Deep Purple: le nostre prime impressioni su "Now What?!"
In anteprima il track-by-track del nuovo album della storica formazione inglese


Articolo a cura di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 19/04/13
Milano, 10 aprile. Dopo un inverno più lungo del previsto, la primavera fa capolino nel capoluogo lombardo con un gradito regalo. SpazioRock ha infatti avuto l’onore di ascoltare in esclusiva le undici tracce che compongono “Now What?!”, il primo disco di inediti dal 2005 della storica band inglese. Un disco superiore alle aspettative, in cui la band si confronta a viso aperto con il suo glorioso passato come mai aveva fatto prima. Il disco uscirà il 30 aprile per cui… il countdown è appena iniziato!

Si ringraziano Teo e tutto lo staff della Spin-Go! per l’esclusiva.   

A SIMPLE SONG


Una lunga intro di chitarre in clean e la voce di Gillan che entra con la sua tipica sensualità; otto anni di silenzio rotti senza troppi indugi da un potente incrocio di chitarra e Hammond e da un chorus degno dei tempi migliori. Sul piatto ci sono ancora gli ingredienti di sempre e stavolta sembrano dosati proprio bene.  Fate attenzione agli ultimi versi: “Once you sang/ a simple song/ It got confused/ and now it’s gone”. Noi azzardiamo un’ipotesi: che a qualche ombroso chitarrista stiano fischiando le orecchie?

WEIRDISTAN

Il senso del testo è tutto nel titolo, ossia un bizzarro viaggio nel tempo e nello spazio; le tastiere che introducono il pezzo con una base d’archi costituiscono la chiave di lettura di un disco che sembra essere il ritorno più deciso, da un po’ di tempo a questa parte, alle sonorità che li hanno resi leggenda. L’atmosfera di “Weirdistan” è resa ancora più vivace dai caratteristici intrecci fra chitarra e Hammond.  

OUT OF HAND

Una traccia piuttosto ordinaria e dalle tinte cupe, scandita da un unico riff che si ripete per quasi tutta la durata del pezzo. Anche il chorus è tutto sommato, ordinaria amministrazione.

HELL TO PAY


Come singolo apripista non poteva che essere scelto un classico rock alla Deep Purple, con un chorus più ispirato ai Twisted Sister che non alle cose più classiche. Il risultato finale è tutt’altro che di second’ ordine, Steve Morse recupera in qualche modo le scale che hanno consegnato “Highway Star” alla leggenda, ma a mettere il sigillo sul pezzo è Don Airey che da autentico mattatore, dilata il pezzo all’inverosimile con un infuocato assolo di Hammond, riportando le lancette dell’orologio indietro di quasi quarant’anni.

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La batteria in stile “Ted The Mechanic” introduce un tipico pezzo dei “nuovi Deep Purple”, permeato di influenze blues e funky, con la caratteristica pennata uscita dalle mani del biondo chitarrista. Un pezzo che non avrebbe affatto sfigurato su “Purpendicular”, o su un disco dei Toto, e che dà la sensazione di essere il più frizzante del lotto.

ABOVE AND BEYOND

Sequenza di accordi irregolari che sfociano in un canonico hard rock: il tributo a Jon Lord è un pezzo dai toni più dimessi del solito e che meritava forse una maggiore attenzione, invece si limita ad essere un pezzo nella media, appena utile nell’economia del disco.

BLOOD FROM A STONE

Ecco quello che si potrebbe definire un pezzo “roots”, pervaso di atmosfere “blue note”. Si parte con un blues notturno su cui svetta un Gillan quasi irriconoscibile. Uno di quei pezzi che potrebbero durare all’infinito, in forte odore di seventies soprattutto nel consueto break centrale.

UNCOMMON MAN

Le prime battute sono più in odore di Pink Floyd e Marillion, che non di Deep Purple; il tappeto di tastiere esplode poi in un mood simil-operistico in stile “squillano le trombe”. Da segnalare ancora una volta l’enorme lavoro di Don Airey con l’ennesimo break fuori dagli schemi. “Now What?!” è indiscutibilmente il suo disco e ci piace pensare che a guidare tanta ispirazione sia stato lo spirito di Jon Lord. Vale per “Uncommon Man” quando detto per “Above And Beyond”, non un capolavoro, ma un brano lodevole almeno nelle intenzioni.

APRES VOUS


Una autentica scossa: le vibrazioni dell’Hammond introducono un pezzo rock compatto in cui i Deep Purple giocano in casa. Manco a dirlo, un ipnotico break con punte di elettronica si guadagna, questa volta a pieno titolo, l’appellativo di geniale.

ALL THE TIME IN THE WORLD

Il secondo singolo è un bel mid tempo dai contorni di una ballad vagamente country, calda e avvolgente. E quando esplode il solo di Steve Morse il climax sale e i brividi riaffiorano come un tempo. E’ il sound di quel piccolo mondo antico che non vuol saperne di invecchiare.

VINCENT PRICE

Cosa abbiano in comune I Deep Purple e uno dei più grandi attori horror di sempre resta un mistero; per l’occasione, Don Airey recupera l’organo di “Mr.Crowley” dando vita a un pezzo cimiteriale, con voci doppie e ululati in sottofondo, un campionario gothic per un pezzo sperimentale e atipico ma indubbiamente fra i più interessanti del disco.

Se due ascolti sono sicuramente pochi per dare giudizi definitivi, non ci sembra azzardato dire che “Now What?!” sorprende non poco per l’abilità delle band nel coniugare le sonorità di dischi come “Machine Head” e “In Rock” con interessanti divagazioni stilistiche. Erano anni che i Deep Purple non suonavano come i Deep Purple in maniera tanto convincente. Ci piace pensare che a condurre questo ritorno alle origini sia stato da lassù il genio di Jon Lord, autentica guida spirituale per i suoi ex compagni di viaggio e per generazioni di rockers.


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