Pearl Jam
Gigaton

2020, Monkeywrench/Republic
Rock

"Gigaton" suona come il disco che non ci cambierà la vita, ma di cui non sapevamo di avere bisogno. 
Recensione di Simone Zangarelli - Pubblicata in data: 26/03/20

Dopo sette anni, proprio nel mezzo del disastro pandemico da Covid-19, tra la crisi climatica e quella politica, i Pearl Jam decidono che è ora di far sentire la propria voce. Sebbene la prima delle calamità fosse ancora imprevedibile ai tempi delle registrazioni, le altre due sono state un rapido e inesorabile processo di perdita di senso, di irreversibilità accadute proprio davanti ai nostri occhi. Da tutto questo nasce "Gigaton", l'undicesimo disco in studio della band di Seattle rimasta uno dei pochi baluardi inespugnabili del rock di protesta, e porta con sé un monito: "il mondo in cui viviamo è un disastro". Di certo non c'era bisogno di un album dei Pearl Jam per rendersene conto, come se i tempi che stiamo vivendo non ci avessero reso sufficientemente consapevoli e tristemente scoraggiati, ma il vero messaggio del disco è un altro: "Non smettere di combattere". Ci voleva una tripla minaccia per far scendere in campo Eddie Vedder e i suoi, per far recuperare loro quel senso di urgenza e di indignazione per un mondo che non vuole più ascoltarci? Probabilmente è così, ma il tempismo è perfetto e a oggi "Gigaton" suona come il disco che non ci cambierà la vita, ma di cui non sapevamo di avere bisogno.


Basta il primo ascolto per capire che si ha fra le mani un lavoro discreto, il migliore da quell'"Avocado album" del 2006 che tanto ha in comune con "Gigaton" sotto numerosi aspetti, ma soprattutto per le prime quattro tracce. Inizio col botto con "Who Ever Said", elettrizzante apostrofe ai detrattori, che recupera le vestigia di "VS" e "Vitalogy" grazie a un piglio midtempo accostato alle tematiche intimiste ("All the answers will be found in the mistakes that we have made"). Un grunge rivisitato e più maturo nelle dinamiche investe le orecchie di una furia che tocca alcuni dei temi fondamentali: "Chiunque dica ‘è già stato detto' ha rinunciato all'appagamento". La lotta per il futuro inizia sconfiggendo l'indole distruttiva ("But I won't give up").


I Pearl Jam sembrano aver recuperato il sound rabbioso che i fan cercavano, scostante in "Backspacer" e quasi assente in "Lightning Bolt", ma riconoscibile in "Superblood Wolfmoon", il secondo singolo ascoltabile puntando il proprio smartphone verso la Luna. Batteria secca, martellante, chitarroni ritmici e il basso di Jeff Ament a dare volume al tutto e poi la voce di Vedder che ci travolge come una tempesta. È proprio fra un break e l'altro che McReady sfodera un assolo inebriante, il migliore del disco, per poi riprendere il riff con tutta la carica di un gran finale. Già la si può immaginare suonata dal vivo ad un grande festival tra "Do The Evolution" e "Rearviewmirror". Il garage rock giunge ora alla sua forma finale grazie al talento dei cinque musicisti di Seattle tornati in grande spolvero tecnico.

 

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La sensazione di vivere in una scatola, l'alienazione dal mondo, il tempo che scorre sempre uguale fino all'assomigliarsi dei giorni. Suona familiare? In "Dance Of The Clairvoyants" i Pearl Jam immaginano un futuro e lo dipingono di tinte new wave che a molti hanno ricordato i Talking Heads; le conseguenze di un futuro immaginato solo dai veggenti che però devono farci riflettere sul presente. "Un singolo uomo non è maggiore della somma / non è un pensiero negativo / sono positivo": cadere va bene ma non lo è rimanere a terra, un messaggio che ascoltato oggi suona profetico. Musicalmente è il brano più spiazzante del combo ma anche il più elastico, assume un senso diverso all'interno della tracklist e rivela tutta la sua necessaria carica sperimentale alimentata dalla produzione di Josh Evans. Il beat ipnotico e seriale viene mescolato alle percussioni dietro le quale siede McReady, che a sua volta cede la sua sei corde ad Ament, che ne tira fuori un suono acido e si cimenta con la tastiera, assente da molto in un brano dei PJ.


Il malcontento di "Gigaton" trova il suo bersaglio, tra gli altri, in Donald Trump, menzionato esplicitamente in "Quick Escape", un rock crescente con chitarre alla Page dove l'umanità è alla ricerca di un posto, ovunque - Marocco, Zanzibar, persino Marte - che il presidente non abbia ancora distrutto. Una presa di posizione netta che ancora una volta richiama il self titled del 2006, quando il bersaglio delle invettive di Vedder era Bush. Nel testo anche un curioso omaggio a Freddie Mercury ("First we took an aeroplane, then a boat to Zanzibar / Queen cranking on the blaster /and Mercury did rise"). L'indignazione viene incanalata verso un obiettivo preciso ed espressa tramite il simbolo di Jack Kerouac, citato anch'esso nel testo, il profeta della beat generation alla ricerca di un posto dove trovare stabilità interiore e riempire la sensazione di vuoto. A oggi, una figura da riscoprire.


L'album rallenta il passo con la ballata soporifera "Alright", firmata da Ament, fatta di rumori atmosferici di kalimba circondati da percussioni, un invito a preservarsi, a prendersi un momento di raccoglimento quando si è stanchi di un mondo che ci travolge. Torna il tema ambientale, leitmotiv dell'intero album come la copertina lascia presagire ("You can't hide the lies/In the rings of a tree"). "Non è il momento della depressione" canta Vedder in "Seven O' Clock", pezzo dalle atmosfere folk rock à la Springsteen la cui musica è opera di tutta la band. Ancora una volta viene citato Trump con l'appellativo di "Shitting Bull", rifacendosi al capo indigeno Toro Seduto, seguito da uno special liberatorio che culmina nel memento per gli ascoltatori: "Much to be done" reiterato ostinatamente. Se c'è una sicurezza a questo mondo è la voce di Eddie Vedder.


Una pioggia di riff ci investe in "Never Destination", in cui il livello dei decibel torna a crescere in questa rocksong che suona sicuramente piacevole ma già sentita. Più complicato l'approccio con la percussiva radio-oriented "Take The Long Way", opera di Matt Cameron, non particolarmente ispirata, ricorda vagamente i Soundgarden ma suona più come un riempitivo. Stessa sensazione anche con la nenia arpeggiata scritta da Stone Gossard "Buckle Up", dove la voce delicata di Vedder si staglia sopra parole affilate: "Ho sangue nelle mie mani, la macchia dell'umanità". Ma i Pearl Jam non possono licenziarci senza il conforto finale: "Firstly do not harm, then put your seatbelt on/Buckle up".

 

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"Comes Then Goes", come suggerito dal titolo, presenta la struttura circolare con un riff acustico à la Neil Young che si ripete in testa e in coda al pezzo, e nel nucleo un'elegia che prende la forma di invocazione a un dio assente, quasi "bloccato" di fronte alle "incisioni fatte da lame di bisturi del tempo". Nella preghiera di Vedder non ci si scorda degli amici che non ci sono più, quelli che non ce l'hanno fatta e si riflette sulla perdita di direzione dei contatti umani ("selfish navigation with no aim"). La penna è quella del frontman e ricorda i lavori solisti come la sountrack per "Into The Wild" sia nella musica che nelle tematiche.


La sintesi stilistica è racchiusa nel gospel dal nome "Retrograde", firmata Mike McReady. Il riff iniziale ha ancora una volta l'ombra dei Led Zeppelin acustici nei lick e redime le sorti del disco. Si inserisce perfettamente nel canone della band di offerte rilassanti a metà tracklist. Alla fine, con due minuti rimanenti, si apre in un'estesa combinazione di armonie vocali stratificate, melodismo accattivante ed elaborazioni di batteria frenetiche, come una combinazione di The Who e Pink Floyd, una complessa fusione di suoni elettronici e organici che si dissolvono nell'aria. Il ritornello è un inno alla speranza: "Stars align they say when things are better than right now/Feel the retrograde spin us round". È ancora riconoscibilmente Pearl Jam, ma ospita strumenti e arrangiamenti abbastanza diversi da sembrare qualcosa di nuovo.


Sullo stesso solco, la ieratica conclusione con "River Cross", in cui la speranza si traduce in una simbolica chiamata alla resistenza. Mentre suona un organo a canne solenne, Vedder, autore unico di questa chiusura perfettamente in stile Pearl Jam, denuncia un governo che "prospera sul malcontento" e lo fa accarezzandoci con la musica, con la ragione applicata a un mondo che è diventato mosso da falsità e paura ma è la luce a guidarci. Messaggio che a questo punto suona leggermente esasperato seppur coerente con il concept. "Gigaton" congeda l'ascoltatore sulle parole "Share the light / Won't hold us now" e infine le note che svaniscono come un'eco lontana.


Unità di misura usata per quantificare il distacco di ghiaccio ai poli, il gigatone assume simbolicamente il ruolo di termometro dei disastri causati per mano dell'uomo e lo stesso fa il disco, assegnandosi il compito di affrontare certe tematiche in modo approfondito e al contempo di creare consapevolezza. "Gigaton" si presenta come un progetto ambizioso ma forse non abbastanza convincente per soddisfare i vecchi fan né per far appassionare i nuovi, eppure viene da chiedersi se il problema non risieda tutto nelle aspettative. Come se oggi Pandora avesse di nuovo aperto il Vaso e la speranza non fosse affiorata, i Pearl Jam ci invitano a guardare meglio sul fondo perché quella piccola luce verde che sembriamo dimenticare, è la chiave per ribaltare il presente, quella che ci fa dire "andrà tutto bene".





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