Virgin Steele
Nocturnes of Hellfire and Damnation

2015, SPV Records
Heavy Metal

Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 02/12/15


 

Lo scorso ottobre i Virgin Steele annunciavano l'arrivo di un tribute album. Rapido sorgeva un pensiero ironico: "Sicuramente sarà missato meglio degli ultimi della band vera e propria".
L'ironia purtroppo, aveva e, diciamolo subito, ha ancora adesso, dopo l'album di cui andiamo a parlare, un pesante fondamento di verità.


Perchè? è presto detto, la curiosità di ascoltare brani dagli ultimi dischi, mixati in modo decente è reale, tangibile ogni volta che Black Light Bacchanalia gira nei nostri stereo e Vision of Eden testimonia degli ultimi ruggiti della voce di De Feis.


Cosa accomunava questi due album: da una parte ancora composizioni degne di interessanti guizzi emozionali e passaggi personali, validi ed ispirati; dall'altra un missaggio poco convincente se non debole. Suoni di plastica. Chitarre basse e disperse. Basso non pervenuto.
In questa enigmatica empasse, sulla quale sovrasta l'entusiasmo del Leone De Feis, Vision of Eden è dei due, il disco che si presenta meglio al pubblico. Tutti e due comunque mantengono una loro identità ben definita e stanno in un rapporto di continuità sul piano tematico e musicale.


Brani buoni quando non ottimi ce ne sono e De Feis è ancora ispirato; i dischi però sembrano suonare come dietro pareti ovattate, non trasmettendo a chi ascolta l'esperienza definitiva, quel mix fra fusione e discernimento del suono che ci appaga ogni volta che mettiamo on air un disco suonato e missato con tutti i crismi.


Anno 2015. Ecco Nocturnes of Hellfire and Damnation. Disponibile in tante copertine. Nocturnes si presenta in un bel digipack nel quale predominano figure angeliche,fra gotico e neoclassico, sfumate blu e bianco. I colori sono tenui; scolorano come in un lungo crepuscolo novalisiano.Ricco di canzoni anzi ricchissimo: è prevista un'edizione con un bonus disc che contiene cover, riarrangiamenti alla De Feis di alcuni brani storici (la "Samhain Suite", brani 1-6) e non pochi pezzi inediti del gruppo, West of Sumer su tutte, col suo sentore di grande esclusa da Vision of Eden.


Del gruppo? qui viene fuori un primo dubbio. L'idea è che David parli molto di un suo progetto personale e non del lavoro di una band di cui comunque è il leader. Sorvoliamo.


De Feis ha carisma, è uomo di cultura ed incredibile sensibilità musicale. Con i primi VS ha raggiunto picchi di pathos da storia dell'heavy metal, con canzoni capaci di una serietà tragica che per chi scrive sono superiori a tante composizioni di formazioni ben più famose. Che abbia una forte personalità è indubbio e ammettiamolo, ci piace.


Le schiere dei fan sono fiaccate da notevoli perplessità dovute ai discutibili missaggi dei due dischi precedenti ed all'evidente calo di voce del nostro. Si resta per stima e affetto. Rimane la speranza. La fascinazione permane.


Cosa aspettarci? Brividi. Di che tipo è presto detto. Nocturnes arriva. Alcune interviste rilasciate a caldo, in ambito promozionale, trattano l'argomento "voce" con un riserbo che desta sospetti.
Nello stesso periodo Gilchriest, inserito fra i credits del disco, afferma di non avervi suonato veramente e lascia trapelare non poco il malcontento per quella che sembra essere diventata una one man band. Difficile dargli torto, c'è ben poco in cuffia del batterista conosciuto sui palchi di mezzo mondo.


Come è possibile? hai lì un signor drummer ed un Pursino dalle mani trasudanti passione ogni volta che tocca una chitarra!


Il disco dicevamo, arriva, versione doppia, perchè la generosità di David nel voler comunicare musica è sempre travolgente e la sua professione d'amore per l'impegno di una carriera così vasta, innegabile.


Non tarda il momento in cui mi trovo ad affrontare con una severità tutta nuova, una domanda che mi ero già posto negli anni passati ma sempre con una premessa di indulgenza, figlia di fascino e devozione, per chi ci ha donato lavori del calibro dei due Atreus, un blocco di metallo come Invictus e i due grandiosi Marriage. Già solo su questi cinque dischi potremmo discutere ore, così come potremmo stare una sera intera a raccontarci del rapporto speciale che gli Steele hanno coi loro fans; autentico, privo di fronzoli, tazze firmate, mutande griffate ed altre amenità simili.


Noi, loro, la musica. Scusate se è poco.


La domanda era ed è oggi: dove è finita la band che ho ascoltato in quell'Evolution Festival del 2007? dove sono le chitarre che hanno ruggito per anni in quel quintetto meraviglioso di dischi, forgiate dalle melodie di Noble Savage? dove è finita la voce di De Feis che cantava la rabbia di Agamennone e la brama di vendetta di Clitemnestra?


Ritornano le considerazioni valide per i due predecessori di Nocturnes fatte all'inizio ma è tempo di procedere oltre. L'impalcatura non regge e chi come chi scrive ama questo gruppo da sempre, DEVE aprire gli occhi.


Non basta dire che c'è ancora ispirazione; è vero, brani come la delicata Persephone sono ancora pregni di dignità e classe.


She screams... "Mother... Mother... Mother"...
Nothing will grow here...

 

...e David sempre espressivo nei toni bassi, nei sussurri, dove l'anima vince sulle corde vocali e il tempo.

 

Ancora We disappear è una ballata semplice ma dal ritornello trascinante e Glamour, dietro il curioso titolo, nasconde un pezzo intrigante e accessibile da subito.


Anzi a dirla tutta la prima metà dell'opera ancora tiene vivo quel discorso di buona ispirazione resa male sul piano della realizzazione.


Questo però non riesce comunque a liberare Nocturnes dalla gabbia dorata in cui è rinchiusa la band da quasi un decennio.


De Feis ci preannuncia un viaggio sospeso come sempre fra mito, religione e sincretismi, senza esimerci da incursioni della realtà in un linguaggio che abbandona l'irruenza del parlato, come poteva essere nei due House of Atreus e cede ad un songwriting più piano, sempre ridondante ma meno ricercato, sebbene persista il desiderio di introdurci a visioni complesse ed emotivamente coinvolgenti.


La musica asseconda questo desiderio ma non salta in primo piano.


Quel che subito risalta inevece, già dopo i primi ascolti, e che purtroppo non sempre,la bontà di alcuni pezzi riesce a nascondere, è proprio la voce di De Feis.


David è un grande singer, uno scrittore di musica che ha portato alto e con forza il concetto per cui metal è cultura. Metal "e" cultura sono due elementi capaci di fondersi in modo originale, sposando all'irriverenza del genere una profondità di immagine e riflessione che non si direbbero possibili nel clangore del drumming e le saette dei riffing.


La sua voce sembra però arrivata al canto del cigno. Innumerevoli gridolini costellano spesso in eccesso le parti strumentali delle canzoni. Nulla hanno a che vedere coi ruggiti di un tempo, sebbene questi ancora appaiano ed anche in modo convincente in alcuni casi (si ha l'idea, soprattutto nel secondo disco, di brani registrati in periodi precedenti agli ultimi anni).
Fortunatamente, alla disfatta degli acuti, fa da controcanto una resa ancora molto intensa e convincente sul piano dell'espressività, qui David accende di pathos i passaggi più lenti e crepuscolari, là dove non è richiesta potenza eccessiva e quel ruggito a noi caro. Punto a favore, momenti simili non sono così rari pur nel lungo minutaggio. Un esempio è nella già citata We disappear:


Spires of Madness they rape our lives
Remember the dust where we died
Revenge is our passion, the Earth softly cries
She trembles when Empires collide
Forever we'll Avenge...
Forever we'll hear your death...

After the long night
We disappear...
After the Sun's death... We disappear...
Into the long night we ride... Into the Black...
We disappear, We disappear
We disa...

 

Col suo pur variegato spettro espressivo, sembra tuttavia che la voce voglia sovrastare troppo il ruolo delle chitarre, come se fosse inammissibile che una parte del disco possa essere affidata alla pura "potenza" strumentale. Sia chiaro, il riffing non manca e zampilla, prezioso, ad esempio, nella bella Queen of the dead ma se conosciamo Pursino, sappiamo anche che un simile chitarrista è qui troppo imbrigliato: suona "da solo".

 

Così va all'inizio. Si è ancora frastornati da un ensemble male assortito di emozioni contrastanti. Ben 14 le canzoni del primo disco. Non poco anche in termini di lunghezza. La sensazione di smarrimento non muta nemmeno dopo ripetuti e attenti ascolti.


L'impressione generale è quella del canto di un meraviglioso cigno. Il discorso che De Feis incentra sull'importanza dell'espressività che varia quando canta non giustifica il calo. La sua voce è venuta meno. Si è notevolmente abbassata. Fa male dirlo; è così. Restano l'abilità, il cuore, la passione di un grandissimo interprete.


Nocturnes non è un lavoro povero, svogliato, riuscito male nè un'operazione commerciale. Questo va messo nero su bianco per onestà intellettuale.


Resta però un album costruito a tavolino nel tempo. Sicuramente il risultato di una mente fervida ma troppo incentrato sulla singolarità di uno piuttosto che sulla reale sinergia di più "menti suonanti".


Nocturnes appare quindi come una esperienza individuale e non di gruppo. Non di un gruppo che ha anni importanti di carriera alle spalle e dischi memorabili. Non di un gruppo heavy metal che suona, prova, suda, compone, mixa fra quattro pareti!


La ricchezza della proposta, cui va il merito in ogni caso di una generosità e di un affetto che credo veri verso i fan, tradisce una certa confusione nella visione d'insieme dell'opera; aspetto solo intravisto nel già vacillante Black Light Bacchanalia: un nugolo di canzoni medio lunghe che se missato, suonato e cantato "alla vecchia maniera", spaccherebbe di brutto, come si suol dire, senza di fatto, spaccare, dividere la fanbase. Come per VoE insomma.


Qualcuno dirà che le chitarre si sentono meglio che in precedenza; è vero ma è considerazione debole se come è stiamo parlando di un disco Heavy metal. Ed heavy metal e realtà non si scollano. Si danno brividi a vicenda da decenni. Heavy metal significa chitarre potenti, asce e pelli fino alla macchina perfetta della batteria. Perfetta e folle ma anche dolce e capace di sparire nella bellezza di un lento.


Intendiamoci nessuno vuole una nuova Rising unchained o una Flames of the Black Star, perchè il problema non risiede nelle lunghe composizioni o nella ridondanza delle visioni defeisiane.
Quello dei Virgin Steele ad oggi è un problema di identità. La singolarità prorompente del nostro nobile David non riesce ad entrare più in sinergia con gli altri. Ne consegue che le idee che sottendono la musica sono scollate dagli strumenti ed le canzoni non suonano come dovrebbero.
In un'epoca in cui anche le band meno originali e più scarse in ispirazione ottengono produzioni più che buone, si stenta a credere che un gruppo del calibro dei Virgin Steele stenti ad avere un missaggio degno del loro nome e di quanto fatto in passato.


Questo problema di fondo finisce col marcare in modo più evidente anche quei punti in cui all'ispirazione genuina subentra la riproposizione, sicuramente spontanea di idee comunque note, visto che Noturnes non aggiunge molto a quanto già detto da Black Light Bacchanalia.
In questo caso una valutazione è del tutto personale perchè chi approccerà a questo disco con più lucidità e meno cuore, resterà in parte deluso dal ritrovarsi in stereo i Virgin Steele così come li abbiamo imparati a conoscere nell'ultimo decennio ed in più appesantiti da una produzione discutibile; d'altra parte, chi invece si accinge all'ascolto comunque appagato e non ancora saturo di tutte quelle situazioni musicali cui gli ultimi Steele ci hanno abituato, verrà colpito da un missaggio non all'altezza di un disco heavy metal, dalla non buona condizione della voce di David che ha sacrificato i suoi ruggiti a degli acuti a tratti stridenti e dalla mancanza in generale di una band che abbia realmente suonato insieme la musica di cui oggi siamo qui a discutere.


In conclusione abbiamo un album doppio ricco di canzoni in buona parte lunghe ed articolate secondo uno stile ormai noto, penalizzate terribilmente da una produzione che non brilla per concretezza e che ha per sfondo una band divisa in tante singolarità sulle quali spicca e domina quella pur generosa ma forse non molto lucida in questa fase del suo mastermind.

 

Dunque i Virgin Steele sono finiti? impossibile dirlo. Le idee, per quanto non nuove, non mancano, le melodie nemmeno ma tutto è prigioniero come una figura appena sbozzata nel marmo, di cui si intuiscono la bellezza, il fascino, il potenziale ma non si capisce più se quanto intravisto è una promessa a venire o le ultime vestigia di un sogno che va sbiadendo con le prime luci, dopo la notte.





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