Protest The Hero
Volition

2013, Spinefarm/Universal
Prog Metal

Recensione di Lorenzo Zingaretti - Pubblicata in data: 06/11/13

Questo è un disco segnato da due eventi in particolare: innanzitutto la campagna di autofinanziamento da record su Indiegogo, con cui i Protest The Hero hanno chiesto ai propri fan una mano (in termini monetari) per produrre il nuovo album – ottenendo molto di più della cifra che avevano predisposto come obiettivo. E poi l'ingresso di Chris Adler dei Lamb Of God come sessionman alla batteria al posto dell'uscente Moe Carlson, una variabile che ha aggiunto ulteriore curiosità verso l'uscita di “Volition”, ovvero l'ultima creazione delle folli menti canadesi.

Lasciando da parte qualsiasi suspance, risolviamo subito ogni dubbio. Si tratta di un disco al 100% nello stile dei nostri, segno che Adler si è adattato così bene al loro sound, da professionista quale è, da riuscire a mascherare le differenze con il suo predecessore. O, più semplicemente, segno che i Protest The Hero hanno “costretto” Adler a suonare come Carlson, in altre parole dettandogli i pattern da costruire dietro le pelli. In effetti manca quel tocco personale che ci si sarebbe potuti aspettare con un nome di tale calibro, ma anche la scelta finale non è poi così discutibile, visto che i risultati sono a portata di timpani.

Detto della batteria, in un disco dei Protest The Hero l'attesa si rivolge spesso verso il lavoro delle sei (e quattro, dato il valore del bassista Arif Mirabdolbaghi) corde: anche qui poco o nulla da eccepire, i riff sono molto interessanti e gli intrecci armonici, ormai marchio di fabbrica del gruppo, sono uno degli elementi di punta dei pezzi. Ma, e ve lo dice un loro fan, nell'insieme si potrebbe annidare un'eccessiva ridondanza di queste soluzioni, perché ogni singolo brano presenta caratteristiche simili, tanto che ai primi ascolti il disco sembra poco digeribile. Sensazione questa che sfuma dopo aver preso confidenza con i pezzi, ma che non scompare nel tutto, lasciando dietro di sé l'ombra di qualche sporadico filler.   

Se non altro i nostri amici del Canada, e in particolare il frontman Rody Walker, hanno deciso di fare una piccola marcia indietro rispetto a “Scurrilous” ed affondare le corde vocali nello scream, accantonato in maniera eccessiva nel disco precedente. Si sente quindi di più l'eco di quel capolavoro che risponde al nome di “Fortress” (tributato direttamente in “Animal Bones”, dove ad un certo punto parte il coro “We are, we are, we are still life” della mitica “Sequoia Throne”!), cosa che non può che far piacere a chi li ascolta da parecchio tempo. Per il resto la prova vocale di Walker è, come suo solito, sopra le righe, attraverso urla altissime, melodie molto accattivanti – “Mist” e “Yellow Teeth” entrano in testa al primo ascolto – e testi di una varietà tendente all'assurdo (il rapporto tra religione e omosessualità o la legislazione canadese che vieta il possesso dei pitbull, passando per la derisione dei cliché da palco delle rockstar). E parlando di voci, è impossibile non citare il contributo di diversi ospiti dietro al microfono, in particolare l'angelica ugola di Jadea Kelly, ormai collaboratrice prediletta dei Protest The Hero. Magari non troviamo un equivalente di “Blindfold Aside” o “The Divine Suicide of K.”, ma la cantante canadese sa bene come impreziosire i brani dei suoi connazionali.

Disco per fan, dunque? I Protest The Hero avrebbero forse dovuto osare un po' di più, lasciando almeno a tratti la loro comfort zone per dare spazio a qualche esperimento? Domande a cui solo il tempo può rispondere, perché vedremo tra qualche mese se il disco resterà in heavy rotation o verrà ripreso solo per alcuni sporadici ascolti. Non l'album dell'anno, ma senza dubbio sopra la media nel genere. In altre parole, la conferma che questi canadesi ci sanno fare, e hanno imparato molto bene il loro “mestiere” (attenzione: parola non casuale...). Ai posteri l'ardua sentenza, io torno ad riascoltare “Mist”.



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