Triptykon
Requiem (Live at Roadburn 2019)

2020, Century Media Records
Doom

Recensione di Alessio Sagheddu - Pubblicata in data: 21/05/20

“Melana Chasmata”, ultima fatica dei Triptykon aveva sì convinto, eppure i paragoni con le grandiosità musicali del ben più blasonato "Eparistera Daimones" non erano mancate, tanto da relegare il primo su un livello inferiore rispetto al secondo. Thomas G. Fischer torna ora con una nuova, importante release, con la quale chiude cerchi musicali spalancati in precedenza. “Requiem (Live at Roadburn 2019)” è infatti il compimento di un'idea plasmata per 30 anni, iniziata con i Celtic Frost negli album “Into The Pandemonium” (1987) e del ben più recente “Monotheist” del 2006, che giunge ora al termine con i Triptykon. 


Inutile dire che l'intera release è sì vivace, ma anche di classe, raffinata nella sua composizione. Ad impreziosire il prodotto è l'accompagnamento dell'olandese Metropole Orkest, oltre alla prima registrazione dei Triptykon con il batterista Hannes Grossmann. L'album è suddiviso in tre capitoli: “Rex Irae” chiude quanto iniziato con il già citato “Into The Pandemonium”, “Winter” conclude quanto fatto con “Monotheist”, mentre, invece, i sei capitoli  di “Grave Eternal” rappresentano la novità. Ad aprire le danze è proprio “Rex Irae”, pezzo in cui luce e ombra si scontrano, le percussioni orchestrali hanno la meglio sull'intero piano strumentale e l'ospite femminile Safa Heraghi riesce ad emergere con successo grazie ad un timbro vocale cristallino abbastanza da contrastare e tenere testa alla voce del mastermind Warrior. La prima parte di “Grave Eternal” è la transizione perfetta da un pezzo che sembrava inizalmente strumentale, prima di sfociare in un trionfo di fanfare ed ermetismo d'avanguardia, che lasciano poi spazio a carismatiche armonizzazioni femminili in chiusura. Le campane della seconda parte del brano sembrano invece prendere spunti da suoni primitivi e ancestrali, per poi creare il cammino attraverso linee vocali gracchianti alternate a quelle femminili. Il capitolo conclusivo di “Grave Eternal” è qualcosa di sontuoso, accerchiato da orchestrazioni ricche ed estremamente evocative, che ancora una volta distendono il tappetto perfetto per le lead vocals della preziosa Safa Heraghi, che conclude con magnifica interpretazione. 


L'ultimo episodio di questo lavoro è “Winter”, che non presenta parti vocali o orchestrazioni prorompenti, ma riesce quasi ad essere una preghiera pacata e riflessiva, che ci porta a premiare questo “Requiem (Live at Roadburn 2019)”. Lo si premia proprio per non essere una di quelle uscite insipide e mal registrate dal vivo (e fin troppo ritoccate dopo), ma un progetto ispirato e studiato nei minimi dettagli proprio per dispensare qualità e un'idea ben riuscita. 




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