The Used
Heartwork

2020, Big Noise
Alternative Rock/Emo

Con "Heartwork", i The Used lavorano d'immaginazione, andando al di là delle plausibili etichette e dei singoli generi: una scelta che si rivela vincente
Recensione di Dario Fabbri - Pubblicata in data: 26/04/20

A tre anni di distanza da "The Canyon" (2017), i The Used di Bert McCracken tornano con il nuovo "Heartwork": se il precedente album era un'opera lunga e complessa, in questa occasione il gruppo decide di fare un passo indietro, nella direzione di quel sound orecchiabile ma d'impatto che gli ha conferito una certa fama nei primi anni 2000. Certo, non mancano espliciti riferimenti ai loro primissimi lavori (già dalla copertina, dove è ben visibile il celebre cuore di "In Love And Death"), ma non scarseggiano nemmeno le sorprese, i continui cambi di genere e i riferimenti letterari. Più che un normale disco rock, "Heartwork" si presenta infatti come un piacevole viaggio all'interno delle imprevedibili fantasie dei suoi autori.

 

Di fantasia, quindi, ce n'è in abbondanza (ed è proprio questa la parola chiave), ma le note positive non finiscono qui: i The Used mostrano infatti una certa intelligenza nel creare una tracklist equilibrata, in grado di mescolare abilmente canzoni molto diverse tra di loro. I nostri aprono con i singoli "Paradise Lost, A Poem By John Milton" e "Blow Me" (collaborazione con Jason Aalon Butler dei Fever 333), due brani incandescenti, puro alternative rock esplosivo e d'impatto, che ricorda fortemente i primi due lavori in studio. La band rallenta progressivamente con le successive "BIG, WANNA BE" e "Bloody Nose", fino a giungere all'indie-pop atmosferico della breve "My Cocoon" e di "Cathedral Bell", tanto ispirata alle sonorità di Billie Eilish quanto al synth pop dei Depeche Mode. In pochi minuti si passa dalla potenza incontrollata di "Blow Me" a qualcosa che è al suo esatto opposto, ma tramite un percorso assolutamente sensato e coerente. Con "Gravity's Rainbow" ritornano le sonorità più pesanti, questa volta combinate però all'elettronica e ad un'interpretazione quasi teatrale di McCracken, mentre con "Clean Cut Heals" i The Used svoltano nuovamente sulla strada dell'indie-pop.

 

work575

 

Conclusa la prima metà di "Heartwork", il sipario della seconda parte si apre con "The Lighthouse" e "Obvious Blasé" (la prima con Mark Hoppus e la seconda con Travis Barker dei Blink-182), che propongono un mix delle sonorità che hanno caratterizzato la precedente parte del disco, anche se è la seconda a presentare una base più interessante e variegata, grazie anche all'indiscussa abilità di Barker dietro le pelli. Con "The Lottery" e "Darkness Bleeds, FOTF" torna nuovamente il lato più pesante del sound del gruppo, ma senza celare del tutto la loro componente pop: le tinte d'elettronica sono infatti costantemente presenti nel finale. Questo aspetto si riscontra anche nella conclusiva "To Feel Something", che sembra quasi una sintesi dell'intero album, una canzone lenta, a tratti minimale, che termina con un'esplosione di chitarre, batteria e della voce di McCracken, che alterna parti in pulito a scream.

 

La tela dipinta dai The Used con "Heartwork" è complessa, in quanto costituita da una molteplicità di elementi vecchi e nuovi che si intrecciano perennemente tra di loro, al fine di creare qualcosa di inaspettato e fuori da qualsiasi schema. I richiami e le citazioni non sono affatto poche e passano da John Milton all'atteggiamento blasè, tanto caro al sociologo tedesco Georg Simmel, e al celeberrimo "1984" di George Orwell, solo per citarne alcune. Per quanto concerne la musica, la band attinge a piene mani dall'alternative rock e dalle sfumature emo delle origini, per poi catapultarsi nel mondo dell'elettronica, con forti richiami all'indie-pop contemporaneo. Insomma, non ci si annoia facilmente con questo lavoro, ma forse sarebbe saggio  tenersi a debita distanza se non si è sostenitori della commistione di così tanti generi diversi. "Heartwork" è un lavoro di cuore e d'arte (e di fantasia, verrebbe d'aggiungere), che entra di diritto tra i migliori album realizzati da Bert McCracken e compagni.



01. Paradise Lost, A Poem By John Milton

02. Blow Me

03. BIG, WANNA BE

04. Bloody Nose

05. Wow, I Hate This Song

06. My Cocoon

07. Cathedral Bell

08. 1984 (Infinite Jest)

09. Gravity's Rainbow

10. Clean Cut Heals

11. Heartwork

12. The Lighthouse

13. Obvious Blasè

14. The Lottery

15. Darkness Bleeds, FOTF

16. To Feel Something

Recensione
Deftones - Ohms

LiveReport
Lamb Of God - Self Titled Album Global Stream - Richmond, Virginia 18/09/20

LiveReport
Black Anima - Live from the Apocalypse 2020 - Milano 11/09/20

Recensione
Napalm Death - Throes Of Joy In The Jaws Of Defeatism

Speciale
L'angolo oscuro #9

Recensione
Finntroll - Vredesvävd