The Black Keys
Turn Blue

2014, Warner
Rock

Divorzi, distacchi, paranoie: il nero si trasforma in blu nel nuovo, appassionante album del duo di Akron
Recensione di Nicolò Rizzo - Pubblicata in data: 12/05/14

Come immagino la realizzazione di "Turn Blue"?

 

Nashville, interno di un piccolo monolocale. Dan Auerbach è lì, seduto ad un tavolo. E' stufo, stanco e nervoso, e di certo il caldo del Tennessee non aiuta a farlo sentire meglio. La bambina si è appisolata guardando la TV, e la sigla di Spongebob inizia a riempire una stanza già di per sé insopportabile. Dan è lì, in silenzio, a pensare. Cerca di concentrarsi, di incanalare le idee in un flusso coerente, ma la sua attenzione continua ad essere catalizzata da un elemento: la fede nuziale. O meglio quel che ne resta: un sottile segno pallido sull'anulare che presto verrà cancellato dall'abbronzatura. Una famiglia, una vita, un sogno: tutto sta sfumando a poco a poco con la forza corrosiva di quella luce che entra lì, nel suo appartamento, da quella finestra, a Nashville. Dan Auerbach sta pensando a tutto questo, quando all'improvviso qualcuno suona alla porta. Dan si ferma a guardare l'orologio, indeciso se andare ad aprire o no. L'ospite inatteso, però, si dimostra più deciso del padrone di casa, riattaccandosi al campanello dopo appena dieci secondi. Dan sbuffa, si alza e, visibilmente scazzato, va finalmente ad aprire la porta. Sulla soglia c'è un vecchio in jeans e maglietta nera, che, con un sorriso soddisfatto in volto, gli tende la mano e si presenta con un semplice "Piacere, Roger!".

 

Dan se ne sta lì, immobile, incapace di ricambiare il saluto, perché sa benissimo chi è quell'uomo: ha tutti i suoi dischi. Roger se ne sta un po' lì sulla soglia in attesa di un saluto, poi, intuendo il coma cerebrale di Dan, scrolla le spalle, si fa largo ed entra nell'appartamento.

 

"Allora Dan - comincia il vecchio - non so a che punto sei col disco ma, se mi hai chiamato, mi sa che sei un po' nella merda. A proposito, dov'è l'altro? Non siete in due?"

 

"...sì - replica Dan, vincendo la paralisi - ma...lui è il batterista."

 

"Ah! Come non detto."

 

Proprio in quell'istante, qualcuno suona nuovamente alla porta. Questa volta è Roger che va ad aprire e, appena vede chi c'è dall'altra parte, si volta incredulo verso Dan.

 

"Hai chiamato anche lui? - esclama - hai avuto la faccia tosta di chiamare anche lui?"

 

Nella sala entra un altro vecchio, più grasso e calvo del predecessore, che lascia cadere furente la Stratocaster che aveva tra le mani, rispondendo con rabbia che "Al massimo è lui che ha chiamato ANCHE te!", oppure che "l'unico aiuto concreto che puoi dare ad una band è farla sciogliere", o ancora "Sai cosa devi fare con quel cazzo di muro? Andartici a schiantare!", e altri mille improperi che vanno puntualmente a schiantarsi contro un vero e proprio muro di insulti scagliato in tutta risposta dall'avversario. In tutto questo, Dan se ne sta lì, incredulo: due dei quattro ragazzi su un poster sbiadito nella sua cameretta in Ohio sono lì, a Neshville, nel suo appartamento, a riempirsi di botte. Alla fine, il leader dei The Black Keys riesce a liberarsi dal torpore e a separare i due litiganti, che, sudati e col fiatone, a poco a poco riescono a calmarsi. Si siedono al tavolo e, educatamente, chiedono al padrone di casa un bicchiere d'acqua, per poi iniziare ad esporre il loro piano.

 

"Dan - comincia Roger - mi scuso anche a nome di David per quello che è successo poco fa. Davvero, è stato increscioso...entrare in casa d'altri e iniziare a prendersi a botte... è ...beh, sai come la penso su certe cose..."

 

"Non suona nemmeno in Israele...", lo interrompe David.

 

"Ecco appunto - riprende Roger - Siamo venuti qui per un semplice motivo: dare forma a "Turn Blue"."

 

"Già - riprende David - sappiamo che hai già delle idee e un punto di partenza, ma sappiamo anche quello che ti è successo nell'ultimo anno e... a proposito, dov'è l'altro? Come si chiama... Patrick! Dov'è?"

 

"E' il batterista!", replica Roger divertito.

 

"Ah! Come non detto!", risponde David.

 

"Beh, direi che possiamo cominciare. "Turn Blue", "Show Theatre", "Goulardi"... tutta roba di un po' di anni fa non credi? Come me e David del resto. Già che ci siamo, stavamo pensando... che ne dici se anche "Turn Blue" diventasse un album di qualche anno fa?"

 

"Già! Non sai come continuare? Be' allora torna indietro! Riprendi i nostri dischi, riascoltati qualcosa e vedrai che uscirà fuori qualcosa."

 

"Sì insomma, nani sulle spalle dei giganti...senza offesa ovviamente! Voi siete grandi. E in questa ricerca, cercate di non dimenticare quello che siete. Voi siete i Black Keys!"

 

E per tutto il pomeriggio, Dan, Roger e David si sono messi al lavoro, scrivendo e componendo le melodie che hanno dato vita a "Turn Blue".

 

E vissero per sempre felici e contenti.


Per chi non l'avesse capito, i due vecchi altri non sono che Roger Waters e David Gilmour.

 

Per chi non l'avesse capito, quei due vecchi altri non sono che i Pink Floyd.


Ho voluto cominciare con questo piccolo siparietto perché spesso, dovendo affrontare una recensione, noi "critici" tendiamo a concentrarsi più sul risultato che sulla realizzazione, mettendo in secondo piano quello che, invece, è la vera anima di un artista: il processo creativo. Ascoltando "Turn Blue", non ho potuto fare a meno di immaginarne una possibile creazione, il tutto filtrato da un filtro surrealista della mia mente contorta, che però lascia trasparire due elementi che, in effetti, sono due vere e proprie colonne portanti del disco: il divorzio e i Pink Floyd (ma non solo).


"Turn Blue" è un album che è stato concepito in un momento indubbiamente critico della carriera di Dan Auerbach: un burrascoso divorzio dalla moglie, conclusosi con lei in cura in un ospedale psichiatrico e lui con una bambina di sei anni a carico. Sono avvenimenti che, direttamente o no, non possono che influenzare un artista. Se questo aspetto della vita privata è presente in qualche modo nei testi e in alcune atmosfere, la vera anima del disco è un'altra: evocativo già dal titolo ("Turn Blue" è l'espressione tipica del protagonista di una vecchia trasmissione televisiva dal titolo "Show Theatre), "Turn Blue" è un vero e proprio viaggio nel passato, una ricerca di un futuro musicale che parte dalle radici del rock. Con l'apertura led-floydiana di "Weight of Love", Dan Auerbach e Patrick Harris inaugurano un disco incredibilmente colto, in cui ogni singolo brano ha degli illustri predecessori che vanno da icone come i già citati Pink Floyd ("Bullet in The Brain" non può che portare alla mente l'apertura in Mi minore di "Breathe"), Beatles, Doors e Genesis, fino a modelli decisamente più recenti come Radiohead (vedi "In Time" e "Waiting on Words") e i Tame Impala, che in effetti appartengono a questo decennio solo anagraficamente. Un disco coerente ed equilibrato, che, a differenza di "El Camino", si dimostra costruito con attenzione già dalla tracklist, che viene incasellata in un sapiente schema compositivo che non lascia all'ascoltatore un attimo di respiro, cullandolo tra atmosfere dilatate sul modello di "Brothers", rappresentate da pezzi come "Turn Blue" e "In Time", per poi riportalo bruscamente alla realtà con la carica psichedelica del singolo "Fever" e con il violento battere dei tamburi di "It's Up To You Now", dimostrandoci che l'energia scatenata da "El Camino" non si è ancora esaurita del tutto. Ovviamente, ogni singolo brano rimane incollato alla corteccia cerebrale già da un primo ascolto grazie a riff e arrangiamenti a cui i Black Keys ci hanno abituato nel corso degli anni, come il falsetto iniziale di "Year in Review" (forse il pezzo più marcatamente "black-keysiano" del disco) e l'intro di basso in stile Queen di "Lovers", la cui carica si scioglie poi nella melodia agrodolce creata dalla tastiera nel ritornello. Infine, l'avventura di "Turn Blue" si conclude con un pezzo che può essere considerata come la somma di tutte le esperienze raccolte nel disco: sto parlando di "Gotta Get Away", un brano che dannatamente americano, che tira in ballo Springsteen, Lynrd Skynrd e Warren Zevon per un finale in grande stile ed armonia che bilancia l'apertura malinconica di "Weight of Love". Una cosa è certa: Gilmour e Waters non sono gli unici che hanno fatto visita a Dan Auerbach in quel monolocale a Nashville.


Insomma, "Turn Blue" è un disco dannatamente azzeccato, che riesce a fondere abilmente le atmosfere di "Brothers" e la forza dirompente di "El Camino", per regalarci un viaggio nel tempo che non può che lasciarci con una sola esclamazione: Grande Giove!





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