The Beatles
Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band

1967, Parlophone
Rock

Recensione di Costanza Colombo - Pubblicata in data: 11/06/14

"La creazione di questo disco fu uno sfrenato e variopinto giro di giostra dove tutto era possibile." Paul McCartney


Il fittizio concerto per ottoni in oggetto deve il suo nome di battesimo al frainteso condimento (Salt & Pepper) d'un pasto che i Fab Four condivisero con Mal Evan, l'allora road manager, di ritorno dagli States. Il contesto è quello di una band che, se da un lato aveva appena scelto d'abbandonare il palco perché esasperata da urlanti folle oceaniche che rendevano del tutto vane le loro performance, dall'altro poteva permettersi di fare il brutto e cattivo tempo, almeno fintanto che non proponeva di includere Gesù e Hitler nella corale copertina del nuovo disco.

 

Innovativo non solo per la qualità grafica, ma anche per esser stato il capostipite dei booklet come li intendiamo oggigiorno (libretto pieghevole+testi), per quanto riguarda l'impiego di strumentazione all'avanguardia in sede di registrazione, “Sgt. Pepper” segue a ruota (più o meno libera) il precedente “Revolver”. È infatti in una giungla di cavi, oscillatori, microfoni infilati nelle bocche degli ottoni, cuffie trasformate in microfoni, e poi attaccate ai violini, che vede i natali il pionieristico e ambizioso lavoro di produzione in carica a George Martin e al suo assistente Geoff Emerick.


Proprio qualche mese prima, sempre negli Abbey Road Studios, dove l'album vide la luce dopo 400 ore di sperimentazione, Ken Townsend aveva appena inventato, sempre per i Fab Four, il primo registratore analogico (ADT). A ciò vennero stavolta affiancate le prime Direct Injection Boxes grazie alle quali il basso di Paul McCartney poté esser collegato direttamente al mixer per l'opening track “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”. A seguire le più (o meno) volontarie stonature di “With A Little Help From My Friends”, alias una delle rare canzoni affidate alle traballanti doti canore del batterista Ringo Starr. È però col terzo brano, “Lucy In The Sky With Diamonds” che il carattere fortemente psichedelico del disco s'insinua nella mente dell'ascoltatore, trascinandolo nel fantasmagorico affresco tratteggiato dall'organo di McCartney, tambura indiano di George Harrison e flanging sapientemente dosato. A seguire, la meno nota “Getting Better” costrinse gli addetti ai lavori a trovare una soluzione all'esigenza di poter disporre di un maggior numero di tracce rispetto alle 4 presenti su di un nastro convenzionale. Risolto il problema con uno dei più macchinosi esempi di bouncing down della storia, si prosegue con brani meno impegnativi, ma altrettanto singolari, come la sincopata e distorta “Fixing a Hole” e “She's Leaving Home”, prima canzone il cui arrangiamento musicale venne totalmente affidato ad una sessione d'archi.

 

Organo e complessità ritornano con "Being For The Benefit Of Mr. Kite" per trascinare ancora una volta l'ascoltatore in quel clima carnevalesco che John Lennon descrisse come "puro acquerello" e per cui Martin s'impegnò a rendere "il sapore della segatura sparsa a terra" tipico delle fiere. E' invece del solo Harrison l'orientaleggiante "Within You Without You". Scritta su di un Armonium a casa dell'amico Klaus Voorman (musicista e illustratore di "Revolver"), venne arrangiata valendosi di una coppia di musicisti dell'Asian Music Circle, collaborazione che costò al Beatle l'imparare a scrivere musica secondo le partiture indiane. Si rientra quindi nei ranghi grazie alla più tradizionale "When I'm Sixty-Four", resa inconfondibile dal trillo delle campane tubolari e da un originalissimo clarinetto espressamente voluto da McCartney per aggiungere quel tocco classico alla canzone. A mescolare ancora una volta le carte in tavola, ci pensa la psichedelica "Lovely Rita" nella quale l'insolito effetto acustico, a un terzo della traccia, altro non è qualcuno che suona della carta contro i denti di un pettine mentre per la parte vocale McCartney s'ispira, come già in precedenza, allo stile di Brian Wilson dei Beach Boys. Dal luna-park allo zoo, nella chiusura della radiofonica "Good Morning Good Morning", oltre ad un sax, compare anche una vasta gamma di versi richiesti da Lennon a Emerick e ordinati così che ogni animale fosse in grado di divorare o spaventare il precedente. Gloriosa chiusura dell'album è l'universalmente osannata "A Day In The Life" (per il cui significato si rimanda all'omonimo speciale dedicato al concept di "Sgt. Pepper"). Per quanto risulti impossibile riassumerne meriti e singolarità melodiche in un paio di frasi, basti pensare che per il suo arrangiamento McCartney aveva richiesto un'orchestra di 90 pezzi, dimezzata poi da Martin. Definito "orgasmo musicale" dallo stesso produttore, il brano è uno straordinario crescendo che si compie con il catastrofico suono dei tre pianoforti a coda suonati all'unisono dai presenti in studio. Dopo di che il tutto si conclude con qualche secondo di chiacchiere sconnesse, realizzate da un ulteriore collage di nastri tagliati e re-incollati al fine di renderne incomprensibile il messaggio, come a voler sottolineare l'impossibilità, da parte dell'ascoltatore, di comprendere appieno l'intero disco.


E in fin dei conti, di fronte ad uno dei principali capolavori della nostro secolo, tappa fondamentale nel progresso sonoro, non soltanto dei The Beatles, ma di buona parte della musica moderna, non poteva che andar a finire così.





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