Seventh Wonder
Tiara

2018, Frontiers Music
Progressive Metal

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 17/11/18

Otto anni di assenza dalle scene autorizzavano ad alimentare in egual misura dubbi e speranze circa lo stato di salute dei Seventh Wonder: l'antico adagio "in medio stat virtus" ben si adatta al quinto disco in studio dagli svedesi, che, senza sfoderare un come back miracoloso, si dimostrano artefici di un LP di discreto livello. Eppure sarebbe stato lecito attendersi un innalzamento dell'asticella dall'ultimo "Tiara", concept album fantascientifico connesso alle vicende raccontate in "The Great Escape" (2010) e gravitante intorno alla figura messianica di una bambina capace di comunicare con entità superiori: se alcuni scricchiolii si avvertono nella struttura della trama, che a volte rimane sospesa su quel sottile crinale che divide l'ermetico dalla confusione, il peccato originale del gruppo risiede nella scelta, non troppo indovinata, di ammorbidire e levigare eccessivamente il proprio sound.
 
 
Certo, i nostri propongono, sin dagli inizi di carriera, un progressive metal dal taglio fortemente melodico che tanto deve ai Dream Theater e ai Symphony X e, in generale, a uno stile in voga tra i nineties  e i primi duemila e che nel nuovo opus assume connotati rock ed elettronici abbastanza marcati; resta tuttavia sorprendente il fatto che i frutti dell'esperienza di Tommy Karevik con una band del valore dei Kamelot si riducano soltanto a qualche scarica di doppio pedale in un paio di brani e all'aggiunta di una pellicola dark trasparente come il plexiglas. Ciò non significa che il full length deluda, ma risulta comunque indubbio che una sterzata in direzione di una maggiore aggressività e di un ritmo appena più sostenuto avrebbe giovato a un combo che invece, paradossalmente, preferisce percorrere la via opposta. 
 
 
Due in particolare le situazioni che suscitano perplessità: da una parte l'anodino preludio strumentale "Arrival", che sembra tratto di peso dal tema della forza di "Star Wars", dall'altra la discutibile decisione di costruire la suite centrale "Farewell" alla stregua di un'unica e lunga ballad frazionata in tre momenti. All'interno di un plot dalle chiare sfumature apocalittiche, riempire sette minuti di uno scolastico AOR e dedicare i tredici restanti a un concerto per piano, chitarra acustica e voce, rappresentano scelte che smorzano non poco il pathos e l'oscurità necessarie a una narrazione perseguente lo scopo di intrattenere e turbare. Meglio allora rivolgere l'attenzione agli abbozzi djent della robotica "The Everones", al power essenziale di "Bye The Light Of The Funeral Pyres" e a quello articolato e futuristico di una "Exhale" che flirta con la freddezza dei sintetizzatori; oppure, perché no, lasciarsi coinvolgere dallo splendido finale in Fa# di "Dream Machines, dagli accordi dissonanti di "Against The Grain", dal riffing epico di "Damnation Below".
 
 
L'ottima prestazione, poi, di un singer libero dal fantasma di Roy Khan e finalmente in grado di sciorinare il talento che gli appartiene, permette di salvare i pezzi meno brillanti da un'anonimia figlia del lavoro dietro la console di Jens Bøgren: una colpevole trascuratezza, soprattutto quando la scarsa evidenza conferita alle linee virtuose del basso di Andreas Blomqvist rappresenta un involontario boomerang nell'economia di un lotto bisognoso di guizzi e impennate.
 
 
Benché "Tiara" confermi la sensazione che i Seventh Wonder, al netto delle doti dei singoli musicisti, difficilmente accederanno nel tempio dei grandi, non si può comunque che plaudire alla gradita rentrée di una formazione lontana per troppo tempo dalle luci dei riflettori: la storia ricomincia.




01. Arrival
02. The Everones
03. Dream Machines
04. Against The Grain
05. Victorious
06. Tiara's Song (Farewell Pt. 1)
07. Goodnight (Farewell Pt. 2)
08. Beyond Today (Farewell Pt. 3)
09. The Truth
10. By The Light Of The Funeral Pyres
11. Damnation Below
12. Procession
13. Exhale

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