Opeth
Pale Communion

2014, Roadrunner Records
Prog Rock

Il disco degli Opeth che stavamo aspettando da tanto, troppo tempo!
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 26/08/14

Finalmente! Erano ormai anni che attendevamo un disco degli Opeth che facesse parlare di sè unicamente per la musica, per la musica ascoltata e non quella chiacchierata e anticipata in dichiarazioni fatte uscire ad arte per accrescere attese e aspettative. Un disco che riportasse gli Opeth su livelli espressivi degni di questo gravoso moniker, che ridasse la scintilla a una carriera che dopo le vette assolute aveva prima “ristagnato” su livelli più che dignitosi, successivamente toccando il fondo per poi cambiare pelle fin troppo bruscamente. Un’uscita che da ascoltatori appassionati dell’intera discografia degli svedesi rinfranca non poco, ritrovando, in una veste rinnovata, quegli Opeth che tanto abbiamo ammirato tanto tempo fa.

I tanti fan delusi o arrabbiati dovranno farsene una ragione, il dibattutissimo “Heritage” è stato un passaggio assolutamente necessario, quasi forzato, come chi deve compiere un gesto eclatante per togliersi una consuetudine che non porta nulla di buono, tanto che Åkerfeldt in persona lo ha rivelato nella nostra videointervista: “Heritage ci ha dato un futuro”. Perchè per forza di cose, da qui si parte per parlare di “Pale Communion”, undicesimo lavoro in studio degli svedesi, ma in un’ottica totalmente diversa. Se per il precedente inciso avevamo catechizzato la band come “ormai più concentrata su una lavorazione certosina al limite del maniacale della propria musica, piuttosto che spingersi verso una continua tensione emotiva”, attestandosi ormai solo su una raffinata esecuzione, con “Pale Communion” arriva il classico colpo d’ala che non ti aspetti. Gli Opeth tornano finalmente a emozionare, a parlare alla sensibilità di chi li ascolta, a donare quella magica profondità alla propria musica che da diverso tempo era stata subordinata in una fase in cui mestiere, incertezza sul futuro e ricerca di nuove vie espressive avevano rapito l’attenzione del leader Mikael Åkerfeldt.

Fughiamo ogni dubbio: di metal in “Pale Communion” manco l’ombra, con buona pace di larga fetta degli ascoltatori, il ritorno ai grandi Opeth che ricordiamo è in prima battuta sul livello emotivo, evidenziando solo in un secondo momento la ripresa di strutture care agli svedesi, creando così un ponte molto più solido col passato, rispetto a quanto fatto con “Heritage”. Un disco che senza rinunciare a qualche chitarra un po’ più vigorosa, si attesta su una placida ricerca melodica, una continua armonizzazione tra strumenti e voci, giocando quasi di semplicità, con la sensazione che il tutto sia stato concepito con estrema naturalezza, senza doversi arrovellare ad ogni brano per cercare quel guizzo particolare. Un album tanto elegante che, azzardiamo, avrebbe potuto (e forse dovuto) essere il famoso “mellow album” al posto di “Damnation”, pregevole sì ma fin troppo legato al mentore Steven Wilson. Un azzardo certo, perchè la band non era ancora pronta per un salto del genere sia dal punto di vista compositvo che tecnico (fondamentale in tal senso l'ingresso di Fredrik Åkesson), ma certe soluzioni in “Pale Communion” si inseriscono appieno nel repertorio melodico degli Opeth, vedi ad esempio la delicata “Elysian Woes” e i suoi arpeggi.

Un disco per cui vale sicuramente la citazione “i bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano”. Inutile sottolineare la vicinanza a una musica che ha già dato il meglio ormai quattro decadi fa, ma la cosa più importante in “Pale Communion” è che la sterminata collezione prog di Åkerfeldt non è stata la via maestra da seguire, come su “Heritage”, ma qualcosa su cui fare aderire il concept che da sempre è stato alla base degli Opeth, indipendentemente dal genere musicale espresso. Una volontà ferrea quella del leader, tanto da trasformare nel tempo un discreto “falegname” delle pelli come Axenrot in un qualificato esecutore prog (passi da gigante per lui), un’idea precisa che è stata perseguita in ogni aspetto, dalla scelta dei suoni, con una bellissima patina vintage, all’artwork, senza dimenticare di accentuare se possibile nuovi elementi, come intrecci vocali sempre più marcati o un’inedita (per cura e importanza all’interno del brano) sezione orchestrale nella commovente “Faith in Others”, degna conclusione con un Åkerfeldt da pelle d’oca.

Il disco che stavamo aspettando, la risposta alla domanda se per gli Opeth ci fosse ancora un futuro grande, possibilmente, quanto il passato. Saremo in minoranza probabilmente a pensarla così, non possiamo prevedere il futuro, ma se le basi per i nuovi traguardi degli svedesi sono queste, avremo ancora molto da ascoltare.



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