The Sea Within
The Sea Within

2018, Inside Out Music
Progressive Rock

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 22/06/18

Ogni vascello che intenda solcare distese perigliose e affascinanti necessita di un capitano esperto e di un equipaggio di talento: lo svedese Roine Stolt (qui l'intervista), autentica leggenda del progressive rock, membro di Kaipa, The Flower Kings e di un'incalcolabile messe di formazioni, scende dai Translatantic e si accomoda in cabina di pilotaggio del supergruppo dei The Sea Within. Accanto a lui prendono posto autentici maestri dei propri strumenti, da Daniel Gildenlöw (Pain Of Salvation) a Marco Minneman (The Aristocrats), da Jonas Reingold (Karmakanic) a Tom Brislin (Renassaince): una serie di nomi roboanti a cui si affianca una corte di ospiti da brividi che annovera Casey McPherson (Flying Colors), Jordan Rudess (Dream Theater), Rob Townsend (The Blues Band) e Jon Anderson (Yes). Benché si tratti dunque di una nave presidiata da una ciurma esperta, naturalmente il rischio di suddetta tipologia di operazioni risiede nella fattura di album tecnicamente perfetti, ma privi di anima: d'altro canto l'oceano può essere un paradiso per surfisti spensierati e spumeggianti, una tempesta terrificante e avvolgente, una pozza di chiara bellezza corallina, un vasto abisso di oscurità profonda e "The Sea Within", fortunatamente, racchiude le diverse sfumature dell'immensità marina, pur cadendo in peccati di ridondanza.


L'opener "Ashes Of A Dawn" rappresenta di certo il pezzo maggiormente pesante e cupo del platter. Il tema del caos economico mondiale viene raccontato dall'intreccio aggressivo e angosciato delle ugole di Gildenöw e Stolt: sei minuti laddove un pizzico degli Agents Of Mercy si fonde al flavour intimidatorio dei King Crimson di "Red" (1974), con il sax di Townsend che accresce la sensazione di trovarsi al cospetto di un'allucinazione virata in cremisi. Il bastimento avanza elefantiaco e stipato di merci, veleggia in acque torbide, esplora temi familiari e al medesimo istante spaventosi. I nostri esplorano ulteriori lidi compositivi con "They Know My Name" che marcia lenta e riflessiva: l'intro di pianoforte di Brislin si pasce di un'interessante e mobile escalation di accordi, poi gli accenti sparsi della batteria di Minneman e il tono ossessivo e persistente del quattro corde di Reingold edificano una solida e fantasiosa architrave ritmica sino all'esplosione fragorosa di un finale anthemico profumato di classicità rock. 

 
Si approda su superfici liquide calme e sottilmente pericolose ascoltando "The Void": il brano, immerso in un'atmosfera onirica e gravido di una soavità minacciosa poggiante su un leggero e nebbioso riff acustico e, nella sezione centrale, sulle vibrazioni di un Moog forse troppo invadente, si espande pian piano in un'armonia effusiva e aggraziata che circonda, a mò di baluardo fiorito, i confini del verso conclusivo. Con "An Eye For An Eye For An Eye" si ritorna a un cadenza veloce e incalzante, come se ai Thin Lizzy fossero state inoculate dosi di steroidi prog: caratterizzata da un assolo di chitarra splendidamente perso in intricati territori neo-jazz, la pista segue uno schema frastagliato e complesso, animata da variegati fill dietro le pelli e da un fluido bridge melodico che conduce la canzone a un intenso climax trionfale. 
  
 
Mentre lo stravagante e insolito fraseggio staccato in 7/8 del basso accompagna in filigrana l'intera "Goodbye", nella quale le eccezionali linee vocali di McPherson, in dialogo contrappuntistico con i molteplici singer dell'ensemble, si esaltano nell'articolato arrangiamento simil-Yes e l'instrumental "Sea Without" gode di un magnetico e capriccioso fretless, il taglio epico di "Broken Cord" contiene in sé un'ambivalenza qualitativa. Elegante l'abbrivio in odore di "Sgt. Pepper's", numerosi i passaggi bizzarri ed eterei, ma in generale s'avverte un certo manierismo nello zigzagare da un cambio di tempo all'altro e nelle dolciastri parti corali, più vicine ai TFK che al background dei musicisti testé coinvolti. Chiude "The Hiding Of Truth" e immediatamente percepiamo la presenza di Rudess alle tastiere: la sua tecnica inconfondibile fa da pendant al peculiare stile ellittico del guitar hero di Uppsala, per una ballad pop agile e leggiadra. Dopo questo lungo viaggio, le tracce bonus sul secondo CD non aggiungono particolari brividi: l'emo-funk di "The Roaring Silence", il clavicembalo di "Where Are You Going?", la coda chiassosa di "Time" e l'agonizzante storia di "Denise", dal sottofondo cinematografico a là Ennio Morricone, costituiscono i principali attimi degni di nota di tali postille.

 
Ad enormi aspettative i The Sea Within rispondono da par loro, attraverso la proposta di un lotto di buona levatura, penalizzato da una produzione altalenante e da momenti non esattamente incisivi: ciò nonostante la classe in campo non si discute e il lavoro nell'insieme lascia piacevoli impressioni uditive, consapevoli che da interpreti così abili, già dotati oltretutto di un budget all'altezza, sia lecito attendersi in futuro prove migliori.

 






CD 1:

01. Ashes Of Dawn
02. They Know My Name
03. The Void
04. An Eye For An Eye For An Eye
05. Goodbye
06. Sea Without
07. Broken Cord
08. The Hiding Of Truth

CD 2:

01. The Roaring Silence
02. Where Are You Going?
03. Time
04. Denise

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