Tame Impala
The Slow Rush

2020, Interscope Records
Psychedelic pop / art rock

Il vate della psichedelia Kevin Parker continua solitario nella ricerca della perfezione. Tra lui e il suo obiettivo si pone il gigantico avversario: il Tempo
Recensione di Simone Zangarelli - Pubblicata in data: 18/02/20

Per Kevin Parker il perfezionismo è una lotta con sé stessi, un conflitto da portare avanti tra la parte razionale, imperturbabile e quella più negativa che il frontman dei Tame Impala tenta di tenere a bada nella sua testa. Nasce così il desiderio di creare un album profondo ma al contempo dal sound mellifluo e avvolto da una patina di lusso, un disco che gridasse "Miami" ma composto, suonato e prodotto a Perth, tutto da una persona sola. E qual è il peggior nemico di un perfezionista come Parker? Il Tempo. Così "The Slow Rush" affronta una delle tematiche più cara all'arte ma lo fa con la visione ricercata tipica della one-man-band australiana.

 

E ne è passato di tempo da quando uscì nel 2015 "Currents", album che ha lanciato la carriera dei Tame Impala tanto da suonare come headliner al Coachella e da essere scelti da Rihanna per una cover. Le aspettative erano molto alte e Parker ha dovuto ponderare attentamente il prossimo passo, in bilico tra il terrore di ripetersi e il rischio di non essere all'altezza. Il tempo giocava a suo sfavore. Così quest'ossessione pervasiva si trasforma nella sabbia di un'enorme clessidra che fuoriesce fino a inondare la stanza, come la copertina del disco sembra suggerire quasi a richiamare alcune opere della Land Art degli anni '60 e ‘70. E proprio da quell'epoca sembra provenire Parker, un po' hippie un po' ingegnere, che ama giocare e sperimentare con gli strumenti più innovativi, trovare il suono migliore, il campione perfetto. Ma stavolta per The Slow Rush l'approccio è differente, non cerca il campione, se lo crea.

 

Il modo di fare in questo nuovo capitolo è più strumentale, c'è più batteria suonata direttamente dalla mano sapiente del mastermind, più basso ma meno chitarre, sacrificate in favore delle tastiere. Dall'apertura con "One More Year" si percepisce questo cambio di direzione, improntato al soft rock revival, come se i Grateful Dead avessero utilizzato una libreria di effetti sonori (i cori robotici). Una direzione che ricalca in parte quella dei primi due album e che si fa sicuramente più accessibile al grande pubblico con il rischio di non risultare incisiva come la sperimentazione elettronica di Currents. The Slow Rush è un album che si prende il suo tempo, tenta di controllarlo, lo fa proprio: nella traccia d'apertura il beat elettro-pop arriva verso la fine a rompere le catene di un pezzo che fa quasi da sottofondo ma che poi ti sfida a non ballare.
L'attitudine AOR di un Parker ultimamente votato al pop si mostra in tutta la sua fierezza in "Borderline", connubio perfetto tra l'anima dance della chillwave e il retrogusto indigeno del flauto di Pan. Fin dal primo ascolto sembra di nuotare dentro una lava lamp, persi tra gli stati d'animo e la voglia di ballare. In "Tomorrow's Dust" la ricchezza di suoni dà vita ad un sound vorticoso, anticipato da un arpeggio che ricorda i Radiohead, sostenuto da un groove modern R&B e seguito da una modulazione di moog.

 

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La bellezza del disco è sentire Parker dare il meglio in ogni genere che affronta: c'è la semi-ballad "On Track" più sognante e dal sound ipnotico, passando per "Breathe Deeper", a metà strada tra il jazz e la disco anni '80 con un flow da capogiro. È una gioia sentire suonare parti classiche dalla mano dell'artigiano che le ha create e che riesce a curare ogni singola nota nel dettaglio. Come un Dio onnipotente Parker ha il controllo sulla sua creatura, indirizza il tempo a suo piacimento e ha una visione preliminare del risultato migliore. Nulla sfugge all'occhio vigile e esperto. Ingegno che trova il suo exploit nella doppietta "Lost In Yesterday" e "Is It True", la prima una hit art pop che richiama i suoi connazionali Empire Of The Sun, mentre la seconda è una mina dance-funk che non può non far scuotere le spalle grazie a un ritornello degno dei migliori lavori dei Tame Impala e, a sorpresa, un synth robotico stile Daft Punk.

 

Dulcis in fundo. Tre dei brani più riusciti si trovano a fine disco: "It Might Be Time" riflette sul senso di smarrimento con una visione neo-vintage, una batteria quasi garage rock si sposa con i synth, le tastiere alla "Breakfast in America" e gli effetti sulla voce che appare e scompare, immersa in un suadente reverbero. "Glimmer", con i suoi due minuti e mezzo di strumentale, ci trasporta di una dimensione parallela dove le chitarre finalmente riconquistano quello spazio un po' sacrificato; e poi il finale a dir poco epico di "One More Hour" è la perfetta chiusura. I versi finali ("Qualunque cosa abbia fatto / L'ho fatta per amore / per divertimento / Non ne avevo abbastanza / l'ho fatto per la fama / Ma mai per denaro [...] Fino a ora") riassumono il processo che ha portato alla creazione di questo nuovo capitolo della storia personale e professionale del musicista di Fremantle, che ha visto riconosciuto il suo talento all'unanimità ma che ha dovuto fare i conti con un futuro segnato dall'incombenza delle deadline, delle scadenze a breve termine e dello stress che impone limiti all'arte.

 

Oltre che essere un lavoro incentrato sul tema del tempo (la maggior parte dei titoli si riagganciano a questo ambito semantico), The Slow Rush tenta uno sguardo personale sulla vicenda, una corsa imbrigliata nella rete di un'interiorità che viaggia a velocità diversa e ha bisogno di essere metabolizzata. Festina lente si dice da noi. E anche se a volte questi tempi dilatati sembrano danneggiare brani come "Instant Destiny" o "Posthumous Forgiveness" con qualche giro di troppo, "The Slow Rush" rimane un opus ricca di rifiniture, ragionata e dannatamente moderna, dominata da un senso di sospensione e dal sound fluttuante che fonde il groove hip hop con l'art rock, il jazz con l'EDM, la big beat e il funk.





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