Twenty One Pilots
Blurryface

2015, Fueled by Ramen
Alternative Rock

"My name is Blurryface and I care what you think". 
Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 21/06/16

Articolo a cura di Gianluca Comentale
 
 
Ascoltando “Blurryface”, il quarto album del duo dell’Ohio formato da Josh Dun e Tyler Joseph non possiamo fare a meno di chiederci: che genere è? Rap? Rock? Pop? Raggae? Dubstep? 
La risposta è semplice, tutti.

Ma che cos’è Blurryface?
Blurryface è ben più di un semplice album, Blurryface è un personaggio all’interno di un racconto. Esso rappresenta i dubbi e le insicurezze di Tyler. Questo è evidente già ascoltando una delle prime tracce che anticipavano il disco: Stressed Out, in cui Joseph esprime preoccupazione per tutto, dalla sua musica al suo invecchiamento (I was told when I get older all my fears would shrink, /But now I'm insecure and I care what people think.) 
Capire ciò che il duo cerca di dirci durante tutto l’album è il primo passo per riuscire ad apprezzare al meglio quest’incredibile opera musicale, che si alterna tra vari generi come se non ci fosse alcuna distinzione tra di essi.
La “storia” inizia già dalla prima traccia, Heavydirtysoul, la quale si apre con un rap frenetico (se così possiamo definirlo, poiché è lo stesso Tyler a smentirlo ad inizio canzone), per poi passare ad un suond funk/soul presente durante tutto il ritornello.

La traccia successiva è Ride, che cambia, ancora una volta, completamente genere.
Ride è fuori, ed è ricolma di pensieri sulla vita e sulla morte, ma anche sul vivere per qualcun altro quando la nostra stessa vita sembra ormai un peso.
Il testo cupo è alleggerito da un suond raggae mescolato a suoni sintetici prodotti da una tastiera elettronica. 
Segue poi Fairly Local, primo singolo rilasciato, rappresentato da toni cupi e drumming pesante. Fairly Local parla ancora una volta delle insicurezze di Tyler (provocate appunto dal suo alter-ego Blurryface).

A dare validità all’album è anche Lane Boy, la quale si distacca dalle insicurezze e dalle sofferenze, imponendosi contro l’industria musicale che obbliga tutti gli artisti a suonare sempre gli stessi generi, non permettendo alla musica di evolversi.

Il duo non abbandona l’ukulele, presentando brani come The Judge e We Don’t Believe What’s On TV, che ricordano House of Gold, vecchia lirica presente nell’album “Vessel”.

Successivamente troviamo Doubt, Polarize e Message Man, che presentano toni R&B, raggae e rock, presentando anche bassi e chitarre.

A chiudere il tutto ci pensa Goner, brano rilasciato già nel 2012. Goner passa da un piano davvero lento ad uno screaming-rock che chiude l’album in bellezza.

La domanda più normale da porsi è: “Ho mai ascoltato qualcosa come Blurryface?” La risposta è no, l’album si distacca da ogni altra stesura mai vista fino ad oggi.

Il più grande problema di Blurryface, forse, può essere la poca uniformità del tutto. Una volta ascoltato tutto l’album più e più volte vi ritroverete ad ascoltare sempre gli stessi brani, nonostante la validità di pezzi come Doubt, Polarize e Message Man, che finiscono purtroppo ben presto nel dimenticatoio.
La prima parte dell’album risulta abbastanza piacevole e fluida, tuttavia il distacco generico di tutti i brani rompe il flusso naturale del tutto che viene nonostante tutto risanato dal brano Goner, che lascia un senso di soddisfazione di lunga durata.
In conclusione, Blurryface è un album unico, con testi profondi e emotivi, risultato propositivo che credo tutti potranno godere.





01. Heavydirtysoul 
02. Stressed Out 
03. Ride 
04. Fairly Local
05. Tear in My Heart
06. Lane Boy 
07. The Judge
08. Doubt 
09. Polarize 
10. We Don't Believe What's on TV 
11. Message Man
12. Hometown 
13. Not Today 
14. Goner 

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