Derek Sherinian
The Phoenix

2020, Inside Out Music
Instrumental

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 19/09/20

Diciamoci la verità: al giorno d'oggi scrivere un album strumentale rappresenta un grande atto di fede, vuoi perché l'abitudine a codeste tipologie di opere è andata un po' scemando nel corso del tempo, vuoi perché all'ascoltatore medio costa fatica concentrarsi su una musica spesso estremamente tecnica e di difficile digestione. Consapevole o meno dei rischi dell'impresa, Derek Sherinian, tastierista di comprovata esperienza, richiesto da numerosi artisti e coinvolto in molteplici progetti (Dream Theater, Planet X, Black Country CommunionSons Of Apollo), si rituffa nella carriera solista a nove anni da "Oceana", realizzando un "The Phoenix" stilisticamente anarchico e carico di ospiti di blasone.

Accompagnato dal fedele batterista Simon Philips, i cui fill à la Toto intagliano molte delle composizioni del lotto (la pianistica e jazzy "Dragonfly" su tutte), il keyboardist statunitense, come d'abitudine, evita di affogare nel virtuosismo fine a sé stesso, preferendo mettersi a disposizione dei chitarristi convenuti al banchetto, alcuni dei quali già suoi rodati compagni d'avventura: dallo Zakk Wylde versione Eddie Van Halen nell'incendiaria title track, al tocco divino di Steve Vai tra le pieghe volatili di "Clouds Of Ganymede", dalla cover blues di "Them Changes" (Buddy Miles), dominata dalla voce e dalle dita di un imperiale Joe Bonamassa, al prog flamencato opera di Kiko Loureiro in "Pesadelo". 

Per non parlare di Ron "Bumblefoot" Thal, che offre il proprio contributo nel trittico formato da "Empyrean Sky", "Temple Of Helios" e "Octopus Pedigree", tracce che bazzicano melodie celestiali, fusion d'alto bordo, sprazzi metal e robusto progressive rock senza mai smarrire groove e orecchiabilità. Il theremin di Armen Ra, in combutta con l'organo Hammond, rafforza, poi, il classico marchio vintage dell'insieme, aggiungendovi inoltre un'aura misteriosa e lievemente allucinata; elementi importanti, questi, capaci di smorzare, partim, quei riflessi di lucore stordente figli di una produzione sin troppo tersa e laccata.

Che "The Phoenix", di fatto, si configuri al pari di una jam session prolungata priva di un preciso progetto a monte, aspetto del resto manifesto nella mancanza di arrangiamenti degni di tal nome, sembra un dato indiscutibile e non certo positivo; d'altro canto, però, bisogna rendere merito a Derek Sherinian di aver comunque confezionato, assistito da colleghi di vaglia, un LP di gradevole fruizione, adatto non soltanto ai patiti dei tasti bianchi e neri. Della serie: "suono ciò che mi piace con chi voglio". 




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