Libri: Donato Zoppo - La filosofia dei Genesis
Voci e maschere del teatro rock


Articolo a cura di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 05/03/16

Lontano dagli Stati Uniti e dai sanguinolenti show di Alice Cooper, prima ancora che il punk mettesse in scena maltrattamenti di strumenti su un paio di sgraziati accordi, prima che gli stessi Pink Floyd imbastissero produzioni da favola su palchi fantascientifici: la quintessenza della teatralità sul palco, gli esordi di magniloquenti esibizioni fatte di interpretazioni del tutto inscindibili dalla perizia strumentale, la genesi del progressive teatrale.

 

E' un volumetto piccolo ma non sintetico (aiutato in questo dalla breve finestra temporale coperta) quello con cui Donato Zoppo affronta una delle band più caratteristiche dell'intera scena rock settantiana britannica. Una creatura di reduci della rinomata Charterhouse School, alternativi ma acculturati, visionari ma dotati anche dell'acume indispensabile per mettere in musica vezzi e vizi del proprio tempo.

 

genesislibro201601Tra il 1970 e il 1975 i Genesis marcano a fuoco nella storia della musica i nomi di "Nursery Cryme", "Selling England To The Pound", "Foxtrot", "The Lamb Dies Down On Broadway". Concept autentici, sinceri tributi all'arte classica delle ouverture nella forma, arricchiti però da componenti liriche precedentemente inimmaginabili (tanto da richiedere, per la prima volta nella storia, l'introduzione dei testi nei gatefold degli LP). Storie di uccisioni a colpi di mazza da cricket o di sanguinosi regolamenti di conti tra band rivali, tanto complesse e castigate nei versi dei brani da necessitare d'essere raccontate nel dettaglio, approfondite, financo interpretate. Di qui la pionieristica visione (e l'intera parabola, anch'essa a un certo punto discendente) di Gabriel, che da giocosi e impacciati monologhi troverà modo di creare un intero teatro rock, facendo propri i casi di studio d'Oltremanica (Frank Zappa o gli Who sono soltanto alcuni esempi) per costruire un personalissimo armamentario di travestimenti e maschere.

 

E' questa la fase affrontata, con dovizia di particolari, da "La filosofia dei Genesis - Voci e maschere del teatro rock". Un libro lucido e poco incline a esagerati entusiasmi ma puntuale nel sottolineare il ruolo di Gabriel nella nascita di linguaggi usati (e abusati) per un abbondante decennio, prima che l'intero movimento progressive colasse a picco affondato dal peso della lascivia della disco music e della propria stucchevolezza. In cento pagine o poco più rivivono le meritate celebrazioni di un pubblico e di una stampa finalmente consapevoli del fenomeno progressivo, i dissidi interni e i delicati dualismi con la prominente figura di Phil Collins, i primi disastrosi stage diving, gli ultimi monumentali tour suonati incredibilmente da separati in casa.

 

Una meticolosa, puntuale e godibile roadmap di una delle fasi che più hanno reso il progressive quella meraviglia di estro e autoindulgenza che tutti abbiamo imparato ad amare.

 

INTERVISTA CON L'AUTORE DEL LIBRO

 

Il libro copre soltanto una breve finestra temporale della lunghissima carriera dei Genesis. Qual è la tua opinione sul prosieguo della carriera con il Collins come leader indiscusso? Pensi, come molti, che i "veri" Genesis siano scomparsi dopo l'abbandono di Gabriel?

 

Non essendo un fan dei Genesis ma un ammiratore sincero e appassionato della loro opera, cerco di vedere le cose senza abbagli ideologici, senza preconcetti. Credo che oggettivamente la musica dei Genesis a partire dal 1977 abbia perso progressivamente la magia, le intuizioni melodiche, la qualità e l'originalità del periodo ‘70-‘76, fino a cambiare radicalmente in termini di scrittura e più in generale di approccio artistico. Anche il pop degli anni '80/'90, nei momenti migliori, aveva una sua qualità e dal vivo la band era un'ottima macchina da spettacolo, ma in comune con la vecchia esperienza non aveva che il nome e tre musicisti... Non è che uscito Gabriel sia finito tutto, anche perchè A Trick Of The Tail, Wind And Wuthering e anche Duke sono a mio avviso album eccellenti, compiuti e non irrisolti, nei quali l'eccellenza banksiana emerge nuovamente. È che Gabriel se ne va in un momento complesso, proprio quando il prog sta imboccando la direzione discendente che accomuna grosso modo tutti i protagonisti dell'epoca, che cercano di rinnovarsi ma con notevoli difficoltà (pensa ai Jethro Tull dell'ottimo Songs From The Wood ma anche, al lato opposto, i mediocri ELP di Love Beach).

 

Chiudi il libro sottolineando come i grandi rock show del futuro avrebbero fatto inevitabilmente i conti con i Genesis. Oggi, secondo te, esiste qualcosa di simile a quanto portato sul palco da loro così tanti anni fa? Vedi qualche forma di "spettacolo" sul palco che possa avere una simile rilevanza e influenza?

 

No, purtroppo non ci sono più nuovi esempi di teatro rock che abbiano la complessità genesisiana, che presentino la coesistenza di vari elementi musicali, narrativi e visivi, anche perchè oggi ci sono difficoltà economiche che renderebbero molto difficile per una rock band contemporanea immaginare spettacoli e produzioni come quelli del 72-75. Ma i tempi sono cambiati, la multimedialità si è spostata su versanti più tecnologici, per certi versi anche minimali, e vedere un cantante mascherato sarebbe anacronistico, oltre che poco sorprendente… tocca andare a vedere i Musical Box, ma più che altro per capire cosa poteva essere uno spettacolo dei Genesis nel 1973, per toccare da vicino quel tipo di emotività che sprigionava la loro musica una volta incarnata e materializzata nella maschera da Foxhead o nel vestiario punk di Rael.

 

Pensi che in assoluto, a livello di intero movimento, il genere avrebbe potuto affermarsi senza la sua grande componente scenografica (che pure lo ha fatto diventare demodé e lo ha portato al crollo col passare degli anni)? Pensi ci siano delle band di valore simile a quello dei "grandi", ma penalizzate dal fatto di essere poco "sceniche"?

 

Se il progressive ha portato nei dischi grandi novità compositive, sonore e tematiche, anche dal vivo c'è stata un'attenzione speciale per l'elemento visivo. Se non c'erano grandi scenografie le band investivano comunque in spettacolarità ed enfasi esecutiva: pensa alla grandezza strumentale di ELP, al trionfalismo degli Yes, alle piroette tra gli strumenti dei magnifici Gentle Giant. Al tempo stesso però non credo che l'elemento scenico abbia condizionato più di tanto, pensa a live act "spartani" come i Soft Machine post Wyatt o i Van Der Graaf Generator: due nomi diversissimi tra di loro ma famosi e influenti anche senza la spettacolarizzazione. Per i Genesis fu il contrario: la popolarità arrivò proprio grazie alle trovate gabrieliane, che però erano – e questa era la peculiarità - totalmente in linea con lo spirito dei brani. Nel mio libro lo sottolineo spesso e volentieri: la teatralità genesisiana è stata una sorta di perfezionamento, di completamento, un legame visivo forte con i pezzi, non un barocchismo per stupire, non un modo per far parlare di sé, questo è importante.

 

Tra streaming e facile fruibilità della musica in ogni dove, con sempre meno date in Italia e con i prezzi dei biglietti sempre più alti, siamo in un'epoca in cui la gente è sempre meno portata a "vedere" una band piuttosto che a sentirla - a parte qualche caso eclatante o a band storiche con carriere quarantennali. Pensi si sia irrimediabilmente persa la magia che il concerto aveva qualche decennio fa?

 

Quando un evento è raggiungibile, visibile e tangibile facilmente per tutti, allora la sua magia si disperde, si affievolisce, a meno che tu non sia un giovanissimo oppure un neofita ai suoi primi concerti, magari desiderati da anni e finalmente raggiunti, allora in quel caso la scintilla c'è ancora perchè la provenienza dello spettatore è pura e sincera. Non dobbiamo mai dimenticare che il concerto è un fenomeno sociale, c’è un rapporto con lo spettatore, che è parte integrante dell’evento. La proliferazione musicale e la facilità di "appropriarsi" dell'evento immediatamente via smartphone hanno sancito la scomparsa del concerto come rito collettivo, come celebrazione dello scambio di energie tra performer e audience, come momento di condivisione totale. Quante volte ai concerti vediamo persone totalmente incollate al telefono per riprendere o fotografare con l’obiettivo di cristallizzare il concerto per poi goderselo (ma se lo godranno davvero?) a casa, comodi e tranquilli. Quando il rock era giovane e il pubblico era in simbiosi con gli artisti, c'era una crescita collettiva che andava in parallelo, la cosa poi si è affievolita e la ritualità del raduno si è persa. Personalmente, ricordo con gioia il concerto di Santana a Napoli in Piazza Plebiscito nel 2004: un momento di festa collettiva che poi negli anni seguenti fino ad oggi non ho più percepito in altri concerti, forse al concertone dei Genesis al Circo Massimo qualche anno dopo, ma in modo meno palpabile vista la dispersività della location. Certo dipende molto dall'artista: ricordo con immutata magia un concerto di Joe Zawinul con il Syndicate (sarà stato il 2001/2002), nel quale il vecchio leone fu capace di stregare il pubblico e tenerlo in assoluto silenzio nei momenti più lievi, proprio quelli durante i quali gli spettatori maleducati parlano...

E per concludere: tutte le volte che si era parlato di una reunion dei Genesis... ci hai mai sperato?

Ti dirò, non spero nelle reunion a meno che non siano fondate su una forte esigenza artistica. Ad esempio ho ammirato il ritorno dei Van Der Graaf perchè era mosso da intenti di rinnovamento, anche se gli album dal 2005 ad oggi non sono alla pari dei capolavori del passato. Mi piacerebbe una reunion dei Gentle Giant perchè credo avessero ancora molto da dire, mi piacerebbe rivedere Richard Sinclair con i Caravan ma credo che i dissapori personali siano ancora insormontabili. Non so se sperare in una reunion dei Genesis: quali Genesis poi? Quelli gabrieliani? difficilissimo, anzi impossibile: Collins ha problemi di salute, credo che per Peter sia assai impegnativo cimentarsi con il vecchio repertorio, inoltre credo lo troverebbe un passo indietro dal punto di vista artistico.




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