Suede
Bloodsports

2013, Autoproduzione
Rock

"E tutto va bene fino a quando il cuore tradisce", come disse una nota band heavy metal americana...
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 18/03/13

Si dice che l’eredità del glam rock del primo David Bowie fosse stata presa ed attualizzata dai Placebo: che grande baggianata storica! Sì, certo: Brian Molko prima dell’attuale imbolsimento era estremamente androgino e glam, ma la musica dei Placebo aveva poco a che fare con i sentieri tracciati dal Duca Bianco a cavallo degli anni ’60 e ’70. Semmai, un’altra band negli anni ’90 aveva saputo prendere l’ambiguo splendore di Ziggy Stardust conferendogli un trucco decisamente diverso: più polveroso, tossico e realista, ma sempre e comunque elegante, efebico e grintoso. Parliamo degli Suede di Brett Andreson e Bernard Butler che, nella prima metà dei ‘90s, diedero una bella scossa all’imperante scena brit pop con due opere sbieche e dannate e, proprio per questo, oggi ancora memorabili (“Suede” e “Dog Man Star”). Poi, i litigi tra le due anime fondatrici, l’inesorabile – e ancora permanente – abbandono di Butler, ed un lento sbiadire della formazione che, dai fasti di “Coming Up”, si è lentamente spento fino a “A New Morning”.

Fine della lezione di storia, perché ben 11 anni di silenzio (uno in più di Bowie) sono passati dall’ultimo e stanco inciso a firma Suede, ed oggi la formazione torna schierata esattamente come l’avevamo lasciata (quindi, ancora con Oakes alle chitarre) con un obiettivo assai ambizioso in testa: quello di scrivere un’opera decadente e splendente come fu il capolavoro “Dog Man Star”. Per riuscire nell’impresa, l’impalcatura del concept, cercando di musicare una storia di sesso occasionale che si trasforma, lentamente ed inesorabilmente, in una storia d’amore. Senza infierire sulla bontà del tema – visto che i Pulp fecero lo stesso e di meglio confezionando una vicenda grossomodo identica nello sfizioso mondo del porno con il meraviglioso “This Is Hardcore” – “Bloodsports” è in realtà un disco che, quando lo ascolti per la prima volta, ti convince sin troppo facilmente a pronunciare, ad occhi sgranati, il termine: “capolavoro”. Merito di una quartina di pezzi iniziali davvero perfetta, in cui risuonano con intensità inaudita gli Suede che furono, quelli delle melodie graffianti di chitarra, i ritornelli in epica e vertiginosa apertura, i “lalalala” e “oooooh” di un Anderson che non è invecchiato di un’oncia; né lui, né il suo fido distorsore vocale con effetto eco.
Ecco, quindi, che la prima parte d’opera, quella di pancia, scorre divertita e divertente, strizzando abbondantemente gli occhi all’effetto nostalgia ma mitigando il tutto con composizioni melodicamente convincenti come non se ne sentivano da troppi anni a questa parte dagli scamosciati. Poi, però, finisce che i protagonisti trombano di meno e si amano di più, e di conseguenza i brani del disco assecondano il tenero sentimento con canzoni più ragionate, tranquille, tra organi solenni (“Sometimes I Feel I’ll Float Away”) ed echi di disperazione minimali (“What Are You Not Telling Me?”) che rendono tutto molto meno divertente. Un po’ come trovarsi nel letto una Treccani, col presupposto di essersi portati in casa il depliant delle offerte dell’Auchan.

Ed è un tremendo peccato, perché “Bloodsports” in questo modo si accascia inesorabilmente, facendo andare alla deriva l’attenzione dell’ascoltatore tanto facilmente guadagnata dal lato rock e frizzante dell’opera, e ci fa concludere dicendo che il ritorno degli Suede è una cosa assai gradita, ma che la macchina necessita di carburare un attimino meglio, perché anteporre all’eccellenza la mediocrità è un atto vile, soprattutto quando fai aspettare a lungo l’appuntamento. Ciononostante, il disco, per quanto discontinuo, rimane fortemente consigliato, anzi: obbligatorio per chiunque abbia vissuto la scena brit nei gloriosi ‘90s, prima della trasformazione operata da Radiohead, Muse e Placebo.

Non rimane che attendere le nuove di Jarvis Cocker e dei suoi Pulp: mancano davvero solo loro oramai, e poi sì che la festa potrà ricominciare sul serio.




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