Woodstock 1969 - 2009
L'immagine e l'evento


Articolo a cura di Giovanni Capponcelli - Pubblicata in data: 17/08/09

By the time we got to Woodstock
We were half a million strong
And everywhere there was song and celebration
And I dreamed I saw the bombers
Riding shotgun in the sky
And they were turning into butterflies

Joni Mitchell, Woodstock, 1970


Love is only what we come to live,
The waking, breathing in all we give.
A crystal passing, reflected in our eyes,
Eclipsing all, the jealousy, and lies

Mountain, For Yasgur Fram, 1970


Wooden ships on the water, very free and easy,
Easy, you know the way it's supposed to be,
Silver people on the shoreline, let us be,
Talkin' 'bout very free and easy...

Crosby, Stills & Nash, Wodden ships, 1968



L'evento

Tra il 15 e il 18 Agosto 1969, sul terreno di Max Yasgur, in località Bethel, nei pressi della cittadina di Woodstock, stato di NY, si consumò il più grande rito pagano della Civiltà dei Fiori, delle droghe, dell’amore libero, della “contro-cultura”. Oltre 400.000 ragazzi da tutto il continente arrivarono (o cercarono di farlo) all’appuntamento con la Storia. Fu un rito postumo, come solo i più attenti allora compresero; tanto che il funerale dell’Hippie si era celebrato in quel di S. Francisco addirittura due anni prima, nel 1967, dopo la messa la bando del LSD (ottobre 1966), quando di fatto terminava il momento d’oro della nuova gioventù. Al contrario, quasi negli stessi giorni del festival, Charles Manson e la sua Family, spargevano sangue per le strade d’America. Eppure Woodstock, grazie all’inevitabile inerzia di menti giovani e innamorate, fu percepito, se non come l’inizio, come la legittimazione di un nuovo umanesimo; ancora oggi è diffuso questo fraintendimento. Da un punto di vista sociale la fine degli anni ’60, il Vietnam, Nixon, il suddetto Manson e tutto ciò che si cita in questi casi volteranno prepotentemente pagina rispetto all’era delle utopie. Da un punto di vista musicale la maggior parte dei presenti visse a Woodstock l’ultimo grande momento di fama; furono dei rivoluzionari, degli ignari tedofori del Nuovo qualche anno prima a Monterey, dove già l’occhio lungo dei discografici aveva fatto man bassa di nuovi idoli; per contro saranno pochissimi coloro che a partire da Woodstock si costruiranno un futuro di celebrità. Tra questi Santana e i Mountain, questi ultimi riconoscenti autori della ballatona For Yasgur's Farm sull’album d’esordio: la loro sarà una carriera di discreto successo ma brevissima. A posteriori, più ancora dei presenti, pur tanti e comunque notevolissimi, peseranno gli assenti: da una parte i veri dominatori delle charts dei primi ’70, dall’altro i più audaci agitatori musicali dell’epoca. Mancarono i Beatles (che però inviarono un biglietto di auguri, per fortuna …); i Rolling Stones (che si faranno un megaconcerto tutto loro qualche mese più tardi ad Altamont); i Led Zeppelin, proprio allora in tour in America, che non parteciparono perché sarebbero stati solo un gruppo tra i tanti (atteggiamento insopportabile, che però avrebbe pagato, almeno in termini di guadagni); i Pink Floyd; Bob Dylan (che spedì Joan Baez). Come detto, mancarono soprattutto quelli che oggi sono ormai riconosciuti come i veri e più integri esempi di contro-cultura in senso prettamente musicale: Frank Zappa, i Fugs ma anche Tim Buckley e Captain Beefheart. Woodstock fu quindi una proposta alternativa al mainstream o piuttosto la formalizzazione di un mainstream un po’ più alternativo? Non bisogna in effetti trascurare anche un aspetto auto-celebrativo troppo spesso negato: una kermesse più simile alla notte degli Oscar che a una rassegna di cinema indipendente: la cultura dei Fiori celebrava sé stessa, rimirandosi nello specchio dorato di artisti consolidati. Niente di male in questo, ma basta scorrere le scalette di altri concerti dell’estate del ’69 per rendersi conto che le novità bisognava cercarle altrove. A Bath, il 28 giugno, dove era allineata la meglio gioventù della seconda generazione del rock inglese (Zeppelin, Savoy Brown, Fleetwood Mac); o a Newport, dove il programma era una sperimentale sinergia jazz rock, con Jeff beck,  Miles Davis e Sun Ra tra gli altri. 

Certo, con la sua maestosità, con l’imprevedibile successo di pubblico e soprattutto con una buona risonanza mediatica, Woodstock ebbe l’innegabile merito di definire una volta per tutte il rito del “festival rock”, trasportandolo anzi nella dimensione suprema del mega-raduno estivo, una formula che conta ad oggi innumerevoli epigoni: dall’ isola di Wight, a Glastonbury, a Donington, a Roskilde. Di più: inaugurò un tipo di evento musicale in cui in realtà la musica è solo una delle componenti, forse non la più importante a fronte del bisogno di ogni generazione, di ogni gruppo, di darsi appuntamento, di incontrarsi, di scrutarsi, di riconoscersi come un insieme. Fu poi, non dimentichiamolo, un evento totalmente gratuito per il pubblico, un modo di produrre musica che ancora può essere preso come modello.



L'immagine

Per non aggiungere altre banalità ad un argomento che, specie in periodo di commemorazione, ne attira già troppe, non vorrei tanto scrivere dell’evento, quanto dell’immagine dell’evento, così come ci viene restituita dal cinema nella pellicola omonima: "Woodstock: Three Days of Peace & Music"di Michael Wadleigh, documentario premio Oscar, nonché uno dei primi e fondamentali flirt tra cinema e rock dal vivo.


woodstock004Distribuito dalla Warner nel 1970 in un magnifico 16mm, guadagnò 16.400.000 dollari al box office; nei tre giorni del concerto, Waldeigh filmò diverse ore di pellicola e la versione “Director’s cut” più recente arriva comunque ai 230’. Del resto gli spunti non mancavano: Waldeigh e il suo aiuto regista Martin Scorsese (proprio lui!), si dividono equamente tra stage e audience, cioè i due poli magnetici dalla cui relazione scaturisce la magia di ogni concerto. Una divisione resa esplicita su pellicola dalla tecnica allora innovativa dello split-screen: il recinto rettangolare dello schermo si divide spesso in 2 o più “cluster”, che si compongono, si incastrano, scorrono in sincronia o in discronia, dandoci la possibilità di vedere con un occhio l’artista e con l’altro il pubblico, di ascoltare una canzone o il rumore della folla. Il film procede in modo lineare, il montaggio non è sempre fedele alla cronologia dell’evento, ma la scansione temporale è fluida, aprendo sugli ultimi preparativi per l’allestimento del palco sulle note della visionaria Wodden Ships (CSN, Omonimo, 1969); chiudendo sui feedback tellurici di Hendrix, l’artista che concluse il raduno. Una linearità opposta alla costruzione “a ritroso” di Gimme Shelter il film sul concerto di Altamont, cioè l’altro volto del mito.


woodstock




Regista e staff dovettero confrontarsi con i mille problemi tecnici del concerto: non è facile impiantare tanti watt di potenza in profonda campagna; né d’altronde girare sempre con pesanti telecamere, registratori e microfoni in spalla. Eppure queste difficoltà aggiungono grande appeal alle immagini: sul palco, a riprendere le performances vi erano solo 1 o 2 operatori con telecamera a spalla, veramente immersi tra i musicisti, estensione visiva della band stessa. Da qui l’attenzione e primissimi piani su dettagli che sono forse la migliore e più originale testimonianza delle esibizioni: i sandali di Richie Havens, la barba di Bob Hite, le frange di Roger Daltrey, gli occhiali e il sudore di Sly Stone. Queste riprese restituiscono realmente l’impressione di essere sul palco, più di documentari anche recenti dotati di apparati tecnici ben più avanzati (come il pur bello Shine a Light dello stesso Scorsese). Certo il fatto che Waldaigh rinunci ad un approccio “autoriale” così caro a tanti registi aiuta a liberare le immagini e il montaggio da molta minima ma inutile retorica (auto)celebrativa. Questo è un vero documentario e il taglio è più giornalistico e meno cinematografico.


woodstock008_01Impossibile purtroppo condensare in poche ore tre giorni di musica, la selezione si impone; accanto a tagli dolorosi quanto inevitabili (The Band, Mountain, Grateful Dead) gli acts migliori ci sono tutti: il nervoso, a tratti isterico, rock britannico di Who e Ten Years After, chiuso dalla schitarrata supersonica di Alvin Lee in Goin’ Home (versione originale su Undead, 1968 ); il bellissimo set notturno di Sly and the Family Stone; l’utopismo hippie di Jefferson Airplane e Canned Heat, questi ultimi in una line-up da delirio rock-blues, con Alan “Blind Howl” Wilson affiancato dalla chitarra psicotica e dalle basette improponibili di Harvey “The Snake” Mandel. Una giusta enfasi è stata concessa a Crosby, Stills e Nash ed Hendrix: i primi furono forse i migliori interpreti dello spirito “improvvisato”, friendley, anti professionistico del raduno, mettendosi in gioco in prima persona come nessun’altro. Hendrix..bè era Hendrix, la sua chiusura con l’inno americano distorto fu il migliore Manifesto che ci si potesse aspettare. Accanto ai mostri sacri il documentario ha però il pregio di non rinunciare ad artisti che oggi diremmo minori; indugiando a lungo su Freedom, l’isterica improvvisazione di Ritchie Haven, artista che ebbe l’onere di aprire il raduno; resuscitando un bel complesso della summer of love: Contry Joe and The Fish; restituendo il giusto spazio a Arlo Guthrie, la cui Coming into Los Angeles (da Running Down the Road, 1969), autentica gemma nascosta della playlist, è montata in una bella sequenza di vita comunitaria. Un aspetto, quello del pubblico, che nell’economia del documentario non ha meno importanza del lato artistico; e che raggiunge l’apice, nonché uno dei momenti più tipicamente cinematografici della pellicola, nel sinistro appropinquarsi del grande temporale che rischiò di mandare in tilt tutto quanto.


woodstock006_01Dopo la pioggia, invano scongiurata da una improvvida danza del Sole, fu il fango il vero padrone del campo di Max Yasgur; eppure la tenacia, l’allegria, magari l’incoscienza degli astanti regalano spassosi momenti di vita: ne è un bell’esempio la “Jam” percussiva con bottiglie, bastoni, vocalizzi improvvisati, imbastita tra il pubblico e ripresa - involontariamente? - dai Black Oak Aarkansas in When Electricity Came to Arkansas, nel 1971. Oltre a questo non mancano i clichè che fecero epoca: il saluto al Sole, il bagno nudi nel fiume, il Volkswagen T1 giallo a fiori sulle note dell’imprescindibile Going to the country dei Canned Heat (da Living the Blues, 1968). Non mancano poi le interviste, brevi, essenziali, al pubblico e agli stupefatti ma ben disposti abitanti di Bethel: loro saranno il “pubblico del pubblico del concerto”, come in una scatola cinese, assistendo ad una variopinta sfilata di ragazzi con capelli lunghi, non molti soldi e occhi tutti azzurri.
Inevitabile una sottile malinconia nel finale, con l’esercito del pubblico in ritirata dai campi dove si combattè senza armi e senza violenza. E’ veramente la fine.
Arrivederci ad Altamont, tra il pubblico, o al cinema.

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Immagini tratte da frames del film
Woodstock: Three Days of Peace & Music , di Michael Wadleigh (USA, 1970)

Dall’alto: Canned Heat, The Who, Crosby, Stills & Nash, Audience, Jimi Hendrix.


La discografia del concerto

La discografia emersa dal concerto non è eccelsa nè immortale; le performances furono buone, almeno discrete; le condizioni non sempre facili: i live non saranno i migliori per quasi nessun artista. Jerry Garcia, leader dei Grateful Dead, ricordò come quello fosse stato uno dei peggiori concerti del gruppo. Eppure tutte quante le esibizioni hanno come comune denominatore la tremenda potenza del “momento” e della sua cattura. Il genius loci e il genius temporis, lo spirito del momento e del luogo funzionano in sinergia, meglio delle chitarre e dei cantanti: l’emozione di Crosby, Stills e Nash, l’inno suonato da Hendrix, la carica emotiva di Joan Baez, la violenza degli Who: tutto testimonia l’irriproducibile unicità di ogni esibizione, rendendola, almeno in apparenza, gigantesca rispetto a qualunque altra in qualunque altro luogo. Il solo potere dell’evento, specie a quarant’anni di distanza, basta per mitizzare qualunque nota, anche la più banale.
Sul versante discografico partì nel 1970 la Atlantic con un triplo LP, pubblicato come colonna sonora del documentario di Waldeigh, cioè l’unico modo logico di affrontare l’oceano musicale profuso dal raduno. Il disco vendette molto bene anche sulla scia dell’ottimo successo del film. Tanto che l’anno dopo l’Atlantic replicò con il “volume 2”, questa volta un doppio LP più incentrato sui “pezzi da 90”: Crosby, Stills, Nash ed Hendrix. Il disco ha anche il merito di riportare alla luce parte dei buoni set di Jefferson e Mountain. Queste prime uscite restano le compilation definitive dell’evento.
Col tempo si sono poi alternate alcune uscite d’archivio con i set integrali di alcuni artisti, benché ancora molte performances esistano solo in pubblicazioni simil-bootleg (Who su tutti).
Nel 2009 la Sony-BMG, per commemorare i 40 anni dal concerto, ha distribuito una serie di pubblicazioni dal titolo “The Woodstock Experience” a nome di alcuni dei principali artisti esibitisi a Woodstock: ogni doppio CD contiene il live completo del festival e l’album originale pubblicato dalla band nella data più prossima del concerto. La qualità del suono dei live varia alquanto ma è mediamente buono; apprezzabile lo sforzo archivistico.



woodstock012AA.VV.  - Music from the Original Soundtrack and More: Woodstock (3 LP) – Atlantic-Cotillon,  1970
Ultima ristampa CD: 2009 Rhino/Cotillion







woodstock014AA.VV.  - Woodstock Two (2 LP) – Atlantic-Cotillon,  1971
Ultima ristampa CD: 2009 Rhino








woodstock016Jimi Hendrix  - Jimi Hendrix: Woodstock – MCA, 1994










woodstock018Jimi Hendrix   - Live at Woodstock – MCA, 1999
Questa è la versione definitiva, remasterizzata ed in 2 CD, dell’esibizione di Hendrix 








woodstock020Mountain - Official Bootleg Series, Vol. 7: Woodstock/New Cannan H.S. 1969 – Voiceprint, 2005
Il settimo volume della alquanto esagerata Bootleg series (ad oggi 15 uscite…) del gruppo di West e Pappalardi comprende la loro esibizione a Woodstock, forse la più “hard” del festival.






woodstock022Jefferson Airplane - The Woodstock Experience – Sony/BMG-Legacy, 2009
Il lunghissimo set dei Jefferson Airplane non compare nel documentario di Waldeigh; una buona occasione per ascoltare una versione di 20’ di Wodden Ship e una di 15’ di The Ballad of You & Me & Pooneil. Volunteers è il disco ufficiale abbinato al live.






woodstock024Janis Joplin - The Woodstock Experience –  Sony/BMG-Legacy, 2009










woodstock026Sly & Family Stone - The Woodstock Experience –  Sony/BMG-Legacy, 2009
Una delle migliori esibizioni del festival









woodstock028Johnny Winter - The Woodstock Experience –  Sony/BMG-Legacy, 2009




 




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