Omnium Gatherum
The Burning Cold

2018, Century Media Records
Melodic Death Metal

L'ottavo lavoro della combo finlandese non aggiunge né toglie nulla a quanto suonato nei precedenti lavori, tiene il punto e consolida la posizione della band tra le più "educate" del panorama melodic death metal.
Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 10/10/18

L'idea di coniugare elettronica e metal estremo non è nuova; innegabilmente però, negli ultimi cinque anni molte band (tra cui, ad esempio, i Follow The Cipher) si muovono in questa direzione.
Discorso valido anche per gli Omnium Gatherum, che con "The Burning Cold" sfornano l'ottavo lavoro di una carriera che dal lontano 1996 ha mutato notevolmente la sua rotta. Inizialmente più diretta ed aggressiva, la band ha progressivamente affinato la propria proposta, impennandola verso l'epic, arricchendola di sviluppi prog e, più o meno da "New World Shadows" del 2011 sino ad oggi, virando decisamente (e con successo di pubblico) verso l'elettronica e il dispiego di armonie.


Come già AmorphisChildren Of Bodom e altri prima di loro, i nostri hanno giocato a distillare due ingredienti in apparenza molto lontani in una formula, che si ripete più o meno invariata di album in album. Essa consiste nel coniugare arrangiamenti e suoni metal molto nitidi con possenti pad elettronici che tendono ad arrotondare il tutto, in un amalgama di strutture complesse e armonie accattivanti. Personalmente, apprezziamo che la band non limiti gli interventi vocali a un buon cantato growl ma lo corregga a volte con un pulito o, addirittura, un sussurrato come in "Rest In Your Heart" e "Cold". Qualche defilato coro senza avventurarsi - errore che altre band commettono - in improbabili sviluppi "melodici" quanto mai fuori luogo, che sono l'eutanasia di buona parte del metal estremo melodico.
Melodia che ad ogni modo gronda dagli arrangiamenti di brani come "Refining Fire", "Rest In Your Heart" tra gli altri, e che tradisce forti influenze Wave; talmente insolite nel genere che, se ci si distrae e si chiudono gli occhi, capita di chiedersi se non si stesse ascoltando - che so? - i Cabaret Voltaire o i Dead Can Dance. Poi il growl o una sventagliata di doppia cassa ("Over The Battlefield") ci ricorda dove ci troviamo. Si direbbe quasi che gli arrangiamenti siano una continua battaglia tra la Wave e il metal per chi debba avere la meglio.


Tutto interessante, certo, ma a nostro sentire non davvero avvincente. Manca infatti a questo come ad altri lavori della band la capacità di costruire sopra la solidità del loro sound un discorso musicale davvero graffiante ed originale. La formula funziona, sì, ma abbandonata a sé stessa - senza una tensione, uno sviluppo - a lungo andare stanca. Non ha una sbavatura ma, ahimè, non smuove un pelo di emozione. Se si fa metal, per di più si pretende che sia estremo, be' qualche brivido, qualche rischio dovrà pur correrlo la band e farlo correre all'ascoltatore no? Il sospetto è che oggigiorno si confonda questa versione politicamente corretta, diligente, educata, ripulita e priva di scabrosità con ciò che dovrebbe essere il metallo: qualcosa di rovente, che acceca chi lo avvicina e brucia chi lo tocca. Nulla da togliere, lo ripetiamo, alle qualità della band; ma inferocire un po' il tutto davvero non guasterebbe.





01. The Burning
02. Gods Go First
03. Refining Fire
04. Rest In Your Heart
05. Over The Battlefield
06. The Fearless Entity
07. Be The Sky
08. Driven By Conflict
09. The Frontline
10. Planet Scale
11. Cold

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