Periphery
Periphery IV: Hail Stan

2019, Century Media Records
Djent

I Periphery tornano con un album da primi della classe
Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 07/04/19

Band leader del movimento djent, i Periphery, di album in album, hanno mostrato una crescita compositiva che in "Periphery IV: Hail Stan" raggiunge, forse, il suo punto apicale. Se la natura aggressiva degli statunitensi rimane pressoché intatta, l'elemento melodico conquista uno spazio decisamente superiore rispetto al passato: allo stesso tempo, il songwriting diviene così sfaccettato e mutevole che oramai qualsiasi etichetta si voglia affibbiare al combo risulterebbe equivoca e fuorviante. Certo, alcuni fan della prima ora rimarranno interdetti dinanzi a una svolta, del resto già percepibile nello scorso "Periphery III: Select Difficulty", che sembra condurre i nostri a uno strano ibrido nel quale i Meshuggah flirtano con gli ultimi Bring Me The Horizon: impressione non del tutto erronea, eppure inadeguata a circoscrivere l'eterogeneo spettro musicale che emerge dalle pieghe del nuovo LP.
 
Non bisogna aspettare poi molto per accorgersi del significativo cambio di passo: tra passaggi orchestrali, tempi dispari da capogiro e traslucide pennellate di synth, i sedici minuti abbondanti della suite "Reptile" si ammantano di epicità senza rinunciare alle lusinghe della divulgazione. "Blood Eagle", "CHVRCH BVRNER" e "Follow Your Ghost" rappresentano, invece, i frutti di uno stile ben oliato da lunghi anni di carriera: brutalità e dinamismo dominano la scena, ma sono i pattern ritmici nascosti all'interno della complessa struttura dei brani a rendere visibile il lato prettamente metal del gruppo. "Garden In The Bones" e "Sentient Glow", capaci di equilibrare in modo miracoloso elettronica e pesantezza, ostentano uno Spencer Sotelo davvero in gran spolvero, mentre gli assoli di chitarra, benché meno spettacolari di quelli presenti nell'abbrivio, guadagnano in elasticità e consistenza.
 
E laddove "It's Only Smiles" si rivela, in tutto e per tutto, un pezzo pop rock sorprendentemente fresco e orecchiabile, quasi privo di growl e dei tipici breakdown in palm mute, le sfumature dark di "Crush" conoscono un supplemento di linfa oscura (e di classe) quando, in coda, viene utilizzata una parte della colonna sonora del film "Psyco". In chiusura,  tocca al mood jazzistico della batteria di Matt Halpern variare lo spartito di "Satellites", pista che manifesta segni di fisiologica stanchezza dopo un intenso e appagante tour de force .
 
Nulla di insolito, né di troppo sperimentale; nel sesto capitolo della loro discografia, i Periphery uniscono esperienza e desiderio di osare non uscendo oltremisura dal seminato. Aggiungono, sottraggono e bilanciano, con un occhio al mercato e l'altro all'evoluzione del proprio Sé: al netto di eventuali mugugni, operazione brillantemente riuscita. 




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