Seether
Si Vis Pacem, Para Bellum

2020, Fantasy Records
Post-grunge

Ancora una volta i Seether realizzano il loro obiettivo: espongono tossicità, la liberano e la celebrano a fini prettamente catartici, in maniera diretta, schietta e, a quanto pare, infallibile. La lezione è chiara: se vuoi la pace, preparati a combattere.
Recensione di Cristina Cannata - Pubblicata in data: 28/08/20

"Si Vis Pacem, Para Bellum": se vuoi la pace, preparati alla guerra. I Seether intitolano così la propria ottava fatica in studio, con una frase in latino diretta, sentenziosa ed elegante. Una famosa locuzione tratta dall'Epitoma Rei Militaris di Vegezio che nei secoli ha vantato innumerevoli riproduzioni, usata da Cicerone nelle sue Filippiche, fino ai Metallica nel Black Album.  

 

La celebre sentenza latina può avere un duplice e speculare significato: da un lato si può intendere in maniera letterale “se vuoi ottenere la pace, armati e sii in grado di difenderti”, dall’altro, può essere interpretata in una maniera ancora più profonda, suggerendo il fatto che solo chi sa combattere è effettivamente in grado di apprezzare la pace. Calandoci all'interno dell'album, entrambe le interpretazioni calzano a pennello. Quello che i Seether vogliono passare all’ascoltatore è una sorta di "morale", la conclusione di un corso intensivo di preparazione ad affrontare l'insidioso percorso che si disegna davanti all'essere umano man mano che avanza nel proprio tempo.

 

Nati nel 1999, dopo 20 anni di carriera e otto album in studio (contando anche il neonato) sulle spalle, non c’è dubbio che i Seether continuino a essere una delle band più iconiche e tenaci del post-grunge. Album dopo album, hanno proseguito diligentemente nel proprio lavoro: modellare un rock dalle tinte ora grunge ora metal con qualche tocco di punk con la stessa verve degli inizi e una maestrìa sempre più raffinata, senza mai chinarsi al fascino della moda del momento.  Il sound dei Seether è il sound dei Seether, e su questa ovvietà non si discute: un sound unico e immediatamente riconoscibile, fatto di giri di basso colossali, riff graffianti e voci corpose spesso molto arrabbiate che sputano fuori dei testi altrettanto rabbiosi. Praticamente dagli albori, Shaun Morgan e compagni hanno abituato l'ascoltatore a una serie di album potenti, generalmente a tema dark, dal carattere a tratti inquietante e minaccioso, a tratti quasi piacevole e confortante, tutti però estremamente onesti. "Si Vis Pacem, Para Bellum" non interrompe la tradizione, anzi, si presenta come quel tassello che si inserisce a rimarcare e consolidare la maturità della band.

 

Già, perchè se "Disclaimer II" nel 2004 aveva già, in qualche modo, sancito una certa "saggezza" della proposta musicale - confermata a cascata da tutti gli album successivi in proporzioni diverse fino all’ultimo "Poison The Parish", "Si Vis Pacem, Para Bellum" è l'album della maturità compositiva e stilistica, è estremamente denso e onesto, aspro e arrabbiato, senza veli. I Seether propongono tredici pezzi pensati appositamente per condurre l'ascoltatore in un non semplice viaggio emozionale, in un vortice tra alti e bassi che non conosce mezze misure.

 

Quello che la band sudafricana offre è un lavoro viscerale e personale, che mette a nudo la chiave di volta dei Seether, il cantante e chitarrista Shaun Morgan. Una vita non semplice, come ci racconta lo stesso Morgan nella nostra intervista: una serie di eventi, di emozioni e sensazioni che incidono sulla vita dell'uomo e ne condizionano il suo essere in maniera profonda e persistente. Una vita come quella di tanti altri. Nella musica e nelle parole, Morgan lascia sfilare lentamente tutti i suoi demoni con un duplice intento catartico: turbare l'animo di chi non è turbato, e quietare l'animo di chi non è quieto. I testi sono forti e accuratamente ragionati proprio per raccontare una storia e dare una morale: se vuoi la pace, devi essere preparato a lottare. Per tutto l’album si snoda una rabbia che, proseguendo nell’ascolto, acquista diverse facce, ora più cruda, ora più placata, ora quasi supponente e menefreghista.

 

“Dead and Gone”, opener dell’album, non destabilizza l’ascoltatore, anzi lo introduce immediatamente nell’atmosfera dell’album facendolo accomodare in un ambiente conosciuto e confortevole. A dare il benvenuto sono la pesantezza e aggressività delle chitarre di Corey Lowery, new entry nelle fila della band, che spiana il terreno a Morgan, con la sua voce ora calma in strofa, ora distorna nel ritornello. “Bruised and Bloodied”, secondo singolo estratto, indirizza i riflettori sul bassista Dale Stewart che subito si cimenta in un giro di basso che attira l’attenzione prima di esplodere nella sfacciata vivacità con cui la band incredibilmente si trova a trattare dei temi a dir poco delicati; il groove pesante, le chitarre prima e la voce poi, introducono un motivo catchy che renderà il brano forse uno dei più coinvolgenti.  “Wasteland”, con il suo gentile spessore, conduce l'ascoltatore verso alti livelli di emotività: introdotta da chitarre pulite e da tocchi acustici, il brano scoppia in un’autorevolezza d’impatto, data da riff convinti e da linee vocali eleganti, quasi romantiche. "Dangerous", primo singolo estratto, è sicuramente una delle canzoni in cui la band propone, in maniera coerente, maggiori elementi di novità che ben si sposano con i sentimenti perturbati e angosciati che rivela il brano e che ben si adattano agli elementi tradizionali dello stile dei Seether, come i tipici fraseggi.  Le chitarre lavorano per far crescere la tensione emotiva finora creata e introducono “Liar”, dove le voci tristi e quasi dolci sputano fuori delle parole non semplici da condividere; nonostante la canzone rispecchi appieno la tradizionalità del sound della band, in qualche modo questo brano riesce a vestirsi di una sorta di epicità coinvolgente, complici le chitarre che vogliono farsi notare. Un’atmosfera quasi ovattata e affascinante viene presentata in “Can’t Go Wrong” che, già dall’inizio, parte arrabbiatissima e incornicia testi quasi spaventosi che si fanno via via sempre più inferociti, tra momenti strazianti e fortemente emozionanti; la bella struttura creata da voce e chitarra è qui particolarmente enfatizzata e dà prova non solo della maestria di Lowery, ma anche della perfetta sintonia raggiunta con Morgan e con il resto della band. A ruota “Buried in the Sand” tiene alto il livello di tensione accumulato creando un’atmosfera melodicamente triste, magistralmente mantenuta dalle linee vocali e dai riff tristi fino ad arrivare a “Failure”, probabilmente la canzone più personale dell’intero album dal ritornello quasi straziante, nella quale la potenza delle parole gioca qui il ruolo di protagonista; è come se la musica si mettesse da parte, supportando in maniera non invadente la profondità del testo. Con “Beg” si arriva a uno dei punti più alti del disco. Pezzo estremamente viscerale che vede un’immensa quantità di rabbia provenire dalle corde vocali di Morgan, che ora urla ancora più forte, sorretta da riff graffianti e sporchi. In progressione “Drift Away” e “Pride Before The Fall” rincarano la dose di emotività: nella prima la dolcezza iniziale della voce che accarezza le parole rivela un inno lamentoso che culmina in urla di dolore. La chiusa spetta a “Written in the Stone”, dalla consistente liricità: il brano smorza lentamente i toni, con la voce che pian piano si placa e le chitarre che diventano più tenui e pulite.

 

A livello prettamente musicale, “Si Vis Pace, Para Bellum” è un album equilibrato e pulito: conferma lo spessore compositivo e le atmosfere a cui i Seether ci hanno abituato, arricchendole con elementi nuovi e saggiamente riposti tra quelli consolidati che hanno reso lo stile della band così unico. Certamente l’elemento che maggiormente colpisce chi si approccia all’ascolto è la visceralità, la schiettezza e la densità dei testi, fortemente intimi, scritti con uno scopo preciso di comunicare un chiaro messaggio. Il modo poi in cui la struttura musicale controbilancia la tensione emotiva suggerita dalla struttura lirica rende il tutto estremamente completo.

 

Ancora una volta i Seether realizzano il loro obiettivo: espongono tossicità, la liberano e la celebrano a fini prettamente catartici, in maniera diretta, schietta e, a quanto pare, infallibile. La lezione è chiara.      





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