Gengahr
Where Wildness Grows

2018, Transgressive Records
Dream Pop/Indie Rock

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 11/03/18

La nuova fatica dei Genghar appare a prima vista frutto di un processo spontaneo e immediato: registrato solamente in un paio di settimane, il successore di "A Dream Outside" (2015) ha sofferto in realtà di una gestazione travagliata. Il risultato attuale correva il pericolo di non vedere la luce del giorno o, quantomeno, il rischio di trasformarsi, secondo le parole del batterista Danny Ward, in un opus dal "sound freddo e sterile". Fortunatamente il gruppo decise per tempo e coraggiosamente di sbarazzarsi di quasi un anno di lavoro ricominciando da zero ai Pool Studios nel sud di Londra, servendosi del fondamentale aiuto del produttore Neil Comber (Glass Animals, Django Django, MIA): una collaborazione che rende "Where Wildness Grows" maggiormente coeso e strutturato, benché ancora acerbo, rispetto all'entusiasmo ingenuo dell'esordio e nel quale le influenze di Alt-J e, Maccabees, sebbene evidenti, non soffocano interamente un platter che nel falsetto luminoso di Felix Bushe trova il proprio asso nella manica. Angoli smussati, elettronica fluida, distorsioni carezzevoli: l'universo a colori dei gatti del Cheshire tenta di affiorare dalla nicchia protettiva e limitante della musica alternativa, inserendo altresì delle leggiadre variazioni muscolari nel tessuto felpato della proposta.
 
 
Il melodico dittico composto da "Before Sunrise" e "Mallory" reca in dono la solarità dell'estate e della spensieratezza, restando tuttavia nel solco delle vibrazioni del debutto: un dream pop incline all'arty, scintillante e pittorico, catapultato nella psichedelia sixties di "Is This How You Love", con i cori interpretati dalla carismatica Ellie Roswell, cantante dei Wolf Alice, che arricchiscono la traccia di tremiti eterei. L'estatica "I'll Be Waiting" e la dolce ballad "Pull Over (Now)" passano accanto alle ombre melliflue di "Where Wildness Grows" e alla dissonanza cremisi di "Bluth Truth", ove il singer appare impegnato in una performance che richiama da vicino le intense linee vocali di Thom Yorke, mentre l'orchestrina electro di "Left In Space" tinge di velluto i ritmi della fluttuazione cosmica. Ma anziché insistere con brani bagnati da sintetizzatori all'arancio e arpeggi caramellati, i londinesi escono dall'arcobaleno della comfort zone attraverso una manciata di pezzi che, pur preservando l'identità del combo, ne fa emergere una natura indie lievemente più selvaggia e terrosa. Dall'urgenza di "Carrion", al rock di "Burning Air", dal groove notturno di "Rising Tides", all'epica acida di "Whole Again", quest'ultima impreziosita dall'affascinante duetto polifonico con Billie Marten, i nostri schiacciano il pedale dell'acceleratore senza comunque spezzare troppo il mood trasognato e armonioso del lotto.
 
 
Se l'esame della seconda prova in studio può considerarsi superata, i Gengahr necessitano comunque di ulteriore rodaggio al fine di costruire uno stile autonomo e pienamente originale, in grado di raggiungere un auspicabile punto di equilibrio tra riferimenti altrui, tradizione brit e impressionismo lisergico: per rifrazioni soggettive alla liquirizia.




01. Before Sunrise
02. Mallory
03. Is This How You Love
04. I'll Be Waiting
05. Where Wildness Grows
06. Blind Truth
07. Carrion
08. Burning Air
09. Left In Space
10. Pull Over (Now)
11. Rising Tides
12. Whole Again

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