The Pineapple Thief
Versions Of The Truth

2020, Kscope
Alternative Rock, Progressive Rock

Partendo dalla solida base costruita in passato, il quartetto costruisce un futuro fatto di pezzi più intimi e personali.
Recensione di Mattia Schiavone - Pubblicata in data: 05/09/20

La verità non esiste, sostituita ormai da varie versioni di una stessa verità che possono essere usate o interpretate in maniera diversa. Quello che i Pineapple Thief vogliono darci con il nuovo "Versions Of The Truth" è un messaggio già affrontato da diverse personalità artistiche, ma riesce ad adattarsi più che mai alla situazione attuale in cui versa l'umanità, sempre più dilaniata da conflitti inter e intrapersonali. Dopo due album del livello di "Your Wilderness" e "Dissolution", seguiti anche da una buona dose di successo, sull'onda dell'ingresso ufficiale in formazione di Gavin Harrison, non era semplice per il quartetto britannico pubblicare un altro lavoro capace di toccare tali vette, senza però ricalcare il medesimo pattern. L'intuizione che Bruce Soord e compagni hanno avuto è stata perciò quella di incanalare i nuovi brani in una veste più intimista, partendo comunque dal sound che sempre li ha contraddistinti.

 

Come anticipato, il tema principale dell'album viene sviscerato su due livelli: una sfera globale, che va ad analizzare le contraddizioni e le false verità del mondo in cui viviamo e una individuale, fatta di conflitti con noi stessi e con le persone a noi più vicine. Questo doppio aspetto tematico, porta con sé un duale anche nella tipologia del brani, che si dividono quindi tra pezzi sostenuti e tracce più minimali e personali, nelle quali possiamo ravvisare le maggiori novità a livello di sound. "Versions Of The Truth" è quindi il risultato del lavoro di una band coesa, che guarda al futuro partendo dalla solida base costruita in passato. La performance di Gavin Harrison, che si conferma comunque uno dei migliori batteristi della scena prog, non va a oscurare quella dei colleghi, come invece succedeva in alcuni episodi degli album precedenti, ma ha il merito di costruire una base eccezionale su cui i compagni possono dare libero sfogo alle proprie capacità. Proprio questo aspetto può essere considerato tra i maggiori pregi del lavoro e rimane una costante in tutte le tracce del lotto, comprese quelle più melodiche e minimali.

 

Il trittico di apertura ci riconsegna i Pineapple Thief esattamente come li avevamo lasciati. La title track si propone infatti come brano prototipo del quartetto, con diverse variazioni e la grande capacità di fondere arrangiamenti mai banali a parti comunque orecchiabili, mentre in "Break It All" troviamo delle lontane reminiscenze dei Tool e "Demons" rappresenta invece un singolo semplice quanto efficace. Ma è dalla successiva "Driving Like Maniacs" che iniziano a vedersi le prime novità: il pezzo, interamente basato su una sezione ritmica pulita e sulle malinconiche note di piano, è una dolce ballata nella quale riusciamo comunque a vedere la classe espressa dal quartetto. Sulla stessa lunghezza d'onda si manifesta "Too Many Voices", prima di un ritorno a componenti più prog e aggressive nella magnifica "Our Mire", forse l'unico brano in cui Harrison si prende la parte da protagonista. Le nuove idee espresse dalla band permeano invece i tre brani finali ("Out Of Line", "Stop Making Sense" e "The Game"), pezzi minimali e fortemente evocativi, che chiudono l'album in un'atmosfera eterea e malinconica.

 

Sarebbe scorretto pretendere che una band stravolga completamente il proprio approccio musicale dopo oltre 20 anni di carriera. Nonostante le accuse secondo cui pecchino di ripetitività, i Pineapple Thief si dimostrano una band coerente e riescono a pubblicare un album vario quanto basta, oltre che scritto e prodotto in modo ottimale. Probabilmente "Versions Of The Truth" non toccherà le vette di "Your Wilderness" neanche dopo diversi ascolti, ma, proprio grazie a questa nuova vena più intima e malinconica, potrebbe posizionarsi tra i lavori più ispirati del quartetto.





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