Whitesnake
Flesh & Blood

2019, Frontiers Music
Hard Rock

Niente sguardi nostalgici al passato: "Flesh & Blood" è fresco, energico e al passo coi tempi in alcune soluzioni stilistiche.
Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 13/05/19

Esistono svariate tipologie di musicisti, ci sono quelli bravi, talentuosi e integri, in una parola i migliori. Ci sono quelli strafottenti, i chiaccheroni, né più né meno di quello che succede nella vita di tutti i giorni. Poi ci sono gli spregiudicati, i quali a loro volta si dividono in due categorie: quelli che inevitabilmente fanno il passo più lungo della gamba, spesso dopo essersi contraddistinti per roboanti dichiarazioni di guerra, e quelli che invece il fatto loro lo sanno eccome.


Nel grande gioco del rock n'roll, David Coverdale rientra in quest'ultima categoria, uno che il gioco lo conosce ormai bene e che quando sa di avere in mano le carte giuste, non ha bisogno di bluffare. "Flesh & Blood" esce a tre anni di distanza dal "The Purple Album" ed è un altro piccolo gioiellino che va ad aggiungersi alla collezione del serpente bianco, di gran lunga il disco migliore fra quelli post 1990, che pure già erano di ottimo livello. Meglio metterlo subito in chiaro prima di imbattersi nelle solite diatribe: gruppo senz'anima, Coverdale senza voce, stile che si ripete, preferivo la versione blues.


I Whitesnake che, volenti o nolenti, tramanderemo ai posteri sono quelli di "1987", costruiti forse con una dose eccessiva di marketing, ma che hanno combinato alla perfezione tutte le declinazioni possibili dell'hard rock, quello cromato made in US, quello più bluesy, quello derivato dai mostri sacri Led Zeppelin e Deep Purple. Da quelle coordinate, Coverdale e i suoi numerosi collaboratori non si sono più discostati: se da una parte questo ha consentito loro di non impantanarsi su coordinate poco familiari (come accaduto agli ultimi Europe), dall'altro li ha messi in condizione di continuare a forgiare uno stile che conoscono molto bene e che hanno contribuito a far nascere.
Su "Flesh & Blood" l'artiglieria di casa Whitesnake copre davvero tutto il raggio d'azione: resta in linea con la tradizione (Aldrige, il frontman e Tichy), supporta le nuove e talentuose leve capaci di apportare linfa vitale al songwriting (Joel Hoekstra), si avvale di polistrumentisti e sessionman di lusso (il nostro Michele Luppi, ormai ufficialmente in formazione). Il risultato è un disco che non lascia spazio ai rigurgiti nostalgici: fresco, ben più energico dei predecessori e persino al passo con i tempi in certe soluzioni stilistiche, segno della grande ispirazione e della voglia di tenere i piedi ben saldi nel presente.


In studio i Whitesnake continuano a dare il meglio di sé e a dimostrare che i dischi, forse, è meglio registrarli quando si ha davvero qualche carta da giocare, e non tanto per coprire il tempo fra una tourneé e l'altra. Certo, dal vivo si corre il rischio di perdere qualcosa, la voce di Coverdale porta inevitabilmente il peso degli anni, ma non è certo una colpa quella di invecchiare, soprattutto se bilanciata con dischi del calibro di "Flesh & Blood". Good to see you again, caro serpens albus.





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