Winterfylleth
The Hallowing Of Heirdom

2018, Candlelight Records
Folk

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 30/04/18

I britannici Winterfylleth, sin dalla loro nascita, non nascondono un viscerale amore per le vicende della georgica e verde campagna inglese, tanto da celebrarne il mitico passato nel nuovo full-length "The Hallowing Of Heirdom", un album folk completamente acustico. Un platter che forse sbalordirà gli estimatori di lungo corso del gruppo, ma che di fatto non segna un distacco radicale dalla norma come sembrerebbe a un primo e superficiale approccio: si tratta semplicemente di una normale  evoluzione del sound dell'act mancuniano, mutamento anticipato dagli indizi sparsi nelle opere precedenti. Nell'esordio "The Ghost Of Heritage" (2008) il combo regalò agli ascoltatori il meraviglioso instrumental "The March to Maldon" e in ogni disco successivo, a eccezione di "The Dark Hereafter" (2016), il gruppo non ha mai rinunciato al gusto di infilare almeno una traccia legata all'amore per i cicli folklorici; oltretutto, nella compilation "One And All, Together, For Home" (2014) i nostri furono la sola formazione latrice di pezzi esclusivamente traditional, mentre anche il recente progetto Wolcesmen del chitarrista Dan Capp si inserisce nel medesimo solco revivalista. Certo, accade non molto spesso che una band nota per il black metal atmosferico si immerga in un genere totalmente diverso: se Ulver e Drudkh rappresentano i massimi esempi di scelte tanto coraggiose, si rivela più facile imbattersi in artisti che flirtano con stili eterogenei in un paio di brani piuttosto che in un intero lotto. Tuttavia nel caso dei Wynterfylleth la sorpresa risulta davvero relativa.
 
I pezzi si incastrano in unico flusso, una sorta di collettivo stream of consciouness: gli strumenti e le voci costruiscono una fine tessitura in grado di evocare un antico Zeitgeist oramai scomparso che sopravvive nella mente e nel cuore di bardi contemporanei. "Halgemonath", corruzione del termine anglosassone per settembre, il mese sacro nella tradizione arcadica del Medioevo, appare il riflesso moderno di narrazioni orali che i contadini avrebbero potuto ascoltare attorno al fuoco dopo una fruttuosa giornata di lavoro e raccolta: emerge la reminiscenza di un tramonto autunnale, di un tempo liturgico ricco di colori avvolgenti che bagnano i campi di grano e le fatiche di braccianti irrorati di tiepida luce. Il disco costituisce del resto una composizione delicatamente stratificata, con tenui fraseggi delle sei corde che guidano la musica invece di sopraffarla e timidi battiti percussivi che scortano le schive e silenziose tastiere di Mark Deeks, creando un etereo sottofondo religioso: esemplare in tal senso la preghiera collegiale di "Æcerbot", un canto semicristiano dell'XI secolo snocciolato a mò di rituale magico allo scopo di porre rimedio all'aridità del suolo.
 
Le commoventi consonanze corali dei vari singer realizzano un eccellente manto effettistico adagiato su pennellate come "The Shepherd", una riduzione di un poema pastorale cinquecentesco di Christopher Marlowe, mentre le calde vibrazioni del violoncello di Jo Quail e il talento strabiliante della violinista Victoria Bernath su "Elder Mother" e sulla title track conferiscono alle due canzoni un'aura particolarmente terrosa, in cui il basso di Nick Wallwork diviene parte armonica capace di scavare nelle reali profondità di ere lontane. Si ode poi il fragore del vento nella vuota brughiera di "Restin Tarn", breve ballata speculare all'impalpabile "A Gleeman's Volt", si officiano culti ancestrali nella grotta divina di "Frithgeard", si recita una graziosa e tragica poesia in "The Nymph", ove il duetto tra un baritonale Chris Naughton e il soffice spoken word di Angela Deeks gronda emozioni in pendenza, crepitano le fertili braci in "Embers": in un LP nel quale i temi centrali rispondono all'esigenza di onorare la natura e la storia al fine di ricostituire uno spirito collettivo perduto per sempre, il timbro cavo di "On-Cydig" e la cadenza metafisica di "Latch To A Grave", introdotta da una battello di archi navigante su placidi fiumi di memoria, illustrano quanto l'intreccio di nostalgia e ricordi mediati da un immenso affetto per il proprio paese riesca a generare a un'opera soave e cupa, tenue e intensa.
 
Il ritmo delle stagioni, la vita agricola, il fascino del remoto: "The Hallowing Of Heirdom" si incunea in un fascio di sensazioni dimenticate, alternando tepore e malinconia in dodici frammenti dall'afflato mistico. Un viaggio autunnale nel pagus albionico.




01. The Shepherd
02. Frithgeard
03. Æcerbot
04. Halgemonath
05. Elder Mother
06. Embers
07. A Gleeman's Volt
08. Latch To A Grave
09. The Nymph
10. On-Cydig
11. Resting Tarn
12. The Hallowing Of Heirdom

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