SpazioRock presenta: Heavy Stones #1
Tre puntate per ricordare le "pietre pesanti" che hanno fatto la storia dei Rolling Stones


Articolo a cura di Arcangelo Accurso - Pubblicata in data: 20/01/13
Che significato ha parlare dei Rolling Stones nel 2013? Farlo ha ancora un senso? Queste domande non sono retoriche perché, dati alla mano, oggi gli Stones sono ancora forse l’unica realtà musicale che ha attraversato tutto il periodo del rock; nessuno come loro è arrivato a incarnare lo spirito che ha visto nascere il genere, lo ha vissuto sulla propria pelle e lo ha interpretato nella propria vita, fino a resistere ancora oggi che di quel linguaggio non è rimasto più nulla.

Gli Stones sono il rock, la loro storia è la storia del rock, o quantomeno la loro versione. Di loro si è detto tutto, anche troppo; in loro si è scavato senza pietà, senza rispetto. Cosa resta da dire che non sia stato già detto in cinquant’anni?

Forse vale ancora la pena ricordare chi ha contribuito musicalmente, chi ha reso possibile materializzare la visione che Richards e Jagger covavano in loro, senza cui le cose non sarebbero andate così. Dietro la facciata infatti c’è stato molto che l’ha sorretta, a cominciare da Brian Jones, Mick Taylor e Ronnie Wood: tre pietre pesanti.


HEAVY STONES #1: BRIAN JONES

brianjones_heavystones_2013_02Non è possibile ricordare Brian Jones senza parlare dei Rolling Stones, infatti se non lo avessero conosciuto gli stessi Richards e Jagger avrebbero ottenuto qualcosa di diverso, magari di simile, ma non sarebbero probabilmente stati in grado di costruire una tale entità musicale, così come poi si è realizzata. È Jones infatti che portò Richards ad esprimere le sue inclinazioni, ad indirizzarlo, a guidarlo (in un percorso che in realtà fu comune) all’interno della sua metamorfosi e della sua maturazione musicale, in un processo che alla fine permise a Richards di camminare sulle sue gambe. Il confronto sonoro fra le due chitarre, che nacque fra Brian e Keith, resterà un’esigenza imprescindibile per Richards, che ne farà la sua chiave espressiva, la sua impronta personale, mentre Jagger da subito assume volentieri una funzione di satellite sul nucleo del gruppo, ben contento di poter volteggiare leggero anche su orbite periferiche a loro modo più indipendenti (quanto necessarie per l’esistenza e la sopravvivenza stessa della band).

Quando nel settembre del 1962 i tre vanno a vivere assieme in un fetido buco di appartamento a Chelsea si conoscono già da pochi mesi; ma mentre Jagger non disdegna di unirsi occasionalmente anche ad altre formazioni che si agitano nel panorama londinese, in cui gravita anche Watts (con cui da subito capita loro di suonare), Jones e Richards fanno di quella situazione il loro laboratorio musicale, in cui si rinchiudono. Passano intere giornate a suonare instancabilmente su dischi di blues nero recuperati qua e là, ad imparare e condividere nuove tecniche, ad analizzare e sperimentare; quando interrompono, spesso, per combattere l’appetito e il freddo, si mettono a letto. È Jones comunque (che ha un anno in più degli altri due) a fare un po’ da maestro, da guida; è lui a dare il nome alla band, a promuoverla, a procurare date, a contrattare con i gestori dei locali. Si sente il leader del gruppo e per questo si gratifica anche economicamente, creando i primi presupposti di scontento fra gli altri membri. Forse intimamente si sente superiore ai suoi compagni; in realtà non si rende conto che li sta attrezzando, svezzando, al punto che presto arriveranno a fare a meno di lui. Alla base di questo ci saranno la necessità di abbandonare la dimensione di cover-band, attiva principalmente dal vivo, e quella di creare un repertorio proprio, che di fatto trasferirà al duo Jagger/Richards le redini del progetto. In più avrà un suo peso l’intemperanza esistenziale di Jones, caratterizzata dall’abuso massiccio di alcool e droga, alimentata a sua volta dal suo progressivo estraniamento dal resto del gruppo in un circolo vizioso e perverso in cui si stenta presto a distinguere l’inizio, a separare le cause dagli effetti.

Comunque, quando la carriera del gruppo si intensifica, nel 1963, i membri storici sono già tutti presenti; Bill Wyman ottiene il ruolo di bassista (perché ha un amplificatore in più che mette a disposizione degli altri e sempre spiccioli e sigarette in tasca), mentre Watts viene inglobato nel progetto pur essendo un batterista di chiara matrice jazz. La pubblicazione discografica arriva solo un anno dopo però, e prosegue con diverse uscite di raccolte di cover blues dove sono quasi totalmente assenti brani originali; è solo nel 1966 che, con “Aftermath”, si giunge al primo vero album dei Rolling Stones. Il gruppo, trovata la sua sintesi, proseguirà nel 1967 con due uscite, “Between the buttons” e “Their satanic majesties request”, fino a “Beggars banquet” l’anno successivo. Ma quando nel 1969 esce “Let it bleed” Jones è già morto.

brianjones_heavystones_2013_03Jones non è stato un compositore prolifico né originale; non era quello il suo pane. Umanamente poi tutti i suoi limiti sono evidenziati dagli enormi problemi che lo hanno portato all’autodistruzione, con sua piena consapevolezza oltretutto, visto che egli stesso dubitava che sarebbe arrivato ai trent’anni. Anche dal punto di vista discografico Jones non ha avuto una grande importanza, visto che alle sessioni di registrazione (quando c’era e quando arrivava) spesso non riusciva a contribuire, a partecipare attivamente, tanto era frastornato e sconvolto dagli effetti di tutti gli abusi e dalle sostanze che assumeva continuamente. La grandezza e l’importanza di Jones quindi non sta in questo, e nemmeno nella sua pur chiara ed indiscussa capacità di musicista e polistrumentista. Brian Jones piuttosto resta nella storia del rock in un ruolo di assoluto rilievo per la sua funzione di inventore in grado di far compiere un passo (o meglio un balzo) all’evoluzione del blues nel rock e nel pop bianco occidentale, al pari di Lennon e McCartney, o come gli Who e Mayall e pochi altri della sua generazione. Egli (per quanto debole) è stato un anello forte della catena, un catalizzatore musicale, un visionario che inventò un approccio, un metodo rivoluzionario; fu un orchestratore che creò partiture e funzioni secondo schemi innovativi, intuitivi e inimmaginati nel pop e che poi saranno usati da tutti, a cominciare da Richards e fino agli AC/DC. Questo è il ruolo che va riconosciuto a Jones, quello dell’organizzatore brillante ed unico, che ha contribuito all’evoluzione universale della musica pop mettendo a disposizione di tutti gli altri la sua inconsapevole genialità, indicando una strada non ancora battuta. Come per un destino segnato, svolta la sua funzione, passato il testimone, se n’è andato.


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