Tom Morello
The Atlas Underground

2018, Mom + Pop Music
Alternative Rock

Recensione di Paolo Stegani - Pubblicata in data: 02/11/18

"The Atlas Underground": il titolo è di difficile interpretazione tanto quanto le tracce che racchiude, fatto sta che senza alcun dubbio è il ritorno di Tom Morello sulle scene, nonché il suo primo album in studio da solista. Strano, a pensarci, considerando la comunque costante presenza dell'ex Rage Against The Machine all'interno del panorama musicale moderno degli ultimi anni. Vennero gli Audioslave, poi gli Street Sweapers Social Club, di recente i Prophets Of Rage e solamente ora la la sua prima affermazione di assoluta individualità, seppur condita di numerose collaborazioni. Forse il passo appena compiuto è il più lungo degli ultimi anni ma anche il più atteso. Morello si dimostra ancora una volta camaleontico com'è sempre stato, intento a sperimentare, e forse mai come in questo caso.

 

La veste è nuova, spiazzante, ma in fondo neanche troppo se si è abituati ai cambi di direzione del chitarrista: questa volta è il turno dell'elettronica, in dosi massicce e ingombranti quanto l'ippopotamo raffigurato sulla copertina, che comunque riesce a volare, senza però alzarsi troppo da terra. Ogni traccia vanta una collaborazione, rappers specialmente. Ad occhi chiusi, senza alcun indizio aggiuntivo, sarebbe difficile riconoscere in "The Atlas Underground" un lavoro firmato Tom Morello, per lo meno non nella sua interezza. E per essere il primo album solista, non è una pecca su cui sorvolare. Specialmente nella prima parte della tracklist, la sua presenza si fa ancora più vana (tranne nella rabbiosa "Rabbit's Revenge"), forse per mancato risalto alle parti di chitarra o arrangiamenti che di base non vogliono valorizzarne la natura. Questa mossa aiuta a non ricollegarsi immediatamente ai bei tempi andati di Zack De La Rocha o di Chris Cornell, dove la prima fila era occupata da voce e chitarra senza eccezioni di sorta. Al tempo stesso ci si affatica nella caccia ai segni particolari che rimandino a Tom, evidenti solo in parte nell'iniziale "Knife Party" (sempre che non si tratti di Frusciante con il riff di "Can't Stop"). Spiccano quindi le interpretazioni vocali di Vic Mensa e Marcus Mumford, su una base di per sè pop/dub step anonima ma che, per chi sa chi l'ha creata, è interpretabile come un riuscito esperimento. È evidentemente lo scheletro a portarne la firma e a definirne la nuova forma sonora. Bisogna aspettare di essere arrivati a metà per rientrare negli schemi abituali, per un secondo tempo caratterizzato dalle più note e già apprezzate caratteristiche della musica di Morello: riff secchi dal suono manipolato e contaminati dalla tecnologia (piuttosto che il contrario). Ecco quindi che"Lucky One" diventa un appiglio sicuro, così come "Roadrunner" si erge a prova di quanto il genio di questo artista avesse previsto certe correnti musicali già parecchio tempo fa. È lecito pensare che il tentativo compiuto fosse sin dall'inizio quello di ottenere un risultato generale spiazzante, dove l'impronta più profonda di Morello fosse riconoscibile nella produzione e nella sperimentazione piuttosto che nei riff o negli assoli. C'è senza dubbio una costruzione dei brani degna del nome presente sulla cover.

 

Dipende tutto da come si intende interpretarlo, questo "The Atlas Underground": la visione più completa, quella che comprende maggiori angolazioni, dipinge il primo lavoro solista di Tom Morello come un mix variegato di puro divertimento personale, di varia natura e senza troppi ragionamenti. Ci sono troppo pochi segni di riconoscimento o il vero marchio del chitarrista sulla sua opera sta nel darle vita senza esserne pienamente protagonista? Probabilmente sono vere entrambe, ma vogliamo vedere quella di Morello come una regia non ingombrante secondo una sua visione consapevole, da cui nasce un album godibile ma non ottimo. Tom è comunque là fuori, anche quando agisce dalle retrovie.





01. Battle Sirens [ft. Knife Party]
02. Rabbit's Revenge [ft. Bassnectar, Big Boi, and Killer Mike]
03. Every Step That I Take [ft. Portugal. The Man and Whethan]
04. We Don't Need You [ft. Vic Mensa]
05. Find Another Way [ft. Marcus Mumford]
06. How Long [ft. Steve Aoki and Rise Against's Tim McIlrath]
07. Lucky One [ft. K.Flay]
08. One Nation [ft. Pretty Lights]
09. Vigilante Nocturno [ft. Carl Restivo]
10. Where It's At Ain't What It Is [ft. Gary Clark Jr. and Nico Stadi]
11. Roadrunner [ft. Leikeli47]
12. Lead Poisoning [ft. GZA, RZA, and Herobust]

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