Queensryche
Frequency Unknown

2013, Deadline Records
Hard Rock

Geoff Tate ridisegna i Queensryche a sua immagine e somiglianza
Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 26/04/13

Difficile sintetizzare in poche righe l’annus horribilis dei Queensryche. Difficile e doloroso, per chi li ha visti consumarsi lentamente negli anni, fra scelte stilistiche discutibili e antichi dissapori che hanno preso sempre più il sopravvento. Lo scisma che ne è conseguito è stato, per le modalità con cui si è consumato, una caduta di stile inattesa per gli alfieri del metal più “colto”. Una cosa è certa, ancora una volta il music business e i suoi protagonisti, quegli artisti incorruttibili e devoti ai fans, a loro dire sempre impermeabili alle questioni economiche, sono riusciti a dare il peggio di sé.
 
In attesa di sapere quale delle due parti potrà fregiarsi del vecchio monicker, tocca a Geoff Tate fare la prima mossa. Musicalmente, un termine di paragone azzeccato per “Frequency Unknown” potrebbe essere il controverso “Q2K”, lavoro che pur distanti anni luce dai fasti degli eighties, regalava guizzi della vecchia classe, almeno in termini di pathos. I tempi di “Empire” sono finiti da un po’ e su questo non ci piove, ma occorre dare atto a Tate di avere ancora molte idee da sviluppare, discutibili quanto si vuole, ma pur sempre degne di nota. L’iniziale “Cold”, che è anche il primo estratto, delinea i contenuti di un disco votato a un hard rock moderno e melodico dove non mancano le atmosfere oniriche tanto care ai vecchi Queensryche. L’impressione è che stavolta non sia proprio tutto da buttare, ci sono linee vocali interessanti (e non potrebbe essere altrimenti), e arrangiamenti in chiave rock/hard rock che non dispiaceranno alla vecchia guardia (“In The Hands Of God”, “Life Without You” o la notevole “Fall”). Non mancano gli ammicchi al rock alternativo in brani come “Dare” o “Slave”, o le atmosfere plumbee che hanno fatto la fortuna della band di Seattle e che fanno ancora capolino su un pezzo come “Weight Of The World”. Per fortuna non ci troviamo davanti a un “Dedicated To Chaos” parte seconda, non c’è spazio per le soluzioni kitsch o il pop da classifica. La voce di Tate si conferma filo conduttore tutti i dischi dei Queensryche ben oltre le discusse trasformazioni stilistiche, una voce che continua a emozionare grazie ad una versatilità ahimè sconosciuta a buona parte dei cantanti heavy metal. Faranno discutere invece le nuove versioni di alcuni classici: stravolgere gli arrangiamenti sarebbe stato un affronto per i vecchi fans, ma avrebbe fornito chiavi di lettura interessanti. Alla fine si è optato per il classico compromesso, forse per non scontentare nessuno, partorendo una sorta di versione “light” dei vecchi capolavori. Tanto rumore per niente, insomma. Difficile, infine, quantificare il valore aggiunto di due vecchie glorie quali Rudy Sarzo (Whitesnake, Ozzy) e Simon Wright (AC/DC, Dio), utilizzati come una sorta di specchietto per le allodole senz’altro utile in termini di marketing. Il risultato non sarebbe stato molto diverso con due turnisti qualunque ma come dicevamo al’inizio, business is business.
 
Tate non ha mai fatto mistero delle sue ambizioni mainstream e non ci sentiamo di fargliene una colpa; la sua voce ha una capacità espressiva tale da raggiungere anche le orecchie meno allenate. Transitare una band metal dal potenziale enorme nel grande calderone del rock, con il conseguente sdoganamento da parte della cosìddetta critica, è un’operazione audace riuscita soltanto a pochissimi. Ci aveva provato, riuscendoci, all’epoca di “Promised Land”, senza perdere il consenso di quella parte di pubblico più intransigente. Poi qualcosa si è inceppato, e ancora oggi, Tate deve fare i conti con un passato ingombrante cui dovrà prima o poi rendere conto. Almeno fino a quando deciderà di sfruttare il marchio dei Queensryche.




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