Soundgarden
Ultramega OK

1988, SST
Grunge

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 09/03/13

Siamo a metà degli anni ‘80, riflettori e luci stroboscopiche spandono tinte sgargianti sui palchi, la musica cara al grande pubblico è fatta di suoni melensi e plastificati. Quella dell’estremo nord-ovest degli Stati Uniti, dove l’Atlantico lambisce le coste dello stato di Washington, non lo è. Siamo a Seattle, dove non c’è nulla di sbrilluccicante: un groviglio industriale, fatto di grigiume e cemento, location ideale per le disavventure di una mandria di scoppiati in camicia di flanella, definita Generation X da qualche sociologo particolarmente estroso. Ci sono alcune case discografiche che fanno una scelta che si rivelerà azzeccatissima e cominciano a puntare forte su un manipolo di giovani e sconosciute band, che si alternano tutte nelle stesse sale prove e si esibiscono nei medesimi locali. Vengono pubblicati i primi EP e i primi split, si delineano i connotati di una corrente che comincerà a essere chiamata banalmente “Seattle Sound”, per poi farsi largo nel mondo intero con il nome “grunge”, facendo diventare improvvisamente di moda la trasandatezza. Gruppi baciati dalla sorte sfondano e avviano carriere che dureranno per decenni, altri non sopravvivono che per qualche anno: tante, troppe volte, e la cosa è ben più triste, sono i loro membri a non sopravvivere. Storie complicate, alcune tramutatesi in leggende, altre in tragedie, altre ancora in entrambe le cose. Tutte in scena sullo stesso palcoscenico: una città dove anche un’opera d’arte moderna chiamata “A Sound Garden” non ha nulla di verde, e non è altro che un mucchio di grigi tralicci metallici con sottili braccia stancamente trascinate dal vento.
 
La storia che vogliamo raccontare in questa sede ha il suo inizio nel 1986, quando l’etichetta C/Z pubblica una compilation di pezzi di gruppi emergenti chiamata “Deep Six”: tra i Melvins e gli Skin Yard fa la sua timida comparsa il nome dei Soundgarden. La band vede al microfono l’urlatore in erba Chris Cornell, al basso il compagno di lunga data Hiro Yamamoto: i due avevano già inciso qualcosina con i The Shemps, gruppo finito in cenere ancor prima di fare il salto dalle cover agli inediti. A completare la line up Matt Cameron, che si appropria dello sgabello dietro le pelli, in precedenza occupato dallo stesso Cornell, e Kim Thayil, barbutissimo chitarrista di origine indiana, un allucinato visionario delle sei corde. Arrivati i primi consensi, la band firma per la Sub Pop, con la quale pubblica nei due anni successivi gli EP “Screaming Life” e “Fopp”, cominciando in essi a costruire il proprio, caratteristico, malsano stile: un sound graffiante, grezzo, rumoroso, su cui vengono urlate lyrics oscure e spesso indecifrabili, condite di macabro realismo ma anche di pungente ironia, frutto del genio poetico schizoide di Cornell. Le ritmiche, mai banali, si lasciano spesso sedurre dai tempi febbrili dell’hardcore punk lanciandosi in up-tempo incalzanti, ma ancor più frequentemente si fanno avvolgere da una morbosa atmosfera sabbathiana e cominciano a barcollare, a farsi funebri e marziali: saranno queste cadute di ritmo vertiginose, unite a una successiva infiltrazione di consistenti doti di psichedelia, a rendere il sound dei Soundgarden più unico che raro all’interno della scena grunge. 
 
Ultramega OK”, datato 1988, è il full lenght d’esordio, pubblicato sotto etichetta SST nonostante un lungo ma infruttuoso corteggiamento da parte di alcune major. Un titolo che è tutto un programma (spiegato meglio da Cornell con “It was Ultramega Alright. Ultramega could have been better but not bad.”), un ossimoro che esprime in modo chiaro la vena di astio della band nei confronti del produttore, reo, a detta loro, di aver fatto suonare in maniera inadeguata, troppo piatta, canzoni che potevano rendere molto meglio. Non che, a essere onesti, il debut potesse guadagnare tantissimo da una produzione migliore: “Ultramega OK” è ben lontano dall’essere un capolavoro. Ma proprio tanto lontano. È un disco ancora estremamente grezzo ed acerbo, che lascia perplessi in più di un’occasione, incamminandosi in una moltitudine di direzioni diverse senza arrivare mai in fondo a nessuna di esse. Ma che ha un pregio innegabile: tra i tanti buchi nell’acqua, appaiono qua e là nella tracklist le prime perle di una carriera che ne regalerà in quantità enormi, i primi germogli di una genialità che sboccerà definitivamente negli anni seguenti e che consegnerà i Soundgarden alla storia. 
 
I soffi di Thayil sulle corde della sua chitarra, liquidi mugugni che sfociano in un canto ruvido e tormentato: si apre così “Flower”, un pezzo dall’atmosfera marcescente e dall’incedere militaresco, su quei tempi dispari, frutti di una composizione diretta e “ignorante”, che rimarranno caratteristici della band anche nei dischi più maturi. In “All Your Lies” Cornell comincia a mostrare qualcosa delle sue capacità vocali fuori dall’ordinario, in una traccia che comunque non lascia il segno, ma è nella perla “Beyond The Wheel” che raggiungerà livelli inumani. La canzone è una delle più opprimenti e cattive dell’intera discografia della band: un tappeto di chitarre dall’accordatura ribassata e un drumming infernale, con vocals che partono gravissime e minacciose, prima di spiccare il volo con acuti affilati e sofferenti. “Mood For Trouble” viene aperta da una sorprendente chitarra acustica, che lascia il posto a una rapida cavalcata in cui la voce, prima graffiatissima, diventa poi calma, distante, in un bridge disteso e avvolgente; sul finale si fanno protagoniste ottime partiture di basso. Per il resto, l’album si perde presto per strada, proponendo il piatto e immaturo punk rinforzato di “Nazi Driver” o “Head Injury”, il blues sballato e inconcludente di “Smokestack Lightning”, i tocchi di goliardia di “665” e “667”, tracce che prendono in giro le accuse di satanismo rivolte al rock e che ascoltate al contrario contengono adorazioni a Babbo Natale, il terribile scimmiottamento dei Motorhead di “Circle Of Power”, con uno Yamamoto al microfono tanto evidentemente fuori luogo da far quasi tenerezza. L’ultimo pezzo significativo è “Incessant Mace” (se si esclude il conclusivo minuto di silenzio, tributo a Lennon), una lentissima ballad, lunga e claustrofobica, con un ottimo guitar work ma un Cornell insolitamente poco convincente, talvolta stonato nella prima metà, in ripresa nell’abbaiato finale.
 
Si chiude così l’album d’esordio dei Soundgarden. Un debutto che suona farraginoso e incompiuto, prodotto male, pieno di filler. L’opera di una band visibilmente inesperta, ancora alla ricerca delle sfumature giuste da dare al proprio sound. Ma resta comunque un lavoro meritevole di essere ascoltato, in quanto uno dei documenti fondamentali dei primi passi del grunge (ricordiamo che i Nirvana daranno alle stampe “Bleach” soltanto l’anno successivo) e soprattutto essendo l’anticipazione di quattro tra i più grandi dischi del rock degli anni Novanta. Il meglio deve ancora venire, e non si farà attendere più di tanto.




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