Sirenia
The Seventh Life Path

2015, Napalm Records
Gothic

Recensione di Alessio Sagheddu - Pubblicata in data: 01/06/15

Il momento della battaglia “musicale” era vicino, mancava veramente poco anche stavolta. Le fiammanti lame fresche di fucina fremevano al suon della battaglia mentre noi, poco intimoriti, bramavamo strette di mano e torbide alleanze con l’aiuto bellico del combattivo Ares e della serpeggiante Discordia, veterani, si sa, del mestiere. La storia ci insegna che molte sono state le battaglie portate sul campo ma molte altre, in nome della diplomazia, solamente accennate. Una volta riposta l’arma nell'apposito fodero, non ci rimane che non dichiarare guerra ai Sirenia stavolta. Che poi non si è mai trattato di una guerra, più di una vera e propria presa di coscienza che ad ogni nuova uscita del combo norvegese/spagnolo, andava affermandosi l’idea che tutto fosse ormai disperso, vuoto.

 

Il background che accoglie questo nuovo “The Seventh Life Path” non è dei migliori. Non solo non è dei migliori ma si porta dietro un’idea ben ferma sulle sue convinzioni: ci fosse una manifestazione autorevole nel mondo, impegnata esclusivamente nel distribuire trofei per castronerie “da peggior singolo”, i Sirenia vincerebbero la statuetta con “Once My Light”, battendo DiCaprio e chi più ne ha più ne metta. Non sarebbe il primo trofeo comunque per la band, ma non indugiamo oltre sull’argomento. Sì, proprio “The End Of It All”. I Sirenia arrivano ad un anno dal seppur godibile “Perils Of The Deep Blue” e lo fanno con le stesse carte, oramai ben note, ma introducendo un suono che potremmo definire bombastico, sempre sinfonico e fiero di mettere in luce una ritrovata ispirazione per quel lato corale (se vogliamo, la stessa linea seguita dagli Epica nell’ultimo album) che in passato ha anche imbastito interi brani senza però effettivo appoggio strumentale. Una volta usciti dal nero pantano e lo stesso gruppo a cercare di riprendere punti, riportando Morten Veland ad esprimersi con clean vocals e growl (vedi “Sons Of The North”). Questo permette alla voce di Aylin -consolidata “padrona di casa”-  di non apparire sempre come protagonista in ogni brano ma solamente quando questo lo richiede. Forti del rientro in casa Napalm Records poi, Morten & Aylin, appresa l’amara lezione del “siamo solo un duo”, ripescano ancora una volta i seppur bravi Jonathan Perez e Jan Erik Soltvedt che apportano freschezza all’intera composizione, allontanandosi così dal monopolio poco variegato di Veland in “The Enigma of Life”.

 

Siamo anche distanti dai falsettoni spacciati per lirica spiccia del precedente singolo “Seven Widows Weep”; qui la voce della cantante spagnola sembra ridimensionata, sicura e adagiata più volte sul suo registro basso (“Concealed Disdain” e “Insania”), lontana dal farsi aggredire dall’intero comparto strumentale dove anzi riesce ad avere un momento tutto suo con “Tragedienne” che tradotta ed interpretata in spagnolo nella bonus track “Tragica”, è sicuramente esperimento ben riuscito. Non mancano comunque quei brani che, strutturati in modo diverso, avrebbero portato il lavoro ad un livello superiore; basti pensare all’intermezzo con mandolino di “Earendel” che però soffre della sindrome del ritornello inefficace oppure al marciare sinistro di “Contemptuous Quitus”, sfociato poi nella banalità. “The Seventh Life Path” è sicuramente l’effetto di un campanello d’allarme da parte della band, un suono stridulo che già attraversava le partiture del suo predecessore. E’ quindi lontano dall’originalità e dallo stereotipo del “gothic” ma allo stesso tempo segna un rinvigorimento musicale che ancora una volta non è capolavoro ma potrà anzi dovrà esser coltivato uscita dopo uscita per arrivarci sano e salvo. 

 

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