1 maggio al 31 luglio 1988, prodotti da Bruce Fairbairn e Bob Rock. C'era moltissimo materiale, al punto che per un attimo parve si stesse assemblando un double album. Inizialmente vennero considerati una serie di titoli che ricalcassero il doppio senso di "Slippery When Wet" come "Sons Of Beaches" e "Sixty Eight And I Owe You One", ma né Jon né gli altri pensavano che sarebbe stata una buona idea ironizzare su di un fenomeno tanto importante e sulla maturità acquisita coi primi tre lavori: i pezzi erano migliori, più strutturati, il loro sound ormai riconoscibile e consolidato... era tempo di prendersi davvero sul serio. Questa idea venne in un certo senso riproposta nella opening track "Lay Your Hands", cercando di attribuire, nonostante il successo stratosferico, un senso di accessibilità e di vicinanza alla gente, come se, nonostante lo status indiscusso di rockstar mondiali, volessero ricordare alla gente di non essere "intoccabili". Per enfatizzare ulteriormente il concetto, alla band venne l'idea di servirsi dei fans per registrare live il videoclip "Bad Medicine", e come già fatto per "Slippery...", vennero proposte in anteprima alcuni demo delle nuove canzoni ai ragazzi che bazzicavano una pizzeria del quartiere (divenuta celebre come la Pizza Parlour Jury). Sorprendentemente ben due canzoni che non erano inizialmente state incluse nell'album ("Stick To Your Guns" e "Wild Is The Wind") vennero promosse a pieni voti.

 

bon_jovi_newjersey"New Jersey" uscì il 19 settembre 1989 debuttando alla posizione n. 8 della Billboard Top 200 e collezionando ben 5 top ten singles, ("Bad Medicine", "I'll Be There For You", "Born To Be My Baby", "Lay Your Hands On Me" e "Living In Sin") un record assoluto per un album rock. Un nuovo tour era alle porte: nell'ottobre del 1988, il primo show del "Jersey Syndicate Tour" a Dublino segnò l'inizio di quella che sarebbe stata una lenta e dolorosa discesa agli inferi. Tutti li volevano, la continua richiesta di date live stava lentamente logorando Jon, che arrivò ad odiare esibirsi pur rimanendo in piedi solo grazie all'adrenalina, tanto che passò ben sei settimane con una tibia rotta e fasciata continuando a saltarci sopra come se niente fosse. 17 mesi on the road. Nell'agosto del 1989 i Bon Jovi si imbarcarono per un celebre viaggio a Mosca, per suonare come headliner della prima e unica edizione del Moscow Music Peace Festival. Nel mese di aprile dello stesso anno, il loro manager Doc McGhee venne condannato con l'accusa di contrabbando di $40.000 di marijuana negli Stati Uniti. Il manager se la cavò con una multa di $15.000 e una sospensione condizionale della pena di cinque anni. Tuttavia, come parte del suo accordo McGhee era stato incaricato di formare un'organizzazione con lo scopo di educare le persone sui pericoli della droga e sull'abuso di altre sostanze. Anche se le accuse contro McGhee esclusero qualsiasi coinvolgimento con la band, questi si resero assolutamente disponibili a trarlo d'impaccio. La fondazione ("Make A Difference Foundation") lanciò a tempo di record due shows di proporzioni epiche all' Olympic Stadium di Mosca. Oltre ai Bon Jovi, vennero invitati Scorpions, Mötley Crüe, Ozzy Osbourne e i Gorky Park. Tutto questo premise a McGhee di scansare lo spettro della galera, anche se anni dopo Jon dichiarò a Classic Rock: "That festival was a nightmare - everyone's ego, every band," - "I was the guy who didn't get high. But the plane that took the bands over... they found needles on it, for Christ's sake! I was so jet-lagged that I was out of it in bed, but all the band were out there pounding vodka, fighting people. Ozzy wouldn't let Mötley Crüe go on above him; we insisted on finishing the show..."

 

L'anno 1989 portò ulteriori scosse alla stabilità della band a causa del coinvolgimento di Jon e Richie con amico d'infanzia di Jon Dave 'Snake' Sabo, un chitarrista che aveva trascorso un breve tempo con lui prima dell'arrivo di Sambora. Jon aveva preso sotto la sua ala protettiva questa nuova band, gli Skid Row, incoraggiandoli a firmare con McGhee e accompagnandoli fino ad un contratto discografico, per poi portarseli in tour guadagnandosi una fetta delle royalties del loro primo album come "ricompensa". Questo rese i rapporti tra i due frontman, Jon e Sebastian Bach a dir poco tesi. Ma il 1989 fu anche l'anno in cui Jon comprò una casa da ben un milione di dollari ai suoi genitori, e l'anno in cui, dopo la rottura nel 1984, lui e Dorothea decisero di sposarsi il 29 aprile durante una breve pausa del tour alla Graceland Wedding Chapel di Las Vegas. Uno dei momenti più memorabili del tour accadde il 6 settembre 1989, quando Jon e Richie si esibirono al sesto MTV Video Music Awards, muniti solo di due chitarre acustiche e la performance di "Livin On A Prayer" e "Wanted Dead Or Alive"; ma lo stesso anno segnò anche la fine di un sodalizio apparentemente perfetto.


"The low point in our relationship came at the end of 1989. On top of number one records you're delaing with your friends changing, and your life's changing... you're traveling, doing press, and just working your tail off. In a three year period we were on the road for all but five months."
[Richie Sambora - Independent on Sunday, 1995]

 

Lo show finale del "Jersey Syndicate world tour" (show n. 237) ebbe luogo in Messico nel 1990. Una rissa tra studenti scoppiò fuori dalla venue e questo ritardò l'inzio dello show. Anni dopo, Jon ammise che passare il Natale da soli in hotel, e assumere insistentemente alcool e steroidi sotto la pressione insostenibile che lui stesso e Doc McGhee esercitavano sulla resa della band contribuirono a rendere quel periodo un vero inferno. Nel 1990 Mick Wall di Classic Rock chiese a Jon se ci sarebbe mai stato un altro album per i Bon Jovi; questa la risposta: "I hope so." - "I don't know so and I can publicly say it, to you. We were in Mexico, at the end of the tour, with nothing but wonderful things happening. We were finishing the tour doing stadiums, which is just how we wanted to end, and we were feeling real good. Then Kerrang! says Tico is leaving the band. Suddenly we got drummer tapes and pictures and everything coming in. It was like: ‘Hey, Tico, you quitting the band?'. He was like: ‘First I've heard of it, man!'"


Purtroppo i rumors (infondati) sull'allontanamento di Tico dalla band investirono gli equilibri già precari del gruppo. Il The Sun uscì con un altisonante 'It's All Ovi For Bon Jovi' che riporatava anche alcune parole forti sulla situazione economica di Sambora e sul suo coinvolgimento sentimentale con Cher. Ed eccoci all'aprile del 1990: con delle premesse tanto instabili sul futuro sfocato della band, Jon decise di accettare la proposta dell'amico Emilio Estevez nella produzione del seguito del film "Billy The Kid", "Young Guns II". Estevez voleva la versione acustica di "Wanted Dead or Alive" per la colonna sonora del film, ma Jon fece di più. Durante una riunione del cast, mentre tutti erano impegnati a pranzo mangiando hamburger in un diner, lui se ne stava in un angolo scribacchiando su un tovagliolo; in un'intervista del 2006 per UNCUT magazine Kiefer Sutherland dichiarò che proprio su quel tovagliolo, erano stati impressi, in poco più di 5 minuti, le lyrics di "Blaze of Glory".

 

L'album lanciò il momento solista dei membri della band: non solo la colonna sonora del film includeva la collaborazione di star del calibro di Little Richard, Jeff Beck, Elton John, Randy Jackon, il chitarrista dei RATT Robbin Crosby e il batterista Kenny Aronoff, ma valse a Jon un Golden Globe per la "miglior canzone originale" nel 1991 e una nomination agli Academy Awards. Nel frattempo Richie Sambora aveva pubblicato il suo primo solo album "Stranger In This Town", che finì dritto nella top 40 e lo consacrò come bluesman, un cambio netto di direzione rispetto allo stile sfoggiato nei precedenti lavori coi Bon Jovi. Questo particolare momento segna una svolta artistica epocale per l'anima e lo stile tanto amato della band: da qui in poi, moltissimi fans che giudicano "New Jersey" l'ultimo vero album degno di stima e coerenza della formazione, non vedranno di buon occhio il materiale delle successive release. Eppure, con la reunion del 1992, il ritorno in studio e il celeberrimo cambio di look di Jon, l'arrivo del grunge, e l'uscita di "Keep The Faith", questa formazione ha dato il via ad una nuova, sorprendente epoca di successi. Pezzi come la title track "Keep The Faith", "In These Arms", "Dry County" rimangono ancora oggi nella Top 30 delle canzoni più amate dai fans e aprirono la strada a nuovi entusiasmanti record di vendite proprio come accadde per "Crossroads", il best of nel quale è contenuta "Always", una delle ballads più belle di sempre nonché successo planetario del 1994.


Ci sarebbe molto (e ben più amaro) altro da raccontare, e probabilmente molti dei milioni di fans in tutto il mondo continuerebbero ad amare questa band nonostante i ripetuti (spesso deludenti) cambi di stile dagli anni '90 ad oggi, le esperienze parallele al mondo musicale di Jon come attore, la separazione artistica da Sambora... ma 14 studio album, 2 live album, 4 compilation, 1 box set, e 5 bonus release non sono ancora sufficienti a scrivere la parola fine ad un sodalizio col pubblico che persiste tutt'ora con record assoluti di show sold out e un'eredità, tutto fuorché sbiadita, che attira ancora oggi milioni di fans vecchi e nuovi. I Bon Jovi sono stati e rimarranno per sempre un tassello insostituibile della storia del rock, un simbolo di classe stilistica e identità, una delle band di maggior talento creativo che ha curato meglio i testi e l'interpretazione dei messaggi forti contenuti nei propri successi. Che si tratti di ieri, oggi o domani, ciò che rimane è il simbolo di un'epoca e di una generazione piena di speranza, con quella genuina ambizione e quella inossidabile fede nel futuro che tutti i giovani di qualsiasi epoca storica continuano ad inseguire.




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