Supercharger
Real Machine

2018, Gain Music Entertainment
Hard Rock

Recensione di Marilena Ferranti - Pubblicata in data: 28/06/18

Una band danese che gira l'Europa da più di un decennio, dai tempi in cui nel 2007 hanno pubblicato l' EP "Junkyard Spectacles" che ha dato il via ad una storia turbolenta fatta di sudore e e rock'n'roll ma soprattutto di grandissime performance live, nonchè prestigiosi riconoscimenti come il Danish Metal Awards 2010 Album of the year. Il fascino dei cattivi ragazzi tatuati e sregolati, il sound aggressivo che loro stessi amano definire "turbo rock" e il 4° album in studio "Real Machine" sono un biglietto da visita niente male per una formazione che nonostante i ripetuti cambi non ha mi smesso di perseguire la strada imboccata.
 
 
I Supercharger hanno l'energia e quel fascino un pò old school, a metà tra i camionisti e i bikers che gli hanno valso uno strascico di affezionati fans in tutta Europa. Dopo l'uscita del loro album precedente "Broken Hearts and Fallaparts" (gennaio 2014) li abbiamo visti anche in Italia in più di un'occasione, insieme agli H.E.A.T e alle Crucified Barbara, poi nel 2015 l'uscita della voce storica, il cantante Mikkel Neperus; invece di andare in studio per registrare un album è iniziata una dura ricerca di un nuovo cantante. Ci è voluto più tempo del previsto, ma alla fine sembrano aver trovato la quadra col tedesco Linc Van Johnson, ugola perfetta per lo stile super riconoscibile della band. Il primo singolo del loro nuovo album è stato rilasciato a febbraio 2017 e il 1 giugno 2018 il nuovo album "Real Machine" è finalmente pronto per le vostre cuffie.
 
 
Premete play e avrete subito l'impressione di essere a bordo di una decapottabile a trazione posteriore che vi schiaccerà contro lo schienale: "Off We Go" è l'opener più incazzata della loro storia, con quell'atmosfera influenzata dal punk, dal rockabilly e all'hard rock che prevede l'inserimento inconsueto di cori femminili in un flusso di note che sono tutto tranne che aggraziate. Altrettanto cattiva ma sicuramente più sfacciata e divertente "Rottenburg", un pezzo che è impossibile non canticchiare al primo ascolto, merito anche della vera "real machine" di questa band, la potente batteria di Benjamin Funk, peraltro uno dei batteristi più "scenici" in circolazione, con quell'aria a metà tra un boscaiolo e un Khal Drogo (fan di Game of Thrones mi capirete) di Copenhagen. Bella prova vocale per Van Johnson che sembra metaforicamente strapparsi la maglietta ad ogni acuto. A questo punto penserete di aver capito l'andazzo, e invece ecco "Shake it Up", che accelera ancora di più le vostre percezioni facendovi ritrovare face to face con tutti i vostri demoni. Riff accattivanti, atmosfere cupe e al contempo sexy che vi spiazzeranno quando attaccherà "The Ride", il pezzo più soft e radiofonico della prima parte del disco.
 
 
Le lyrics sono assolutamente deliziose e a differenza di molte altre delle loro precedenti canzoni, in cui si parlava solo di vita sregolata, nottate in hungover e belle donne, qui ci propongono una sentita riflessione a due voci (la cantante che duetta con Linc è Clare Cunningham, ex frontwoman delle Thundermother). "Fight for your days not to get sour" è un bel messaggio che mette a nudo un lato molto speciale di questa band; la perseveranza con la quale hanno combattuto per non gettare al vento anni di lavoro e sogni. "Seven" inganna con un intro quasi country per poi tornare alla potente spavalderia che li contraddistingue; non uno dei brani migliori del disco, forse per via della linea vocale ripetitiva che sa un po' di filastrocca. "Another One to Die" è di tutt'altro livello, e ci getta in un polveroso saloon nel sole di mezzogiorno, con un effetto distorto sulla voce e un meraviglioso pianoforte che carica di groove e blues questi 6 minuti che tireranno fuori la stripper che è in voi. La voce di Linc Van Johnson si presta moltissimo a queste atmosfere che trovano anche un momento più soft verso il minuto 4.36, davvero azzeccata l'idea dell'arpeggio della chitarra di Thomas Buchwald che porta una ventata di intesità pazzesca. "Take Back" da molto spazio alla sei corde e inserisce una parte quai rappata, spunto carino, ma sono 3 minuti e 35 che non lasciano il segno. "Watching All Our Heroes Die" è tutt'altra storia, e sembra quasi di aver "cambiato canale", con un pezzo più soft e melodico, tipicamente scandinavo, con quei cori da inno da stadio e un bel solo di chitarra. "The Punch" è puro rock'n'roll, sembra di vederli saltare sul palco, il basso di K.D. Johansen che spinge il pezzo come un motore Evinrude.
 
 
Pensavate che questi ragazzacci non fossero in grado di partorire una ballad? Sbagliato. C'è anche questo. Ed è incredibile come dopo una decina di pezzi passati a gridare come un pazzo Van Johnson riveli un talento tanto spiccato per una meravigliosa dichiarazione a cuore aperto che non ti aspetti, e anche la perfetta colonna sonora per i titoli di coda di un ottimo disco. "Forsaken Sin" da dieci e lode, con una bellissima linea di basso che dice molto più di tante parole.




01. Off We GO
02. Rottenburg
03. Shake It Up
04. The Ride
05. Seven
06. Another One To Die
07. Take Back
08. Watching All Our Heroes Die
09. The Punch
10. Forsaken Sin

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