Muse - Live at Rome Olympic Stadium
Il concerto evento dello scorso luglio sul grande schermo


Articolo a cura di Stefano Risso - Pubblicata in data: 06/11/13

Chi l’avrebbe mai detto. Era il 1999 e poco prima di prendere da bravi scolari il treno delle 7.17 per arrivare in tempo in una noiosissima aula di un liceo milanese, ci sintonizziamo su quel glorioso canale che fu TMC 2, dove stava per iniziare il video di una nuova band inglese, un terzetto chiamato Muse. Era “Muscle Museum”. Bella, potente, toccante tanto da far risvegliare dal torpore mattutino e far insinuare nel cervello la seguente domanda: ma chi saranno questi Muse? Internet era ancora legato ai modem a 33/56K, di informazioni se ne reperivano poche, Napster non esisteva ancora (o almeno non era ancora arrivato alla massa) e Lars Ulrich dormiva ancora sonni tranquilli, l’unico modo di “scoprire” una band era armarsi delle care ventimila lire, recarsi al negozio (fisico, quelli digitali erano solo nelle menti dei loro creatori, forse) e comprare a scatola chiusa il disco. E che disco, “Showbiz”.

Anno domini 2013, quei Muse sono diventati a tutti gli effetti la rock band del nuovo millennio che più di ogni altra ha saputo raccogliere consensi di pubblico, trasformandosi da quel video a un orario assurdo in eventi come quello documentato in “Live at Rome Olympic Stadium”, il film concerto della data di Roma lo scorso 6 luglio, davanti a oltre 60.000 persone. Presentato in anteprima ieri 5 novembre (disponibile per tutti a partire dal 12 c.m.), il film/concerto diretto da Matt Askem è la sintesi di quello che i Muse hanno raggiunto fino ad oggi, il punto più alto (almeno per ora) di una carriera, la definitiva consacrazione, avere uno stadio ai propri piedi e documentare il tutto in maniera impeccabile, in grande, grandissimo stile, utilizzando addirittura per la prima volta la definizione 4K, ovvero una definizione quattro volte superiore all’hd.

 

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Il risultato è decisamente appagante, non c’è che dire. L’unione dell’altissima definizione (nei cinema in cui il 4K non fosse supportato, ci si dovrà “accontentare” di una definizione comunque sopra la media), della regia e dell’imponente scenografia installata lungo una curva dello Stadio Olimpico, creano uno spettacolo per gli occhi davvero degno di nota, probabilmente ad oggi il massimo esprimibile per una proiezione a due dimensioni (il recente 3D Imax di Metallica - Through the Never è tutto un altro pianeta). Su un palco gigantesco, con la consueta passerella verso il pubblico, sovrastato da una struttura che ha qualche richiamo alla Battersea Power Station di Londra (quella sulla cover di “Animals” per intenderci), un immenso megaschermo con quattro torri sputa fuoco, i tre imbastiscono un concerto dai ritmi serrati, in cui si ha buona alternanza tra momenti più concitati e di raccoglimento, ben sottolineati non solo da effetti visivi sempre curatissimi, ma anche da semplici carrellate e primi piani sul pubblico, quindi facce urlanti su muri di chitarra e coppie sul punto di baciarsi durante le ballate, come a voler sottolineare di tanto in tanto la viva partecipazione del pubblico.

Un pubblico che si sente (a dire la verità anche quello in sala si è lasciato andare in battimani e urla da “concerto”), forse pure troppo, andando a inficiare la pura resa sonora del concerto. I volumi altissimi scelti per la proiezione non sempre sono stati modulati a dovere, specialmente nei frangenti più heavy, con la chitarra di Bellamy un po’ impastata, andando a perdersi nel “frastuono” generale. Come detto grande attenzione alla scenografia, curata canzone per canzone anche con brevi apparizioni di attori prima e durante i brani specifici (uno anche appeso a una gigantesca lampadina sulla folla) sempre molto suggestiva, vedi l’omaggio western prima di “Knights of Cydonia” al Maestro Morricone con l’accenno di “Harmonica vs Frank” del capolavoro di Leone “C’era Una Volta il West”, con Wolstenholme all’armonica. L’attenzione a ogni minimo aspetto scenografico è tale da riuscire a riempire l’intero enorme palco, altrimenti un po’ vuoto e non solo per l’effettivo numero dei tre ragazzi del Devon (e musicisti a supporto), ma soprattutto per la scarsa presenza sul palco della band. L’unico mattatore Bellamy fa da contraltare a un impalpabile Wolstenholme, quasi interamente assorto sul proprio strumento e a un Howard puro esecutore, per forza di cosa ancorato al suo seggiolino ma davvero poco empatico.

 

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Ecco forse è questo quello che differenzia una delle più grandi rock band di oggi da quelle che l’hanno preceduta temporalmente. L’esibizione dei Muse non ha il piglio da rockstar, non ne possiede il carisma e nemmeno physique du rôle, è come se tutto fosse stato predisposto per la miglior resa possibile del concerto senza quel qualcosa, un gesto, un atteggiamento che solo le più grandi stelle posseggono, un concerto scandito come una sorta di copione. Impossibile sottrarsi a giudizi di questo tipo quando la direzione musicale/live è sempre più tendente alla megalomania, le milioni di copie vendute aumentano e i fan si fanno sempre più numerosi. Vedi ad esempio la chiusura dello show affidata a “Starlight” (e anche su questo potremmo discuterne), non degna di uno spettacolo di tale ambizione, non tanto per la canzone in sè, quanto per l’atteggiamento della band, limitatasi ai saluti di rito lasciando il palco, senza un finale col botto, come ogni main event richiederebbe.

Da quegli ossuti ragazzi del 1999 sono trascorsi tanti anni, probabilmente nemmeno i Muse stessi si sarebbero aspettati un tale successo, tanto che una volta odorato nell’aria il profumo della vittoria, vi si sono fiondati a bomba, sicuramente sacrificando l’aspetto artistico della propria musica, prediligendo un altro tipo di pubblico rispetto all’abituale alternative rocker (nelle prime file davanti al palco tantissime facce molto giovani), ma come biasimarli, in fin dei conti di musicisti incarogniti chiusi nel proprio vano sogno di gloria ce ne sono a bizzeffe, meglio passare dall’altra parte con tanti saluti a tutti. Un concerto che ogni muser che si rispetti non dovrebbe perdersi, una gioia per gli occhi e per le orecchie (a secondo dei gusti), un’occasione per vivere un evento o per rievocare una serata che ha segnato la vita della band e la storia recente del rock.




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