Volbeat
Outlaw Gentlemen & Shady Ladies

2013, Universal
Rock

Rob Caggiano e l'ospite d'onore King Diamond rafforzano le già solide basi dei Volbeat
Recensione di Eleonora Muzzi - Pubblicata in data: 08/04/13

Il fatto che i Volbeat siano una band che non si ferma mai è cosa nota. Col loro mix di rockabilly, rock and roll classico e heavy metal con tocchi punk hanno conquistato frotte di fan in tutto il mondo, assicurandosi una fetta di pubblico non indifferente anche negli Stati Uniti, pubblico notoriamente difficile. Ed ecco che arriva il nuovo full length, più filo-americano che mai, intitolato “Outlaw Gentlemen & Shady Ladies”, nella miglior tradizione Volbeat di dare nomi contrastanti ai propri album, il primo col “nuovo” chitarrista Rob Caggiano (ex-Anthrax), che porta una verve tutta nuova ai danesi. Ed è anche l'album che segna il ritorno su CD di King Diamond, cosa non da poco, sebbene solo in veste di guest vocalist. Ma partiamo dall'inizio.


Fin dall'inizio i Volbeat ci catapultano oltreoceano, con un'intro di chitarra acustica che non stonerebbe nella colonna sonora di un film di Robert Rodriguez alla stregua di “Desperado” o “Machete” (forse si può sperare in un inserimento all'ultimo secondo nella colonna sonora di “Machete Uccide”, si sa, sognare non costa nulla) e la susseguente “Pearl Hart”, col suo ritornello catchy e le chitarre distorte ma che non disdegnano una certa melodia è proprio la classica canzone dei Volbeat che ti fa muovere anche se non vuoi. Di fatto, “Outlaw Gentlemen & Shady Ladies” è un disco tipico per la band danese, e l'inserimento di Rob Caggiano in formazione permette loro di migliorare quei momenti tipicamente thrash metal che già esistevano nei precedenti LP, ma qui appaiono in veste migliorata come in “Dead But Rising” e la penultima “Doc Holliday”, che creano brani leggermente più pesanti in mezzo a pezzi più melodici e easy listening come il primo singolo estratto, “Cape Of Our Hero”.


Oltre che essere il primo album con Caggiano alla chitarra solista è anche un disco ricco di ospiti, come Sarah Blackwood in “The Lonesome Rider” in duetto con Michael Poulsen e il già citato King Diamond che torna in studio assieme ai connazionali per “Room 24”, brano completamente all'opposto di quello che vi aspettereste dai Volbeat ma in perfetto stile King/Mercyful Fate, da fare venire i lacrimoni a chi, come la sottoscritta, è dall'uscita di “Give Me Your Sould Please”, ultima fatica discografica di King Diamond, attende qualcosa di nuovo. “Room 24” mescola le qualità di entrambe le band, anche se l'ago della bilancia pende pesantemente verso il genere suonato dall'ex Mercyful Fate, in un brano tanto fresco quanto “terrificante” nel senso di inquietante, nella miglior tradizione horror metal. Se vogliamo fare un paragone con vecchi brani dello stesso King, somiglia un po' a “The Family Ghost”.


Si torna su lidi più conosciuti con “The Hangman's Body Count” con la sua atmosfera da Far West ma ci si avventura nuovamente nell'ignoto con “My Body”, cover dei giovanissimi Young The Giant. La cover è abbastanza fedele all'originale, ma è ovviamente condita tutta in salsa rock and roll più che pop rock, cosa che la rende estremamente piacevole e godibile. Già era orecchiabile la versione originale, ma questa versione più metal-oriented sicuramente piacerà molto ai fan. Ha inoltre tutte le carte in regola per diventare un anthem da concerto. Tornando a parlare di ospiti, “Lonesome Rider”, pezzo country rock semiacustico, vede come protagonista in duetto con Poulsen l'inglese Sarah Blackwood in un brano da ascoltare immaginando di essere sulla Route 666 (dal 2003 ribattezzata Route 491), la Devil's Highway nel bel mezzo del deserto in una Cadilac decapottabile con il vento dei capelli e la sabbia che forma un muro dietro la nostra auto. Per i più avvezzi ai videogiochi piuttosto che agli scenari fa film, immaginate di essere dentro “Fallout New Vegas” e avrete un'idea delle sensazioni che questa canzone evoca.


Per chiudere e non rischiare di annoiarvi con parole inutili, possiamo sostenere senza incertezza alcuna che i Volbeat ancora una volta centrano il loro bersaglio e arrivano al traguardo con un album pieno di influenze differenti ben amalgamate in un sorprendente mix che piace a giovani e meno giovani in egual misura, pieno di pezzi che faranno la loro bellissima figura in sede live e un paio di pezzi da cantare a squarciagola già pronti da inserire in scaletta. I danesi riconfermano per la quinta volta che sanno come scrivere buona musica senza svendersi alla tentazione di prendere trend musicali più in voga in questo momento e vanno avanti per la loro strada. In maniera eccellente.





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