Ulver
Flowers Of Evil

2020, House of Mythology
Synth-Pop/Dark Wave

La band norvegese consolida la direzione "improvvisa" intrapresa con il precedente album.
Recensione di Federico Barusolo - Pubblicata in data: 04/01/21

Una cosa che diverse band sperimentali ci stanno insegnando negli ultimi tempi è che la musica pop non è sempre un affare semplice. Nella sua particolare definizione, molto meno statica rispetto a quella di altri generi, il grande ombrello del pop ha raccolto i capitoli più recenti proprio di artisti che mai avrebbero fatto pensare di poter prendere questa strada.


Gli Ulver, con "The Assassination of Julius Caesar" nel 2017, hanno ribaltato le proprie origini black metal andando incontro alle nuove vocazioni synth-pop. Certo, ribaltamenti di questo tipo non arrivano mai senza annunciarsi in qualche modo, e i norvegesi sono passati nel corso dei loro 25 anni di carriera attraverso metal sperimentale, lo psych, l'ambient e ancora il post-rock, spesso arricchendo il proprio stile con elementi elettronici. "Flowers Of Evil", per una volta, riprende il sentiero tracciato dal suo predecessore senza attuare alcuno stravolgimento, ma solo accentuando le tonalità dark wave già ampiamente anticipate dal titolo baudelaireiano e dall'angosciante artwork. "One Last Dance" fa quindi il proprio dovere, trasportandoci dai primi minuti attraverso un sentiero fitto e oscuro, dominato da synth, percussioni e un approccio vocale facilmente riconducibili allo stile Depeche Mode, come sempre pionieri del genere.


Le chitarre si fanno vive nella più immediata "Machine Guns And Peacock Feathers", carica di citazioni che vanno dalla Bibbia alla mitologia greca, fino agli androidi di Philip K. Dick. "Hour Of The Wolf" arriva, con il suo titolo apparentemente autocelebrativo, a rallentare il ritmo dell'album, prima che "Apocalypse 1993", con le sue ritmiche ed elettroniche che sembrano provenire dagli ultimi Queen, riporti orecchiabilità e scorrevolezza. "Little Boy", come ci si aspetterebbe da un brano con questo nome, aumenta notevolmente il livello del pathos e conduce ad un finale al contempo coinvolgente e malinconico, perfettamente rappresentativo di "Flowers Of Evil".


Ci troviamo di fronte ad un disco che, in confronto ad altri precedenti degli Ulver, non ci fa mettere le mani nei capelli, ma questa aspettativa è soprattutto dovuta all'enorme merito di una band che ha sempre saputo sorprendere mettendosi in discussione. È giusto invece riconoscere a Kristoffer Rygg e compagni il diritto di rinforzare e compattare le proprie idee su una nuova, così brusca, direzione. In questo senso, "Flowers Of Evil" è un modo davvero onesto ed apprezzabile per fare ciò.





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