Cobain: Montage Of Heck
Riverberi, immagini, parole, ricordi. No, non abbiamo mai conosciuto Kurt Cobain. Eppure...


Articolo a cura di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 29/04/15
Esci e piove, anche piuttosto forte, ma non importa, anche perché te ne accorgi solo a metà strada, tra l’ingresso del cinema ed il parcheggio della macchina. Non te ne sei accorto nemmeno quando hai lavato la tua logora Dr. Martens dentro una pozzanghera, nemmeno quando per cercare le chiavi dell’auto infili la mano nella tasca della giacca e senti – ma non percepisci – le gocce di pioggia che cercano di farsi strada nelle microscopiche fessure del tessuto.

Ti accorgi che piove, anche piuttosto forte, solo a metà strada, perché è solo in quel momento che nella tua testa ha finito di rimbombare come un monito una voce che alla fine dei titoli di coda ha trasceso il resto degli strumenti e delle distorsioni, è stata lasciata sola, cruda, senza filtri, ad urlare, con un riverbero finale che quasi sembra il tentativo di fuga di un’anima.

A denial”. “A denial”. “A denial”. “A denial”. “A denial”.
A denial”. “A denial”. “A denial”. “A denial”.
 
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Poco prima eri lì, seduto nel bel mezzo della sala cinematografica, ma a tratti avevi la sensazione di essere da solo, magari a casa tua, a fissare lo schermo, il tutto con le proporzioni sballate, tutto troppo grande, eccessivamente enorme rispetto a te, una sorta di realtà allucinata stile video musicale anni ’90. Dai un’occhiata ai sottotitoli, poi alle immagini, poi semplicemente divori lo schermo con l’attenzione che un bambino dà alla madre mentre gli corre in contro per abbracciarlo. Ecco, quegli abbracci Kurt Cobain ad un certo punto ha iniziato a respingerli, nonostante li desiderasse così tanto. Famiglia disgregata, e lui voleva l’abbraccio di una famiglia, la sua famiglia, non di tante famiglie.

Se guardi quelle tele, quei disegni, ti accorgi di cosa avesse davvero dentro di sé. A volte penso ‘Come ho fatto a non accorgermene?’” Krist Novoselic

Cobain: Montage Of Heck” lo vedi, lo guardi, lo osservi, lo ascolti per due ore e quindici minuti filate, vieni preso d’assalto dai disegni di Kurt che prendono vita grazie alle elaborazioni grafiche che ne accentuano la vena inquietante e lacerante di chi aveva trovato nella musica il bisogno, o meglio, il tentativo di catarsi, nel tratto sulla tela la necessità di sfogo. Il che è diverso, profondamente diverso.
 
Ascolti la voce di un ragazzo di 20 anni che passa le giornate a scrivere, comporre, suonare, registrare, interrompere tutto perché squilla il telefono: “Pronto? No, Tracy non è in casa, è al lavoro... Ok, bye.”. Quella voce puoi anche vederla, grazie all’acquerello animato che dà movimento a ciò che il mangianastri non poteva catturare.
 
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Non te ne accorgi subito, dopotutto sai a memoria il canovaccio su cui Cobain ha tracciato i suoi passi fondamentali non solo come musicista, ma anche come essere umano con un problema di gestione di se stesso immenso... Non te ne accorgi subito, ma sono i dettagli, le immagini che inizialmente guardi con attenzione ma non con quella attenzione. Sono la mano del padre che stringe nervosamente il bracciolo del divano, il respiro trattenuto di Novoselic prima di raccontare ogni volta qualcosa, è la lucida e tremendamente minuziosa ricostruzione di aneddoti, periodi, momenti che la madre racconta con sicurezza.

Mi disse ‘Mamma, è il master del nuovo disco. Posso metterlo nello stereo?’ ‘Certo, si si!Alza, alza il volume!’. Mi piace ascoltare musica a volume alto. Quando ascoltai quella cassetta... Gli dissi ‘O. Mio. Dio. Questo cambierà tutto. Allacciati le cinture, figlio mio, perché non sei minimamente pronto per tutto questo.” Wendy Elizabeth Fradenburg Cobain

Sono quegli spezzoni di filmati di vita privata che pensi di aver visto, o che pensi siano simili a quelli che hai già visto, a crearti un vuoto apparente dentro di te, perché vedi una persona in affanno, poi felice, che si sforza ad essere felice, che si sforza a credersi felice, che si aggrappa con tutte le sue forze alla nuova vita scaturita da lui e Courtney Love, ma poi lo vedi con gli occhi chiusi, seduto. Tutto meno che lucido.

Il canovaccio lo conosciamo tutti, ma “Cobain: Montage Of Heck” riempie le parti già arcinote con aneddoti, dettagli piccoli eppure preziosissimi, aggiunge punti di vista, scardina punti di vista, ricompone una vita privata così nota al grande pubblico che anche nella sua ora più buia è stata inondata dalla luce dei riflettori, luce talmente abbagliante che finì per coprire i dettagli, il contesto, l’origine di molti gesti, di molte gesta. Conoscere una storia a grandi linee non significa conoscerla nella sua interezza. Non conosceremo mai l’intera vita di Kurt Cobain, né ce ne vogliamo arrogare il diritto, non dobbiamo anzi pretenderlo. Dopotutto è (stata) una persona come tutti noi, meritevole dei suoi spazi personali e dei suoi segreti, così come i suoi cari.
 
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Ma all’uscita del cinema, a metà strada tra l’ingresso e l’auto parcheggiata dall’altra parte della via, quando sei fermo sotto la pioggia, quando ti accorgi che effettivamente piove, anche piuttosto forte, quando riprendi contatto con l’effettiva realtà, ti accorgi anche che, ora, conosci davvero tante piccole parti dell’intera storia. E non sai se questo sia un bene od un male, sai che qualcosa, comunque, è tornato a conficcarsi in qualche parte, dentro di te.

Intanto piove ancora, anche piuttosto forte. Ma non importa.



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